Referendum, Renzi cade. La sconfitta di un irresponsabile giocatore d’azzardo.

Dunque Matteo Renzi cade. E cade rovinosamente, sotto il peso di un 60% e di oltre 19 milioni di italiani che, con il loro NO, hanno intonato il de profundis alla sua riforma costituzionale. Un risultato che non lascia spazio ad alcun alibi se non al livore dei suoi instancabili pasdaran che, come giapponesi nella jungla, ora cercano miseramente di rispedire la palla della responsabilità del governo alla ‘accozzaglia’. Senza accorgersi che la guerra è finita e che già un secondo dopo la chiusura dei seggi l’accozzaglia si è sciolta, come era logico che fosse.

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Troppo comodo e meschino lo scaricabarile, dopo che per mesi Renzi e i suoi hanno giocato spregiudicatamente una roulette russa folle, un ‘uno contro tutti’ cercato a tutti i costi, con l’obiettivo di diventare potere pigliatutto sul tavolo verde del Paese. Il Paese invece ha reagito rispondendo NO, serrando le fila delle appartenenze politiche e pure della dignità personale, che Renzi voleva scardinare in nome del rinnovamento.

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Matteo Renzi si dimette da premier al termine di un referendum sanguinoso e lungo come una guerra del Vietnam, dove in palio c’era una ‘riforma modesta’ (cit. Romano Prodi, pur sostenitore del SI’) congegnata da chi ha voluto usare la Costituzione come grimaldello per solidificare, attraverso un plebiscito, il proprio potere personale. Per fortuna la Costituzione, che andava invece riformata in parlamento attraverso un lavoro di mediazione vera di cui Renzi è incapace, resta intatta.

Non solo Renzi non ha saputo operare la rimonta, non solo non è riuscito a colpire nell’immaginario della cosiddetta maggioranza silenziosa e a spingere al voto quei milioni di italiani che mancavano al suo appello per la vittoria. Al voto sono andati molti italiani (oltre il 68%) rispetto alla consuetudine consolidata. Ma proprio l’affluenza dilatata non ha fatto che rendere la sconfitta ancor più disastrosa, decretando sia il fallimento definitivo dell’agognato sfondamento nell’elettorato di centrodestra anzi ora ringalluzzito, sia l’inattaccabilità dei 5Stelle che Renzi pensava di saccheggiare a buon mercato, sia il rilancio di forze come la Lega che, nel nord e a partire dal Veneto, ha alzato la guardia di fronte al tentativo di scippo delle competenze regionali.

DSC_4626Negli elettori ha fatto semmai breccia lo sfinimento per il pressing ossessionante del premier e dei suoi. Un’invadenza evidentemente percepita come campanello d’allarme di una rincorsa motivata esclusivamente da ambizioni e interessi ristretti ad una elite arrogante. Persino dopo la debacle.

Sono tre i messaggi principali con i quali è stato tentato lo sfondamento. Accompagnati da altrettanti veicoli che dovevano drenare consenso e che invece hanno decretato l’affondamento.

Cambiamento. Non è passata l’idea del treno del cambiamento che passava il 4 dicembre e che poi non sarebbe più tornato per altri decenni, come la cometa di Halley (cit. Renzi). In questo treno Renzi ha caricato le sue truppe ciecamente fedeli, ma non ha saputo convincere la maggioranza dei votanti sul fatto che quel treno era guidato da una nuova, credibile e capace anticasta. D’altra parte, il suo era uno dei governi più longevi della storia della Repubblica (proprio la velocità renziana rende vecchio anche chi governa da pochi anni) e il sistema con il quale si è presentato al voto, marcatamente lobbista e da establishment, non è stato colto come elemento positivo di novità.

La maggioranza degli elettori non ha dato ascolto al megafono dell’ultima chiamata di un treno in partenza: più di qualcuno si è evidentemente interrogato su quale potesse essere la destinazione finale e sulla pulizia dei vagoni. Perdendo piacevolmente la coincidenza con il treno del cambiamento.

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Stabilità-governabilità. E’ stata respinta al mittente anche la minaccia del ‘se perdo vado a casa’, condita da svariate intimidazioni sulle possibili ricadute economiche della vittoria del NO: di fatto Renzi, per un anno intero, non ha mai tolto la mano dal grilletto. E il risultato gli ha detto male perché alla fine è prevalsa la parte di Paese che non era disposta a negoziare il proprio voto in nome di una pax governativa predicata dall’ispiratore di una guerra di religione. La maggioranza silenziosa emersa in dimensioni monumentali non è stata di certo quella splendidamente rappresentata da Romano Prodi, quella che decide di turarsi il naso perché prima di tutto viene l’investimento sulla stabilità e solo dopo il tasso variabile di democrazia.

