La Casa dei Diritti Don Gallo. Un’esperienza di resistenza attiva.

Era Lì, nel pieno centro di Padova, identificata solo dallo striscione con su scritto il nome del prete comunista a cui era intestata, Don Luigi Gallo. La Casa dei Diritti Don Gallo è uno stabile occupato a Padova dal Dicembre 2013 fino al 23 Marzo 2017. All’epoca, una cinquantina di migranti insieme all’Associazione Razzismo Stop ed altre associazioni padovane decisero di togliere i lucchetti a questo edificio, una volta adibito ad uffici, chiuso e inutilizzato da molto tempo. Reportage di Mara Scampoli

Fino a pochi giorni fa, in casa Don Gallo vivevano 52 migranti provenienti da diverse nazioni africane, tutti uomini tranne due donne. Sono arrivati da Nigeria, Mali, ma anche Eritrea, Somalia, Ghana, Senegal, Togo.

La maggior parte di loro ha abitato nella casa sin dalla sua occupazione, sebbene ci sia stato un numero variabile di persone che qui ha trovato negli anni un rifugio temporaneo. I migranti provenivano in buona parte da esperienze di accoglienza presso centri aperti a causa della cosiddetta “Emergenza Nordafrica”, la cui conclusione non aveva certo coinciso con una effettiva acquisizione di competenze e di strumenti utili a garantire delle possibilità effettive di inclusione nel territorio.


Dopo aver effettuato il periodo necessario ad ottenere i documenti presso i centri temporanei di accoglienza, sono infatti usciti dal sistema di protezione ed assistenza, restando di fatto senza una abitazione e senza un lavoro. Costretti poi nel circolo vizioso degli impedimenti burocratici, a cominciare dall’ottenimento della residenza per proseguire con l’accesso ai servizi ed agli aiuti che il Comune è tenuto ad offrire ai propri cittadini in difficoltà. Obbligati tuttavia a restare in Italia, anche a fronte della volontà di raggiungere amici o parenti in Europa, come previsto dalla Convenzione di Dublino.

Nella casa hanno vissuto in condizioni precarie, specialmente da quando, nel Dicembre 2015, sono state tagliate le utenze, ritrovandosi a vivere senza luce, né acqua calda, né gas. Per l’igiene personale, hanno scaldato l’acqua in pentoloni su fuochi accesi nello spazio comune esterno. Le criticità maggiori sono arrivate d’inverno, quando le uniche possibilità per scaldare gli ambienti erano delle stufette portatili con le quali far fronte alle temperature che di notte sono spesso  sotto lo zero.


D’altra parte, l’esperienza degli abitanti di Casa Don Gallo sembra essere comune ad una larga fascia della popolazione migrante in Italia, come si legge nel rapporto “Fuori campo” di Medici senza Frontiere, pubblicato nel Maggio 2016. MSF infatti ha pubblicato i dati relativi all’indagine effettuata negli insediamenti informali esistenti in Italia: almeno 40, distribuiti sul territorio, composti per lo più da giovani richiedenti asilo e rifugiati  che permangono con una media di un anno e mezzo fino a punte di cinque anni.

Il rapporto evidenzia come almeno 10.000 richiedenti asilo e rifugiati in Italia vivono al di fuori del sistema di accoglienza, in condizioni di precarietà e marginalità, senza alcuna assistenza istituzionale e con scarso accesso alle cure mediche.” Così come gli abitanti di Casa don Gallo, più del 70% è già titolare di una qualche forma di protezione internazionale o umanitaria.

Per quanto riguarda il Veneto, nell’elaborazione presentata da Odisseo sul Dossier statistico sull’immigrazione del 2016 del ministero dell’Interno si legge che ai primi di maggio 2016 (ultimi dati disponibili a chiusura del Dossier) erano presenti nelle strutture di accoglienza 8.701 richiedenti asilo, di cui solo 303 nel circuito Sprar.

A Padova, nel Maggio 2016 risultavano 1597 richiedenti asilo, la maggior parte dei quali ospitati presso strutture temporanee di accoglienza, e solo in minima parte presso i centri del sistema SPRAR (solo 36) che dovrebbe garantire agli immigrati la effettiva possibilità di acquisire delle competenze autonome per poter procedere con una integrazione effettiva.


Questi dati non rendono conto di quanti, nel frattempo, sono già usciti dai centri di accoglienza o hanno visto rifiutare il permesso di soggiorno e, in assenza di possibilità effettive di inclusione, finiscono nel grigio limbo degli irregolari, dei non residenti, privati di fatto di qualsiasi diritto civile.

I ragazzi di Casa Don Gallo in questi tre anni di esperienza si sono in qualche modo organizzati per vivere, nonostante la precarietà, nella maniera più dignitosa possibile. Hanno gestito diverse attività, anche aperte alla popolazione cittadina con la quale cercavano costantemente contatto. Hanno gestito negli anni la Ciclofficina, dove si riparavano le biciclette. Hanno organizzato un laboratorio di italiano. Un laboratorio di falegnameria. Un orto in cui coltivare verdure di stagione ed hanno allevato pure qualche gallina per le uova fresche. Nel cortile c’era anche un locale adibito a cucina, una tenda-chiesa per il rito cattolico ed uno spazio per la preghiera musulmana.


