Differenti punti di vista – in ricordo di Andy Rocchelli

andy rocchelli, andrey mironovQuesto nostro lavoro richiede due qualità. La prima è lo spirito di sacrificio. Abbiamo una missione sociale: capire e far capire le culture, capire e far capire gli altri. La seconda qualità è la serietà assoluta. Devi sapere che nella tua audience c’è sempre qualcuno che la sa più lunga di te. Se consenti anche a una sola persona di scoprire che tu menti, che sei stato banale, impreciso o superficiale, allora avrai perduto”

Cominciamo così, con questa citazione di Ryszard Kapuscinski – uno dei più grandi fotogiornalisti di guerra della storia – nella quale descrive due qualità imprescindibili di questo mestiere: spirito di sacrificio e serietà assoluta.

Due qualità che anche Andrea Rocchelli aveva. Qualità che l’avevano spinto a raccontare storie attraverso i suoi scatti in maniera diversa.

Andrea tre settimane fa era in Ucraina, più precisamente a Sloviansk, dove stava seguendo l’evolversi della crisi quando una raffica di mortaio l’ha ucciso insieme al suo stringer Andrey Mironov. Andrea aveva trent’anni, era un fotografo che lavorava per il collettivo di fotografi Cesura.

Cesura, una realtà tutta italiana, dal cui stesso nome tante cose possiamo capire. Abbiamo intervistato Alessandro Sala, uno dei fondatori.

Alessandro, raccontaci com’è nato questo vostro gruppo?

Cesura è nata il 30 maggio del 2008, e proprio il giorno del funerale di Andy – il 30 maggio di quest’anno – abbiamo compiuto sei anni. Siamo un gruppo di fotografi formatosi sotto la guida del nostro maestro Alex Majoli. Siamo nati quindi come laboratorio di stampa per le sue mostre e i suoi lavori. Eravamo 5 giovani tutti con l’ambizione di diventare fotografi, e grazie anche ai consigli e all’aiuto del nostro maestro ci venne naturale la voglia di creare qualcosa che ci rappresentasse.

Il tutto cominciò a Cesura, questa piccola frazione del Comune di Pianello Val Tidone in provincia di Piacenza; decidemmo anche di mantenere il nome di questa località, poichè riassume molto bene la nostra idea, la nostra filosofia. Una filosofia di taglio rispetto alle classiche logiche di mercato.

Uno dei nostri principi fondanti è quello dell’indipendenza: dal punto di vista fotografico, ovvero la volontà da parte di tutti noi di seguire progetti personali senza scendere a compromessi con le logiche di mercato –  non siamo molto commerciali – e dal punto di vista dell’artigianalità del lavoro. Difatti ogni fase del processo di produzione, dallo scatto, alla scansione, alla post-produzione, alla stampa, al montaggio, alla grafica è eseguito internamente da noi. Ogni progetto, non solo fotografico, ma anche editoriale ed educational, è imperniato attorno a questo luogo.
Cesura diventa la nostra base da dove tutti partiamo per lavorare, ma dove torniamo per concludere i nostri lavori svolti in giro per l’Italia e per il mondo.

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Appunto per il vostro taglio netto nei confronti delle principali vie commerciali dell’editoria italiana, riuscite a trovare spazio nel nostro mercato o principalmente lavorate con realtà internazionali?

Principalmente, purtroppo, ci troviamo a lavorare all’estero. Produciamo poco per il mercato italiano poichè non ci viene richiesta la produzione di reportage o di progetti fotografici. La maggior parte dei lavori pubblicati anche in Italia sono commissionati da giornali esteri o sono progetti che finanziamo di tasca nostra. Diamo molta importanza ai nostri progetti personali e cerchiamo con le nostre forze di portarli a termine per poi cercare di venderli.

Questo disintiresse da parte del mercato, e quindi del lettore finale, pensi sia una prerogativa della realtà italiana? Lo stesso disintiresse lo possiamo ritrovare anche su argomenti che non riguardano il nostro Paese, sempre in secondo piano nei media italiani.

Il problema è molto radicato. L’interesse nasce da quello che il mercato editoriale vuol far vedere ed è tutto imperniato attorno alla pubblicità. In Italia è mancata una vera e propria educazione al lettore come è stata fatta in altri paesi, e diventa quindi molto difficile proporre progetti diversi da quelli che l’utente finale è abituato ad assorbire. Non dobbiamo però generalizzare, poichè ci sono delle ottime realtà anche in Italia.

E voi ne siete un chiarissimo esempio. Questa mancanza di apertura mentale porta molto spesso il lettore a sottovalutare un certo tipo di notizie che non lo riguardano da vicino e a sminuire il lavoro che molti giornalisti svolgono. Visto la predisposizione che lo stesso Andrea aveva per un certo tipo di storie, che ruolo date alla figura del reporter nel giornalismo moderno?

E’ un ruolo fondamentale, che permette di raccontare la storia. Noi non cerchiamo la verità, poichè non si può conoscere una verità assoluta. Ma nel seguire una storia bisogna cercare di essere il più neutrali possibili, per un giornalista la neutralità è sacra.
Una delle forze di Andy stava proprio in questo e nella documentazione. Una storia, prima di avere il diritto di raccontarla, voleva capirla fino in fondo e farla propria. Per lui questo era vitale: difficilmente andava in un posto solamente per pochi giorni per poi tornare a casa, scriverci il pezzo e cercare immediatamente di venderlo. No, lui poneva l’approfondimento e la ricerca come punti fermi del suo lavoro.

Punti che sono fondamentali per chi vuole raccontare un certo tipo di storie.

Certo. E’ anche vero che non sempre viene richiesto.

E questo è un altro enorme problema del giornalismo italiano, ma non è di questo che vogliamo parlare.

