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Inchiesta Consip, l’arresto di Alfredo Romeo. Per il PD un test-crash più forte della scissione.
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Inchiesta Consip, l’arresto di Alfredo Romeo. Per il PD un test-crash più forte della scissione.

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[dropcap type=”1″]I[/dropcap]n più Emiliano è stato convocato dai magistrati per riferire dei suoi contatti con Luca Lotti, fedelissimo di Renzi e attuale ministro dello Sport, iscritto anche lui nel suddetto registro per la suddetta inchiesta Consip. Come se non bastasse, Andrea Orlando, il terzo candidato segretario del PD, è Ministro della Giustizia e non serve aggiungere altro. Va aggiunto però che Alfredo Romeo, l’imprenditore arrestato oggi in relazione ad un episodio di corruzione nell’ambito dell’inchiesta Consip, è chiamato ‘l’avvocato’ perché si laureò in Giurisprudenza all’università di Napoli Federico II nel 1977. Quanto basta per dipingere un affresco da aula di tribunale.

Con la scissione ormai in archiviazione e in attesa di nuovi eventuali sviluppi, quello che sta iniziando, più che un congresso, ha tutte le carte per diventare un processo PD. Con un potenziale deflagrante ben più alto della stessa scissione. E a confermare l’allarme ci sono le parole dello stesso Orlando: “In questo momento noi dovremmo soprattutto sorvegliare il modo in cui conduciamo questa competizione. Perché in gioco non c’è soltanto il nostro destino, c’è il Partito democratico. Se la lotta diventa una lotta del fango, e vengono giù le pareti, non ci rimarrà niente. Non è che qualcuno guiderà una nuova casa. Rischia soltanto di trovare delle macerie”.

Il problema è che il bombardamento di J’accuse è già partito ed è destinato ad ingigantirsi. Se il buongiorno si vede dal mattino, l’incalzare dei 5 Stelle non lascia spazio a dubbi: “L’imprenditore arrestato questa mattina finanziava la Fondazione con cui Matteo Renzi sta girando l’Italia e sta facendo campagna elettorale per le primarie Pd. Dovremmo chiedere a Renzi di rendicontare tutte le entrate della sua Fondazione, perché di mezzo c’è un imprenditore arrestato per corruzione. Nel Partito democratico chi era a conoscenza dell’inchiesta sull’appalto più grande d’Europa? Questo silenzio di Matteo Renzi e di tutto il Pd è grave, ed assomiglia molto ad una ammissione di colpa”, dice Luigi Di Maio.

Domande-macigno quelle che inevitabilmente proporranno e riproporranno le forze politiche di opposizione. Snobbata, sminuita, ridicolizzata per settimane dallo stato maggiore renziano e dai suoi adepti, l’inchiesta Consip procede invece spedita in piena stagione congressuale. Ed è un macigno che trasforma non solo Matteo Renzi ma tutto il PD in un enorme bersaglio. Un fatto che, proprio in tempo di sfida congressuale, potrebbe acuire non tanto lo spirito unitario quanto quello da ‘si salvi chi può’.

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Ora che non c’è più l’alibi degli scissionisti, dei D’Alema, dei Bersani e degli Speranza che remano contro e chiedono a Renzi di farsi da parte, come si salva il PD dal rischio di sgretolamento?

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Se da un lato, di fronte all’inchiesta Consip, ci dovesse essere una chiusura a riccio compatta ed ermetica, degna di un’aula bunker, a pagare le spese potrebbe essere tutto il PD, accusato di una difesa senza trasparenza. Se invece prevarranno i distinguo tra i candidati e il congresso dovesse diventare processo, prendendo un tenore giudiziario (o giustizialista), il partito potrebbe esplodere in un tutti contro tutti non meno dannoso per tutti. Il farsi da parte di Renzi dalla competizione è una richiesta che potrebbe riprendere quota, in nome della salvezza del PD e dell’opportunità politica.

Se l’inchiesta Consip non si rivelerà nel giro di pochissimo tempo e, come sostiene il giglio magico, una bolla di sapone, sono questi i nodi che potrebbero venire al pettine molto presto. Ben prima della sentenza delle primarie, il prossimo 30 aprile.

Il test-crash, ben più forte della scissione, è servito.

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