Primarie PD. La remuntada rabbiosa di Renzi: un muro contro il centrosinistra.

Nel tentativo di remuntada in stile Barcellona di Matteo Renzi, che dopo l’affondamento del 4 dicembre punta sulla partita di ritorno delle primarie per riprendere il pieno comando del PD, c’è un accostamento con quanto è accaduto in Francia, con le primarie del Partito Socialista per la candidatura alle Presidenziali di aprile.

remuntada
‘La gauche du réel c’est moi’. La sinistra, quella del reale, sono io.

Nella rivendicazione renziana di rappresentare la vera sinistra si ritrovano tracce del canovaccio di Manuel Valls, il candidato nato proprio a Barcellona, nel quartiere di Horta, dove sorge il Parco del Labirinto. Nel labirinto Valls ci è rimasto, battuto da Benoît Hamon (il Bernie Sanders francese) e dal suo fulmineo contropiede: ‘La realtà è che la sinistra deve fare la sinistra’.

E Renzi? Incapace di uscire dal labirinto del sogno maggioritario, svanito con il doppio naufragio del referendum costituzionale e della legge elettorale, l’ex premier ed ex segretario PD sembra non voler fare i conti con la realtà. Lo spirito con il quale vuole operare la rimonta si è svelato al Lingotto, al termine di una tre-giorni che voleva dipingere il luogo-culla del PD come punto di ripartenza per un partito aperto.
Invece, proprio al termine della kermesse, Renzi ha rilucidato e sfoderato tutto il suo arsenale, dando un assaggio dell’approccio rabbioso, violento nei toni, che caratterizzerà la marcia verso le primarie del 30 aprile.

Proprio facendo leva sul ‘sono io la sinistra’, ha vinto ancora una volta l’animosità escludente di Renzi, quella che intende innanzitutto eseguire un trattamento punitivo e vendicativo nei confronti di chi ha deciso di lasciare il PD, di chi, secondo lui, ha commesso il peccato mortale di fargli perdere il referendum e di chi ha “cercato di distruggere” lo stesso PD:

“Essere di sinistra non è rincorrere totem del passato:
lo diciamo a chi immagina che essere di sinistra
è salire su un palco, alzare il pugno chiuso e cantare bandiera rossa.
Sono esponenti di una cosa che non c’è più a difendere i deboli.
È un’immagine da macchietta, non di politica”.

Oltre al suo voler tagliare i ponti e saldare i conti con la partita di andata del 4 dicembre, Renzi aggiunge in parallelo un’operazione di guerriglia sul fronte della giustizia, tema a lui caro perché tocca da vicino persone a lui care come gli indagati Tiziano Renzi e Luca Lotti. Di qui l’offensiva simil berlusconiana contro ‘le sentenze dei commentatori’, invitati dunque ad imbavagliarsi e a seppellire ogni notizia riguardante l’inchiesta Consip nel dimenticatoio. Senza dimenticare che nei giorni del Lingotto si è fatta largo la proposta di non rendere più divulgabili le informazioni di garanzia (gli avvisi di garanzia, nel blasfemo gergo giornalistico).

Nella remuntada da compiere a folate di rabbia, sete di vendetta e voglia di censura, il Renzi che ha ritrovato pieno smalto non solo rivendica per sé il doppio ruolo di premier e segretario, dimenticando che proprio questa sovrapposizione ha posto il PD in stato di abbandono. Ma salta a piè pari sulla questione centrale, imposta dal mondo politico reale che si è materializzato dopo il 4 dicembre: le alleanze.

Dario Franceschini

Alla domanda di Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano, ora impegnato nel progetto federatore ‘Campo Progressista’, sulle reali intenzioni di Renzi e dei lingottisti, lo spettro di risposte è stato a dir poco variegato. Dario Franceschini, spiegando che gli schieramenti alternativi non sono centrosinistra-centrodestra ma ‘responsabili’ contro ‘populisti’ non ha nascosto di guardare alla nascita di una grande coalizione, dunque anche con Forza Italia. Matteo Orfini invece rifiuta ogni di idea di nuova alleanza con Alfano, mentre ad Ettore Rosato andrebbe bene tutto, senza preclusioni persino nei confronti degli scissionisti.

E Renzi? La sua risposta, demagogica e fumogena, è che l’unica alleanza da fare è una ‘alleanza con i cittadini’. Quanto basta per intuire che di collanti, di mediazioni, di logiche da alleanze non ne vuole nemmeno sentir parlare: ‘la sinistra sono io’. Punto. L’autosufficienza è totale. La natura renziana non concepisce altro al di fuori di sé: o sei con me o sei contro di me. A tal punto che la risposta vera a Giuliano Pisapia sta giungendo all’interessato con la proposta di inserirlo nel listone a supporto di Renzi alle primarie. Come dire: che bisogno c’è di alleanze se puoi direttamente stare sotto di me?

Sono tutti elementi che disegnano un muro, non un’alleanza tra le forze del centrosinistra. Quanto basta per aver creato una netta distinzione tra la candidatura Renzi e quelle di Andrea Orlando e Michele Emiliano. Sicuramente l’impronta di Orlando, che in questa fase iniziale di primarie ha incassato anche il sostegno di parti significative di prodiani, è decisamente ecumenica e si aggancia allo spirito ulivista che lo stesso Pisapia vuole riproporre con un’operazione però ‘dal basso’, a differenza di quanto accadde con Romano Prodi e con la sua operazione federatrice, ma di vertice, tra partiti.

L’ostilità, la malcelata sopportazione di Renzi rispetto a tutto ciò che sta fuori di lui, alla sua sinistra, porta con sé il messaggio di quella ‘leadership esclusiva ed escludente’ che Prodi aveva bollato tre giorni prima del tonfo referendario. Un messaggio, quello di Renzi, che vuole essere inibitore, che vuole fare appunto da muraglia anche alla partecipazione degli stessi elettori del centrosinistra. Ma proprio questa offensiva livorosa, a caccia della remuntada, potrebbe far crescere una reazione ribelle, con una trasformazione delle primarie PD in primarie di centrosinistra.

Questo peraltro dovrebbe essere il primo ribaltamento da attuare da parte di chi ha deciso di sfidare la candidatura di Matteo Renzi. E questo, non a caso, è stato l’appello lanciato ieri da Andrea Orlando, per garantire la massima partecipazione possibile all’appuntamento del 30 aprile. Le primarie del PD infatti non decideranno solo chi sarà il segretario, ma stabiliranno giocoforza una linea di ostilità o di apertura al centrosinistra da parte del Partito Democratico.

Farle percepire, farle diventare un momento di democrazia davvero aperta alla partecipazione dell’intero popolo del centrosinistra e non relegarle ad appuntamento riservato alla cerchia di chi dice ‘La gauche réel c’est moi’ è la giusta risposta al rabbioso, chiuso e personalistico tentativo di remuntada di Matteo Renzi.

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