Michele Böhm alla Caserma Pepe

Qualche settimana fa siamo stati a Venezia, all’ex Caserma Pepe, dove abbiamo organizzato durante il Festival del Cinema un evento per raccontare Positive Magazine in collaborazione con Biennale Urbana.

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Tra le tante attività che Biennale Urbana ha svolto nel mese di residenza all’interno dell’ex caserma militare Guglielmo Pepe al Lido di Venezia, c’è stata anche la mostra di Michele Böhm, milanese ma nato a Venezia una cinquantina d’anni fa e tra i primi, se non il vero e proprio pioniere della Computer Grafica in Italia.

Nei primi anni ’80 fonda con Marco Tecce la Crudelity Stoffe, che propugna l’Abolizionismo. Negli anni ’90 si dedica alla creazione di software legato all’analisi delle immagini e al riconoscimento dei caratteri, con cui inizia a produrre delle stampe perlopiù in bianco e nero. Nel decennio attuale dopo una parentesi di insegnamento Universitario a Roma in “Tecniche di simulazione dei paesaggi”, passa al Fotorealismo Elettronico e fonda con Francesco Palenga lo studio Codenrama. Ha esposto al Beaubourg, alla Biennale, al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. (Biografia Dal Sito Another.tv)

Michele Böhm descrive così il suo lavoro:

Si può affermare che qualsiasi immagine digitale altro non è che una sequenza ordinata di pixels di un colore qualsiasi (o più esattamente un colore su una tipica tavolozza di oltre 16 milioni di differenti colori). Ora, ragionando ad un maggiore livello di astrazione si può concepire la stessa immagine come una serie di “macchie”, regioni di colore omogeneo composte ciascuna da uno o più pixels. Queste regioni hanno una forma rilevabile, cioè è sempre possibile circumnavigare ciascuna di loro ottenendo così un contorno , una “linea spezzata”, una poligonale dello spessore di un pixel. Memorizziamo questa geometria, poi cancelliamo dall’immagine questo contorno e ripetiamo il ragionamento ottenendo un nuovo contorno interno al precedente fino a quando tutti i pixels della regione saranno esauriti. Poi passiamo alla prossima regione e così via fino alla fine dell’immagine. Questo sistema di interpretazione/lettura delle immagini è in ultima analisi una forma di vettorializzazione estrema, che smonta la geometria delle regioni di colore simile in liste ordinate di poligoni (o linee) e punti. I punti in realtà sono il riflesso di discontinuità forti nella distribuzione dei colori, che impediscono al punto stesso di fondersi in un contorno con i punti a sé adiacenti. Senza addentrarsi in ulteriori dettagli diciamo che si tratta di un processo concettualmente semplice ma assai laborioso, dato che una immagine è composta tipicamente da centinaia di migliaia o addirittura milioni di pixels, e i contorni delle sfumature di colore sono tutt’altro che ovvii, un processo quindi molto adatto ad essere eseguito da un software scritto su misura. E’ quello che ho fatto, ho scritto e riscritto questo programma e non l’ho mai commercializzato, si chiama “Isocrome” per sottolineare il fatto che ogni singolo contorno è nei fatti una “Isocroma” cioè una curva di livello di colore costante. Le Isocrome che ho l’onore di presentare qui sono pensate per una fruizione dualistica, da una parte il perdersi nell’incredibile e mai visto dettaglio quando le vedi da vicino, dall’altra godere del ricomporsi dell’immagine in un sorta di “Bulino Elettronico” quando le osservi da una certa distanza…

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