Accozzaglia. Renzi ha scommesso pesantemente sull’iconografia dell’accozzaglia contro di lui. La sconfitta è dolorosa anche perché è arrivata contro un’armata Brancaleone. Ha perso contro un M5S incompleto, soggetto esclusivamente di lotta ma sostanzialmente incapace come forza di governo. Eloquente in questo senso la vicenda di Roma. La sindaca Virginia Raggi, che doveva e poteva diventare simbolo del grillismo governante, ha fino ad oggi completamente fallito la sua missione. Il suo gran rifiuto alla candidatura della capitale come città ospite delle Olimpiadi del 2024 è stato giustamente usato dal premier come paradigma del NO e della paralisi, cui opporre con facilità il verbo del fare, del dinamismo e dello scommettere in positivo sul Paese. Un’operazione tuttavia senza successo, affogata nelle mille schermaglie da pasdaran tra PD e M5S. Contemporaneamente Renzi non ha profittato delle irrisolte debolezze in cui naviga da lungo tempo il centrodestra. La sua sconfitta è la sconfitta di chi ha fallito nuovamente il tentativo di conquistare una fetta significativa dell’elettorato centrista, motore dell’ormai defunto Partito della Nazione. Tutto questo in assenza di una leadership unificante per il centrodestra, al momento parcheggiata all’ospizio da Silvio Berlusconi che in ogni caso è riuscito a rendere efficace la chiamata alle stampelle a favore del NO.

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Non da ultima la sinistra, interna ed esterna al PD: definibile come stoica (Bersani e i suoi) o come vendicativa (D’Alema) o come romantica (Civati ed altri) a seconda dei punti di vista, la resistenza della sinistra alla riforma costituzionale ha rappresentato un altro contributo alla causa del NO. Una resistenza che, anche quando si è fondata sui contenuti e sulla difesa della Costituzione come presidio di democrazia e anche quando non è dilagata nella opposizione viscerale a Renzi, ha comunicato pur sempre la sua natura minoritaria, priva momentaneamente di progetto. Nell’accozzaglia disegnata da Matteo Renzi, ed esposta permanentemente nel rush finale per sconfiggere il resto del mondo politico, c’era esattamente questo concetto, peraltro dotato di fondatezza: l’inesistenza di alternative di governo alla sua persona, l’esistenza di una sommatoria confusa di oppositori alla sua azione.

Eppure lo sfondamento non è arrivato. Perché? Un approccio possibile per comprendere i motivi del flop, sta nel guardare ai motori che sono stati utilizzati per veicolare i messaggi del cambiamento, della stabilità e della vincibile armata Brancaleone.

Il leader anticostituzionale. Divisivo, espressione di una ‘leadership esclusiva, solitaria ed escludente’ (sempre cit. Prodi), cruento nel separare chi sta con lui da chi sta contro di lui, spietato nel marchiare come grigiore ogni grigio del legittimo dubbio e della autonomia di pensiero rispetto ad ogni manicheismo, ostile dunque ad ogni forma di compromesso, Matteo Renzi è un leader anticostituzionale. Con lui, in questa campagna referendaria, la Costituzione ha perso ogni veste unificatrice del Paese e della sua comunità diventando elemento che ha spaccato in due gli italiani. Il motore da caterpillar che il fiorentino ha innestato nella macchina asfaltatrice della propaganda referendaria è lo stesso che ha utilizzato in altre occasioni, in nome della furia rottamatrice. Incurante della scia di tensioni, di scontro al limite dell’odio che ha ingenerato tra persone che sostanzialmente si sono poste da un lato o dall’altra del muro che lui stesso ha voluto erigere, Matteo Renzi ha incarnato l’antitesi dello spirito costituente. Il contrasto del voler rappresentare la stabilità attraverso uno scontro senza quartiere è stato stridente e, alla fine per lui, letale.

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Anticasta e trumpismo. Dalla costruzione del muro il tragitto che ha condotto a Donald Trump è stato breve. Nel finale della campagna referendaria la parola d’ordine, fatta rimbalzare sui territori dai suoi generali, era testualmente ‘il nostro modello deve essere Trump’. La traduzione concreta è stata la spinta sempre più decisa verso il populismo becero, dalla messaggistica inneggiante alla ghigliottina dei costosi senatori fino al linciaggio nei confronti delle Regioni e dei consiglieri regionali. A tal punto che, in non pochi casi estremi, gli stessi consiglieri renziani in giro per l’Italia hanno dovuto autolinciarsi pubblicamente e definirsi inutili parassiti della società pur di sperare di portare a casa un risultato che poteva garantire loro un posto al sole. Peccato che, come sempre, l’originale (in questo caso pentastellato, nemico giurato dei renziani) sia sempre meglio della copia. Peccato che la qualità della politica sia rimasta sullo sfondo, come un optional: Renzi ha allevato una schiera di replicanti del Verbo, svuotati di ogni spirito critico e dediti al calcolo personale, oltre che all’idolatria del Capo come ragione di vita politica. Altro che cambiamento: è stata la riproposizione della politica, trita e ritrita, dello yes man&woman. Un modello che, proprio alla luce delle modifiche costituzionali, poteva consegnare a Renzi uno strapotere, parlamentare e di governo, allarmante.
Grazie a Dio, non è andata così.

