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Benedetta come Valeria. Mia figlia uccisa 10 anni fa a Londra. E oggi dimenticata.
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Benedetta come Valeria. Mia figlia uccisa 10 anni fa a Londra. E oggi dimenticata.

“Mia figlia aveva 30 anni. La data del suo diploma in informatica tecnologica è marchiata 6 luglio 2005: a pieni voti. Il giorno dopo, il treno proveniente dal Norfolk e diretto a Londra, che Benedetta prendeva ogni giorno per andare al lavoro, fece ritardo. Meno di venti minuti… una questione di meno di 20 minuti, una questione di coincidenze. Tanto è bastato per incrociare quel terrorista… Mia figlia l’hanno riconosciuta dopo 10 giorni con il Dna, da quanto era sfigurata e irriconoscibile. Io e mia moglie non l’abbiamo vista, meglio così, e quel diploma siamo andati a ritirarlo noi”.

Londra, 7 luglio 2005. Benedetta scende di fretta da quel treno di pendolari e sale sul terzo vagone del treno numero 204 della Circle Line, una linea della metropolitana. Alle 8.50, lasciata la stazione di Liverpool Street e a qualche decina di metri da quella di Aldgate, chi le stava vicino, a qualche decina di centimetri, si fa esplodere.

Benedetta Ciaccia e Valeria Solesin

Sono passati 10 anni dagli attentati di Londra: 4 kamikaze, 4 esplosioni, 56 morti, 700 feriti. Benedetta Ciaccia è l’unica vittima italiana di quelle stragi. Proprio come la 28enne veneziana Valeria Solesin, uccisa a Parigi il 13 novembre. Due giovani donne, la stessa scelta di cercare all’estero, non appena ventenni, il proprio futuro. Le analogie sono tambureggianti: come per Valeria, Benedetta conquista i suoi spazi, realizza i suoi obiettivi. Si stabilisce nel Norfolk, un’ottantina di chilometri da Londra, dove vive con il fidanzato pakistano di religione islamica. Diventa analista finanziaria, inanella diplomi, per oltre due anni lavora al Financial Times e approda quindi alla Penguin Books, un marchio forte dell’editoria appartenente al gruppo Pearson. Benedetta ha una marcia inarrestabile. Come Valeria. Poi, per entrambe, il clic che detona ogni avvenire.

“Sì… come Valeria. E pensare che quando partì, Benedetta non sapeva neppure parlare l’inglese…”.

Per Roberto Ciaccia la serata del 13 novembre ha avuto un sapore ancora più angosciante. Veder scorrere davanti al teleschermo di casa, a Roma, le immagini della Parigi sotto attacco è stato un crudele déjà vu di immagini dell’anima che non si possono descrivere.

“Ogni volta che accadono tragedie come questa, in casa si piange. Tutti ne parlano sempre in questi momenti e poi tutti se ne scordano. Bisogna invece tenere sempre vivo il ricordo, in ogni momento. Da quando abbiamo saputo di Valeria, qui in famiglia ci siamo subito messi in moto, contattando la segreteria del sindaco di Venezia con l’intenzione di incontrare, quando sarà il momento, la famiglia Solesin. Credo che anche Roma debba un riconoscimento alla figura di Valeria e voglio impegnarmi per questo obiettivo”.

In questi giorni Venezia è in lutto: iniziative, fiaccolate, proposte di intitolazione a Valeria Solesin si moltiplicano…

“Sono segnali belli, importanti per la famiglia che viene colpita da un dolore così atroce, che ti cambia la vita, che ti fa morire dentro. Io ho altre due figlie: la più piccola aveva 10 anni quando Benedetta morì in quel modo: ne rimase scioccata in modo profondo. Sono ferite che restano”.