No infatti. Noi cerchiamo sempre di seguire la nostra identità. Se abbiamo un’idea a cui crediamo, cerchiamo di realizzarla. Siamo fatti così e lo dobbiamo fare. Ognuno di noi è molto diverso sia dal punto di vista fotografico, sia dal punto di vista umano. Ma l’intento e gli obiettivi finali sono comuni e sono stati decisi da anni di convivenza e lavoro insieme. Andy era il più fotogiornalista di noi; il suo obiettivo principale era quello dell’approfondimento, magari non d’inchiesta – quello spetta di più a chi scrive – ma approfondiva attraverso i suoi scatti.

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A volte trasmette molto di più una foto che un pezzo di 1000 parole. La foto del bunker può essere presa come esempio.
Si è letto che Andrea faceva fatica a trovare spazio nei giornali italiani poichè le sue foto mostravano la verà realtà di un conflitto. Torniamo ai problemi che siamo raccontati prima.

Dipende molto dalle situazioni. Ci sono stati conflitti con cui abbiamo avuto delle buone vendite e creato ottimi contatti con riviste e giornali. Ci sono molti fattori in gioco in questi casi: come ci siamo mossi noi per vendere il pezzo, chi abbiamo contattato, se siamo arrivati noi sulla storia prima o dopo altri. Poi è chiaro, ci sono alcune guerre che non vengono raccontate come si dovrebbe, ma non siamo nella posizione per giudicare questo sistema e non vogliamo nemmeno fare discorsi politici o faziosi, non ci compete.

Il lavoro che Andrea ha fatto in questi anni, per quegli stessi problemi che ci siamo appena detti, la maggior parte del pubblico italiano non lo conosceva e non conosceva la vostra realtà. Purtroppo molti si sono accorti del suo e del vostro lavoro solamente dopo la sua morte.

Mi sembra, purtroppo, abbastanza normale che il pubblico italiano venga a conoscenza di noi adesso…

Maydan protestSento un pò di rassegnazione nel tuo tono….

Non vedo tante alternative in questa realtà. Posso dirti che noi il lavoro che stiamo facendo lo abbiamo sempre fatto anche senza essere sotto i riflettori; avevamo il nostro mercato e comunque molte persone che ci conoscevano. Adesso c’è tanta gente che si è accorta di noi ed è un peccato che sia questa l’occasione.

L’obiettivo vostro rimane comunque quello di fare della buona informazione a prescindere che se ne parli o meno. Questo è sicuramente un bel messaggio che hai fatto passare.

Certo. Noi l’abbiamo sempre fatto e abbiamo tantissime storie che abbiamo prodotto e che però sono rimaste negli hard disk. Ma questo non ci ha mai scoraggiati e continuiamo a produrre quello che noi riteniamo di qualità e che ci appassiona.
E l’informazione era sicuramente uno degli argomenti che appassionava di più Andy ed era il più capace di noi in questo ambito.

Come lo ricordi, lavorativamente e personalmente parlando?

Andy era un nostro fratello. Siamo cresciuti insieme e subito siamo diventati una famiglia. All’inizio era dura: i soldi erano pochi e gli obiettivi difficili da raggiungere. Vivevamo tutti insieme in studio, avevamo perfino i letti dentro quello stanzino. Abbiamo passato anni a vivere e lavorare insieme e questo ci ha unito ancora di più. Era un fratello.
Poi Andy era il nostro motore. Lo ricordiamo per la sua velocità, per il suo modo di correre sempre. Lui era sempre pronto, sia nel contesto lavorativo che nella vita. Mentre stava finendo di lavorare su una storia, stava già pensando alla successiva, pronto a partire come sempre. Nel momento in cui c’era qualcuno che rallentava, lui era il primo a bacchettarti e a riportarti alla velocità giusta.

Era sempre sul pezzo insomma…

Si Andy era sul pezzo.

Maydan protest Ukraina 2014 © Andy Rocchelli / Cesura

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Questo è quanto ci siamo raccontati. Cosa mi è rimasto: la passione e l’umiltà con cui Alessandro mi ha parlato dei progetti che insieme ad Andrea e agli altri ragazzi di Cesura hanno portato avanti.

Le storie su cui Andrea ha lavorato e su cui stava lavorando non andranno perdute.
Cesura ha appena lanciato la campagna di crowfounding per la pubblicazione di un libro fotografico intitolato “Russian Interiors”: una progetto sulle donne russe su cui Andrea stava lavorando da oltre 4 anni. Volete contribuire? Cliccate qui
Noi di Positive Magazine faremo la nostra piccola parte con una  donazione poichè ci riconosciamo nella passione e nella dedizione con cui questi ragazzi lavorano.

h_02018670 h_02019675 The siege of Sloviansk The siege of Sloviansk The siege of Sloviansk The siege of Sloviansk

Andrea Rocchelli è morto facendo il suo mestiere.  Un mestiere che è come una vocazione. Questa è la parte finale delle parole che i suoi amici e colleghi gli hanno dedicato:

Andy was stubborn, Andy is stubborn and he will be forever.
He always had to compete with everything and everybody.

Everything he did, everything we did together was an injection of pure grit.
Every time he pissed us off, every time we laughed or we worked together our hearts were thumping. Every time we were spurred to go beyond, to run faster than him.
Rarely could we overtake him.
Now he got ahead of us, forever.

Andy was the best of us and also the bravest, and he’s gone.
He leaves his partner and his son.

We’re inconsolable and extremely mournful for such an immense loss for Cesura and for the press scene.

Irreplaceable fire-starter.
With a great virtue: getting the most out of very little.

Goodbye Andy

Si ringraziano Alessandro Sala per la disponibilità che ha avuto a parlare con noi in un momento difficile, e LuzPhoto per il materiale fotografico concessoci.

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