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Lobbismo, clientelismo e saldi. Altrettanto allarmante e indigesto è stato il marketing renziano applicato alla Costituzione. Da Confindustria alla formazione professionale, dagli agricoltori ai parrucchieri fino agli imprenditori di ogni ordine e grado, lo schieramento delle categorie economiche e produttive era totalmente appiattito sul SI’ di Renzi e a Renzi. Lettere, inviti e sollecitazioni a votare per la riforma hanno intercettato anche l’ultimo degli apprendisti. Non da ultimi i sindacati (costantemente demonizzati da Renzi), che dopo il mezzo accordo sul contratto degli statali, avevano chiesto di sancire alle urne il do ut des con il premier, pena ricevere una consistente e dignitosa marea di ‘No, grazie’. Scambi di favori, voti di scambio si erano moltiplicati in maniera esponenziale nelle ultime settimane. Chiarissimo Rettore di questo ateneo intitolato ad Achille Lauro (quello che in campagna elettorale regalava ai suoi elettori una scarpa sinistra e consegnava quella destra dopo il voto, salvo buon fine) era ed è Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania.

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Il suo agghiacciante discorso ai 300 sindaci della sua terra, trattati come discepoli incaricati di diffondere il verbo del SI’ e improntato sull’esaltazione del clientelismo come pratica di buona politica, rimarrà l’episodio più plastico del falso cambiamento che Renzi voleva imprimere. De Luca: un intoccabile, coccolato e difeso da Renzi e dai suoi anche quando ha sparato addosso alla presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, parole al gusto di camorra: “Quello che fece la Bindi è stata una cosa infame, da ucciderla. Ci abbiamo rimesso l’1,5 – 2% di voti. Atti di delinquenza politica. E non c’entra niente la moralità: era tutto un attacco al governo Renzi”. Il voto di scambio campano era un dogma da difendere a tutti i costi. Rivelandosi, in questo caso, fallibile (il NO in Campania ha toccato il 68,52%).
Era anche questo il cambiamento della politica, proposto dal sistema Renzi, che gli italiani dovevano approvare e che non hanno approvato. Alla stregua del voto di scambio e della Costituzione venduta al mercato delle vacche, sono state pure le decine di Patti che il premier ha stretto con amministrazioni locali e regionali, fissando nero su bianco stanziamenti a pioggia per una valanga miliardaria di euro. Da nord a sud del Paese, in maniera trasversale, promettendo mari e monti, assieme ad amministratori di ogni risma. Se ci fosse stato un sindaco di Casa Pound avrebbe stretto un patto marchettaro anche con quel diavolo che per mesi l’aspirante madre costituente Maria Elena Boschi ha spiattellato in faccia agli elettori del NO. Il trionfo del NO nasce anche dal diniego al tentativo, vecchio e sfacciato, di compravendita del consenso.

Renzi dunque cade. Sulla sua testa resta impresso da oggi un marchio difficile da rimuovere: ovvero l’idea che il rinnovamento di cui si è fatto portabandiera non sia nient’altro che puro ed opportunistico trasformismo, portatore dei peggiori vizi della politica italiana che affondano le proprie radici nella notte dei tempi. Scarsamente spendibile e credibile, l’ex premier non solo lascia colpevolmente il Paese senza governo, vuoto da colmare nell’immediato ma soprattutto al più presto tramite elezioni, dopo aver cambiato la legge elettorale.

C’è, parallelamente, un PD (messo tout court nel piatto della scommessa suicida) tutto da ricostruire. La grande manciata di forza ed energia che Renzi, con il suo tonfo di irresponsabile giocatore d’azzardo, ha dispensato al centrodestra e al M5S, impone a questo punto una profonda riflessione sulla direzione da prendere fin da subito e attraverso quali uomini e forze. Un’operazione complicatissima che Renzi potrebbe agevolare aggiungendo alle dimissioni da presidente del Consiglio anche quelle da segretario nazionale. Sempre a patto che, dopo il danno prodotto, non si metta pure a sparare da fuori, su ogni tentativo di ricostruzione che non abbia il suo marchio ormai appannato. La sua irresponsabilità sarebbe, a quel punto, più che totale.

Editoriale di Stefano Ciancio, Foto di Giacomo Cosua

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