Dopo 10 anni però il suo rapporto con il ricordo pubblico di sua figlia non è dei migliori…

“Con Veltroni venne dedicato un parco a Benedetta. Un parco che però nel tempo ha cominciato a perdere pezzi, con un paio di vendite di terreni, di cui uno ad un supermercato. Quel parco è diventato un giardinetto dove peraltro, attraverso il Forum Sicurezza Roma che animo, abbiamo tenuto iniziative importanti in occasione degli anniversari del 7 luglio e dell’11 settembre”.

Poi come sono andate le cose?

“Poi mi sono attivato per l’intitolazione di una via a Benedetta. La condizione che l’amministrazione comunale mi impose fu però di scegliere tra il parco e la via. Scelsi l’intitolazione della via che venne approvata all’unanimità dal Consiglio comunale nel 2011. Nel frattempo il giardinetto venne intitolato a Nicholas Green, il bambino statunitense ucciso lungo la Salerno-Reggio Calabria. Attualmente le cose stanno che la targa dedicata a Benedetta è già pronta da un anno e mezzo, ma tra trafile burocratiche e quello che è accaduto con gli scandali e la caduta della Giunta Marino, l’intitolazione ufficiale della via deve ancora avvenire”.

In queste ore un consigliere regionale del Lazio, Fabrizio Santori, ha denunciato con parole durissime il fatto che “il caso di Benedetta Ciaccia è un esempio emblematico di quanto le Istituzioni poco si impegnino a livello culturale per rinnovare la memoria collettiva delle vittime. Oggi piangiamo tutti la nostra Valeria Solesin, come ieri piangevamo Benedetta, uccisa sotto la metropolitana di Londra nell’attentato del 7 luglio 2005. Però, oggi, a dieci anni dalla sua morte e nonostante il voto unanime del Consiglio comunale di Roma, Benedetta ancora non merita di essere ricordata nella toponomastica capitolina e a nulla sono valsi gli appelli e le richieste all’ex sindaco Marino da parte del padre di Benedetta, che ha di recente inoltrato l’ennesima lettera disperata alle Istituzioni competenti”…

“Purtroppo è così. Ho scritto a tutti per sbloccare la situazione, vediamo come se ne esce…”.

La politica finisce inevitabilmente sotto accusa…

“La classe politica… non vonno – dice Roberto Ciaccia con il suo intercalare romanesco. Anche in questo caso volere è potere. Ma anche nel modo in cui si affronta l’emergenza del terrorismo si sente che spesso manca quella volontà di far star bene la gente e che prevale la voglia di prendere voti. Penso a Salvini che vuole cacciare via tutti e chiudere le frontiere. Ma questa non è democrazia: certo, servono regole. Ma non si può neppure creare un mondo che sa di dittatura. Io non sono politico, però…”.

Però… che idea si è fatto di questo quindicennio in cui la parola ‘terrorismo’ è entrata radicalmente a far parte delle nostre vite?

“Quando sento pronunciare questa parola, a volte mi viene da ridere amaramente: l’attentatore di mia figlia lo tenevano sotto controllo. Accade sempre così: aspettano che ammazzino le persone e poi si muovono magari con i blitz. Quel 7 luglio era in corso il G8 ad Edimburgo e tutta la sicurezza era concentrata lì. Nel frattempo a Londra accadde quel finimondo… In questi anni qualcosa è stato fatto, ma non basta. Penso a Roma, dove nella metropolitana ognuno entra ed esce come gli pare, senza controlli neppure sui biglietti”.

Schermata 2015-11-19 alle 00.31.50E Benedetta? Che idea aveva del mondo?

“Benedetta aveva un’idea aperta del mondo: era amica di indiani, musulmani, neri…. In Inghilterra poi, tutto questo è normale. Benedetta viveva di grandi aperture mentali, era brava, era buona. Era una grande figlia di una famiglia semplice. E purtroppo non ce l’ho più…”.

Ai genitori di Valeria cosa vuole dire in questo momento…?

“Semplicemente li abbraccio. E voglio dire loro che se vorranno, noi siamo qui di aiuto. Voglio dir loro: Famiglia Ciaccia… Presente”.

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