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Elezioni Europee 2014: 12 stelle invece di 5
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Elezioni Europee 2014: 12 stelle invece di 5

Cover Image credit: European Parlament

Queste elezioni europee hanno visto lo scontro non tanto del classico binomio sinistra vs destra, bensì di un alto contro un basso: ovunque in europa i partiti antieuropeisti hanno ottenuto la maggioranza dei voti e, eccezion fatta per Germania e in Italia, le squadre europee non rispecchiano le componenti governative nazionali.
Questo significa che l’Europa ora ha sentimenti “antieuropa”: il bisogno di rinnovamento e di lotta all’establishment delle banche e delle finanze non è più sentimento passeggero ma una solida realtà. I paesi europei si sono sentiti schiacciati dalle politiche dell’austerity dettate soprattutto dal colosso tedesco e, non sentendosi adeguatamente rappresentati, hanno espresso un deciso cambiamento di tendenza, stagliandosi contro un ‘europa che è vista come membro fondante delle elitè bancarie e finanziarie. Don Chisciotte contro i mulini? A vedere i risultati, forse più Davide contro Golia.

Lo si può chiaramente evincere dal trionfale discorso di Marine Le Pen, che commentando gli exit poll ha entusiasticamente affermato che “il popolo sovrano vuole riprendersi in mano le redini del proprio destino, liberandosi dalle catene dell’austerità” arrivando addirittura a chiamare lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale (escluso questa mattina dal Primo Ministro Francese Manuel Valls). Anche in Gran Bretagna ha vinto lo scetticismo, consegnando al Partito per l’Indipendenza oltre un 31% rilevando un “terremoto politico”, come affermato dal candidato Nigel Farage, che si è inoltre proclamato vicino alla politica di Grillo. La Grecia sconfessa nuovamente il governo Samaras, portando Alexis Tsipras a chiedere elezioni politiche al più presto e riconsegnando al paese mediterraneo la speranza di riacquistare una forte indipendenza per ripagare gli enormi sacrifici.
Preoccupante è il seguito che partiti di estrema destra, anche neonazisti e esplicitamente antisemiti, hanno avuto nell’Europa dell’est e non solo, come sottolineato anche da Martin Schultz in conferenza stampa.

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Credit: Carmen Palmisano

Se quindi gli euroscettici con i loro 141 seggi sono la grande novità di queste elezioni, la vera contrapposizione rimane tra il Partito Popolare Europeo (212 seggi) e il Partito Socialista (186 seggi), che a questo punto si giocano la presidenza della commissione. Ad essere visto come preferito è il popolare Jean Claude Juncker, a confronto con il socialista Martin Schultz che si è dichiarato pronto a discutere con il Ppe, ma ha ribadito con forza i principi della lotta all’evasione fiscale e alla disoccupazione, aggiungendo “Basta con questa strategia basata sul calcolo matematico”, affermando che “è ora di iniziare col calcolo politico”. I numeri cantano e da calcolare c’è ben poco: è innegabile è che il Ppe abbia subito un colpo non da poco, registrando una perdita di 63 seggi, e se è rimasto a galla lo deve soprattutto alla componente tedesca del Cdu.

L’Italia sembra invece muoversi in una direzione differente. Con un plebiscito clamoroso, che a dir di molti legittima il governo renziano sul quale gli elettori non avevano potuto esprimersi, il Partito Democratico supera il 40% dei voti, aggiudicandosi la stragrande maggioranza dei seggi, e garantendo quindi una continuità e una solidità di governo nazionale ed internazionale. Che sia per la fretta o per gli 80 euro, Matteo Renzi sembra aver convinto gli italiani. Durante la conferenza stampa di questa mattina il fiorentino ha ripetuto più volte, come faceva un cronista sportivo qualche anno fa, “l’Italia c’è”. Un’Italia che “non si rassegna e non ha paura […] un paese pronto a cambiare e che vuole portare l’europa a cambiare” e che deve “Abbassare i toni e alzare le ambizioni”.

Insomma, positività e cambiamento a motivare la delegazione italiana che si afferma come la più numerosa all’interno del Pse e alla guida della presidenza di Bruxelles. “Nel prossimo semestre europeo che partirà il 1 luglio dobbiamo portare un’Italia che sia leader e non follower”. Inglesisimi e social fin da subito: prepariamoci quindi a slide e hastag europei.

Enorme lo smacco per il Movimento 5 Stelle, che si posiziona come secondo partito del paese, ma fortemente al di sotto delle aspettative. Alessandro di Battista durante la lunga notte di ieri ha commentato il risultato delle proiezioni (confermato dai dati del Viminale) con queste parole sul suo profilo Facebook “Non mollerò certo adesso. Credo fermamente che il Movimento 5 Stelle andrà al governo. Il cambiamento culturale è lento, più lento del previsto, ma è inarrestabile”. Questa mattina invece sul Blog di Beppe Grillo è apparso, sotto un giallissimo “5.804.810 grazie” il componimento di Rudyard Kipling “Se – If, Lettera al figli”. Con i se e con i ma però non si va avanti, ed era proprio lo stesso grillo parlante a ricordarlo fino a poco fa. A questo punto è chiaro chi abbai aperto la scatole di wurstel con tanto di maalox annessi.

Al terzo posto Forza Italia con un magro 16,8 % dei seggi che scoraggia Silvio Berlusconi, il quale sperava in almeno un 18%. Forse oltre alle dentiere avrebbe dovuto promettere qualcosa di più. È Deborah Bergamini, responsabile della comunicazione di FI, a esprimersi durante la serata ricordando che Berlusconi questa campagna elettorale «l’ha fatta ai box, perché impedito di muoversi e parlare liberamente, in seguito all’affido ai servizi sociali» Almeno ai suoi box aveva dei simpatici vecchietti e non solo il suo adorato Dudù, come sarebbe accaduto se avesse dovuto scontare i domiciliari.

Altra sorpresa è il risultato raggiunto dalla Lega Nord che si posiziona immediatamente sotto al podio con un 6,2%. Palesemente tronfio e gongolante l’altro Matteo -alla storia Salvini- inaspettatamente lascia a casa l’amata felpa scegliendo una più diplomatica camicia bianca per rispondere a chi li dava per morti e sepolti dicendo che “ è qualcun altro che ha bisogno del salvachiappe. Noi ci siamo salvati da soli” e proclama pronta la sua truppa d’assalto, invitando tra le sue fila l’ex best friend Berlusconi.

Tirando le somme, l’Italia è tornata a votare, conquistandosi il primato di affluenza tra i paesi europei, e a prescindere dai risultati questa è sicuramente una vittoria. Se all’interno dei confini gli italiani avevano scelto il pugno duro, lo streaming e le urla, al di la dell’Appennino si preferisce essere rappresentati da un cambiamento più diplomatico con la giacca di pelle e a bordo di una smart. Forse, come sottolineato da Travaglio in casa Mentana ieri sera , l’accanimento del grillo parlante si è rivelato contro producente, perché a forza di fare il predatore ha finito col migliorare la preda, che ha corso più veloce. In un certo senso Grillo ha incarnato la paura e la rabbia, mentre Renzi si è mosso su toni più speranzosi e guardinghi. L’opposizione intransigente stavolta, non ha pagato.

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Photo Credit: Palazzo Chigi

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