Lasciare Venezia – Keith Jarrett alla Fenice

Martedì 8 luglio, un improvviso temporale pomeridiano e Venezia è fradicia. L’acqua della laguna sale e alle Zattere le onde del canale della Giudecca arrivano ai piedi degli ingressi dei palazzi. Il cielo è blu, nero e indaco, il vento soffia davvero forte e dentro la Fenice c’è lui, il suo Steinway & Sons e il suo incredibile universo.
“Che nessuno tossisca o faccia rumore, mi raccomando!” e poco dopo lui sale sul palco, si siede al pianoforte e tutto ha inizio: due ore di improvvisazioni costellate da piccole citazioni e rivisitazioni dei classici (da Coltrane a Bach), una summa della sua anima, un viaggio nell’universo di Keith Jarrett.
Il concerto inizia e il brano rispecchia Venezia in quel momento, cupo, minore e stranamente autunnale. Una finestra su una calle, il ticchettio della pioggia, il vetro bagnato che distorce la vista, i passanti che corrono a casa. L’atmosfera è aleatoria, i piedi sono ancora bagnati e freddi per la pioggia fuori e si spera che nessuno tossisca (come è successo alla Salle Pleyel). La fama di difficile, incontentabile e capriccioso artista sembra non rispecchiare assolutamente il Keith Jarrett presente sul palco che, poco dopo il primo brano, inizia a parlare con il pubblico e a commentare la propria musica. Da qui è tutto un crescendo, il pubblico si rilassa e il genio di Jarrett si libera. E’ tutto pronto e tutto perfetto, si parte per il viaggio, si lascia la bagnata città lagunare e si va.
Queste due ore sono scandite da più di dieci piccoli brani, ognuno con un forte carattere, chi ritmato e chi riflessivo, con ispirazioni modali arcaiche o contemporanee e metropolitane. Jarrett è completamente a suo agio, morbido, travolto e concertato nell’afferrare la musica che lo circonda. Il suono scivola liquido e fluido, ricco di quelle sfumature che solo lui può farti conoscere. Un concerto perfetto, due ore trascorse in un altro mondo e su un’altra dimensione.

VZ

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