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Intervista con Mustafa Sabbagh
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Intervista con Mustafa Sabbagh

Dall’Archivio di Positive Magazine International

Foto di Mustafa Sabbagh
Libro: Mustafa Sabbagh

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Mustafa Sabbagh è nato a Amman, in Giordania. Si è trasferito in Italia nel 1979 dove si è laureato in Architettura a Venezia. E’ stato per diversi anni assistente di Richard Avedon a Londra. Nel 2007 ha collaborato con Il Central Saint Martin College di Londra. Mustafa ha collaborato con Arena, The Face, Vogue Italia, l’Uomo Vogue, Rodeo, Gasby, Front, Kult, Sport & Street. Ha partecipato a diversi progetti ed esposizioni tra le quali, Bread & Butter nel 2004 a Berlino, Game and Welcome TO MY HOUSE, Florence, 2006; Lee jeans book, Berlin; Bepositive, Edwin, Forfex, Milano_ White, 2009; Carne, Milan, Superstudio, 2009). Nel 2009 ha preso parte a “Like-Us” un’esposizione itinerante con l’Artefiera di Bologna.

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Ci puoi raccontare qualcosa di te? Un nome non certo italiano il tuo.
Mustafa Sabbagh, padre palestinese e madre italiana, nato in giordania il resto è storia di oggi…

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Quando avevi 15 anni cosa pensavi che fosse l’arte contemporanea?
pensavo che fossi un modo per sorprendere il mondo ( sbagliavo ).

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Ed oggi invece ?
Un modo per aprire dei solchi nella finta morale e sovrastrutture mentali prestabilite, dare un senso nuovo a cose che sembrano banali.

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Come sei arrivato a capire che la fotografia poteva essere per te un mezzo d’espressione?
Essendo di fondo un timido, la parole non erano il mio forte, ho sempre cercato di raccontare il mio pensiero attraverso le immagini, poi a volte il caso ti porta ad innamorarti di cose che non ti aspetti… io ho amato la fotografia ( l’unico amore al quale sono fedele).

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Quando hai iniziato a fotografare?
Penso tardi, all’ età di 13 anni una vecchia polaroid trovata in un casseta a casa di mia zia, la prima foto è stata come un orgasmo…

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Hai preso ispirazione da qualche fotografo?
tutti e nessuno, ebbi la furtuna di incontare il grande Richard Avedon, mi ricordo una sua frase “la fotografia è sintesi, andare in fondo alle persone senza ferirle”. Poi Stanley Kubrick, ogni frame un scatto perfetto.

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Che relazione hai con il soggetto che fotografi?
Onestamente? Io penso di avere una specia di raporto sessuale (paltonico). Un’ amore che dura, io amo le persone quando le fotografo, amo i loro difetti e questo mi accade anche con un oggetto, un spazio.

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Cosa vuol dire per te “moda” ?
La moda. domanda che non ha mai trovato risposta nella mia vita, forse una forma di una nuova Schiavitù, amo il bello, il bello non è mai una moda…

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Le foto che scatti rappresentano la tua realtà, la realtà in generale o una realtà che non esiste?
Il mio sogno che diventa reale dopo avere realizzate, sentirci un “piccolo dio” – detto tra noi.

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L’avvento del digitale è riuscito ad avvicinare molte persone alla fotografia in questi ultimi anni. Pensi che possa essere un’arte più comprensibile quindi in un certo senso più popolare, oppure è soltanto uno dei molti mezzi con il quale l’arte si può realizzare?
Uno dei tanti, prima di avere inventato l’auto si andava a cavallo, ma ora tutti quelli che hanno un auto non sono piloti da formula uno la foto trascende dal mezzo, un visione di un mondo, un pensiero un’ esigenza, come leggere, mangiare, una cura per le nostre paure, fobie e ossessioni.

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