Siamo invasi oggi dall’esistenza di giovani volenterosi progettisti che, nell’ultimo periodo, si sono impegnati a presentare prodotti su prodotti, tutti rigorosamente pensati e ricavati da materiali di riciclo o, com’è moda chiamarli oggigiorno, eco-sostenibili, eco-compatibili, etici, green.

Una filosofia insomma che promuove l’utilizzo di materiali naturali o comunque provenienti dalla catena del riciclo e che punta su una produzione responsabile.
Cerchiamo, però, di superare l’enfasi che tanta buona volontà e il desiderio di stupire (o semplicemente farsi notare), può provocare, ed analizzare nella realtà il perché di questo fenomeno. Lavorando a contatto tutti i giorni con i più grossi produttori di arredamento e i marchi più blasonati, posso confermare, per esperienza diretta, che in questo periodo storico, pochissime sono le aziende pronte ad investire su giovani promesse del design e, a quanto pare, l’unica soluzione rimane “l’autoproduzione”.

Autoprodursi però ha un prezzo considerevole e senza “sponsor” si finisce a dover concepire prodotti che prevedano l’utilizzo di materiali già esistenti, già finiti, già modellati.
Diventa logico, quindi, guardare non più avanti (nuove tecnologie, materiali futuristici, lavorazioni innovative) ma piuttosto indietro, guardarsi alle spalle. Ecco che ci si ritrova nella cantina della nonna o, nelle peggiori delle possibilità, direttamente in discarica, a cercare di recuperare qualsiasi cosa possa avere una forma riutilizzabile. L’ho fatto anche io.

Ecco allora instaurarsi in me il primo vero dubbio: ma l’utilizzo di tutti questi materiali “green”, sostanzialmente, è dovuto alla vera e conscia volontà di abbracciare ed aiutare l’ambiente o è solo l’ineluttabile conseguenza della mancanza di fondi mascherata sotto mentite spoglie?!

Certo, la scelta del riciclo si traduce in una maggiore attenzione all’ambiente, intesa come riduzione di emissioni inquinanti e consumi energetici ed al trattamento dei rifiuti tossici e nocivi in modo più oculato se non anche al trattamento e recupero dei prodotti dismessi ed alla dismissione degli imballi.

Ciò nonostante, la maggior parte delle volte si arriva semplicemente ad una manifestazione stilistica completamente priva di qualità, originalità ed utilizzo, vanificando ed annichilendo il concetto stesso di Design.
Dopo essermi convinto che la verità sia a metà strada fra le due ipotesi di cui qui sopra, sì, ammetto che tante di queste proposte ed idee sono accattivanti ma signori, chi di voi sarebbe disposto ad abitare in una casa arredata solo con prodotti recuperati ?

Ci sono incontri e fiere dedicate interamente a questo mondo, in cui ci si scambiano idee e sensazioni sulla direzione da intraprendere ed alcune molto interessanti (www.operae.biz, una fra tutte) ma la conseguenza penso sia un’inevitabile appiattimento della ricerca e soprattutto della creatività.
Si rasenta la stessa tristezza che ho provato nel guardare i “tutorial” trovati su “You Tube” riguardanti svariati passaggi per ottenere un posacenere da una lattina per bevande o un vaso da una bottiglia di plastica.
Io vi chiedo una cosa amici designer / architetti / artigiani: usate il fenomeno come inspirazione senza però fermarvi nel processo di creazione. Osate di più e non arrendetevi, mai!

Michele Brotto

Michele Brotto, nato a Milano il 20 Giugno 1974, lavora come consulente commerciale e d'immagine per diversi studi di architettura e progettazione del prodotto, a Milano. Da sempre nell’arredamento e con una costante attenzione per le novità nel campo del design, è alla costante ricerca di nuove tendenze e mode, materiali e stili. Una ricerca che gli piace raccontare, analizzandone i lati più curiosi.

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