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#venezia73 – L’estate addosso. La Recensione
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Testo di Gabriele Niola
Foto: Alessio Costantino
In collaborazione con Badtaste.it

Un film italiano non mette in scena solo emozioni e storie umane nelle quali ci ritroviamo, mette in scena (o ci si aspetta che metta in scena) proprio noi, la società in cui viviamo e gli esseri umani che ci circondano, per non dire quelli che siamo e non vogliamo ammettere di essere. Abbiamo con questi film un rapporto inevitabilmente più intimo e gli perdoniamo molto meno, perché noi o il nostro mondo ne siamo i soggetti.

L’impressione quindi è che se L’Estate Addosso fosse stata una commedia spagnola su ragazzi in viaggio da Madrid all’America, l’avremmo probabilmente liquidato come un film ben fatto e carino ma nulla di più, invece essendo un film di Gabriele Muccino, in cui a San Diego ci si arriva da Roma, in cui i protagonisti sono apertamente dei ragazzi di buona famiglia (hanno frequentato un liceo privato tutto in lingua inglese, vivono in appartamenti dentro palazzi stile liberty) che cercano un senso al futuro della loro vita, il tasso di suscettibilità è altissimo. Lo è anche perché L’Estate Addosso non lesina in dialoghi che oscillano tra il poco plausibile e il naive, difficili da immaginare come reali e per nulla evocativi, come invece sanno essere le sceneggiature appositamente “fasulle”, quelle retoriche ad arte.

Eppure questo film estivo che racconta il grande topos letterario (e cinematografico) dell’esperienza formativa sul crinale dell’età adulta, un viaggio in un altro continente con la leggerezza e i contrasti di un film dei Vanzina (e non è un insulto, anzi) uniti alla maestria tecnica di Gabriele Muccino, ha anche una fluidità invidiabile che molto del nostro cinema proprio non conosce né sa dove sia di casa.

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L’Estate Addosso è Gabriele Muccino al 100%, si svolge nell’universo dei suoi film (l’incidente che dà il via agli eventi il protagonista lo fa con un Ristuccia, cognome delle famiglie di Come Te Nessuno Mai e Ricordati di Me) e conserva alcuni tratti distintivi dei suoi film italiani, come la maniera in cui si muove e fa muovere i suoi personaggi tra le mura domestiche, di stanza in stanza, usando le porte che si aprono e chiudono come cesure ritmiche e narrative, simili a coreografie. Inoltre conferma come Gabriele Muccino fatichi a fare commedie pure (nonostante ne abbia dirette non poche), il suo temperamento drammatico così prepotente ed esuberante sembra capace di trovare il dramma ovunque. Se questo in passato ha dato vita ad ottimi film, qui allontana la storia di un’estate spensierata dall’idea di teen movie. Maturo e adulto già nelle intenzioni. Girato metà in italiano e metà in inglese, questo film è probabilmente destinato ad un pubblico di ragazzi ma ha tutta l’aria di un’opera da adulto, narrata con il punto di vista di chi ragazzo non è e li guarda dall’alto. Indeciso su più fronti sembra un film privo di un pubblico potenziale.

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