E poi c’è l’esperienza, tuttora attiva, dell’English languages Workshop, conversazioni tematiche in lingua inglese tenute da Mr. Dabre insieme ad una docente universitaria madrelingua.

Dabre, detto Baba poiché a 48 anni è il più anziano del gruppo, viene dal Ghana. Nel suo paese faceva l’insegnante, lì ha lasciato  moglie e  figli. Cercava un’occasione per migliorare la sua condizione di vita quando è venuto in Italia, ma il suo sogno è rimasto sulla soglia di Casa Don Gallo. E’ lui che manteneva i contatti con le associazioni, e che ha portato avanti insieme a loro la delicata trattativa con il Comune per poter rientrare in un sistema di aiuti che prevesse quantomeno un alloggio e delle opportunità lavorative. Adesso Dabre ha finalmente trovato una sistemazione presso una cooperativa, con un impiego consono alle sue  competenze.

Anche Obum, che di anni ne ha 34, ha trovato finalmente una nuova collocazione presso una Cooperativa. Sbarcato a Lampedusa nel 2011, aveva lasciato il Biafra nel 2007 per andare in Libia, dove ha lavorato per tre anni come elettricista presso l’ENI. Come tanti, a causa della guerra ha dovuto lasciare la Libia e rifugiarsi in Europa. E’ stato ospite di un centro di accoglienza in attesa di ottenere il permesso di soggiorno, ma una volta fuori dalla casa non ha trovato lavoro. Ha così tentato di spostarsi in altri paesi in Europa, senza riuscire tuttavia ad integrarsi. Rientrato in Italia, aveva iniziato un’attività di commercio di pezzi di ricambio per auto con l’Africa, ma anche questa attività è terminata, motivo per cui ha dovuto lasciare la casa nella quale viveva in affitto, per ritrovarsi nel 2013 in Casa Don Gallo.

Karim ha trovato un posto presso una cooperativa agricola, con una borsa lavoro di sei mesi. Quando l’ho conosciuto, ormai quasi un anno fa, mi aveva mostrato i suoi  documenti, tutti in regola, compresa la carta di identità ed il permesso di soggiorno per motivi umanitari, che a nulla erano serviti fino ad oggi affinché potesse trovare una qualche reale integrazione.

Karim ha 27 anni, viene dal Mali ed è arrivato in Italia nel 2011. Anche lui dopo essere stato ospite di un centro di accoglienza e dopo aver acquisito il permesso di soggiorno si è ritrovato senza casa e senza lavoro. E’ così emigrato in Francia, a Parigi, dove aveva trovato una sistemazione lavorando come autista e come uomo di sicurezza presso un locale pubblico. Aveva amici, una macchina di andava fiero, ed una vita tutto sommato serena. Però, nel 2013 è stato identificato dalla polizia francese e respinto in Italia secondo quanto prevede la convenzione di Dublino. Ed ecco anche lui nella Casa Don Gallo.
E comunque, come tanti altri ragazzi, ha cercato di darsi da fare arrangiandosi a fare lavori precari, come raccolta di carta o di capi di abbigliamento usati rivenduti poi per pochi euro.

Dalla sua occupazione, la Casa Don Gallo è stata sistematicamente ignorata da parte dell’amministrazione comunale, che si è rifiutata nel tempo di individuare interventi di sostegno alle persone ivi residenti, accogliendo per esempio la proposta delle associazioni di riqualificare lo stabile per trasformarlo in un centro effettivo di accoglienza.

Gli abitanti di Casa Don Gallo in realtà, hanno sempre cercato di rendere visibile la loro situazione, chiedendo in maniera esplicita un aiuto per individuare soluzioni alternative. Come nel Maggio 2014, quando hanno partecipato simbolicamente all’asta per l’acquisto dell’immobile, oppure quando, nel Maggio 2015, hanno consegnato le chiavi della casa al Sindaco, quale ulteriore richiesta di un intervento istituzionale in loro aiuto.

Caduta la Giunta del leghista Bitonci, si è finalmente aperto uno spiraglio per la possibilità di giungere ad una qualche soluzione in accordo con la pubblica amministrazione: E’ stato infatti avviato un tavolo di trattative che ha portato alla sottoscrizione di un Protocollo d’intesa per attivare percorsi d’integrazione lavorativa e sociale sottoscritto da diversi attori fra cui il Prefetto, il Commissario prefettizio del Comune, la Caritas, il Presidente del Fondo straordinario di Solidarietà per il lavoro, il Presidente provinciale di Confcooperative. Buona parte dei residenti è stata ricollocata presso cooperative ed associazioni che hanno dato la loro disponibilità ad offrire un alloggio ed una borsa lavoro ai migranti.

Tuttavia, nonostante lo sforzo delle associazioni che hanno mediato per l’individuazione di soluzioni per tutti i migranti, almeno una quindicina di persone sono rimaste escluse dalla possibilità di ricollocamento, e sono attualmente in strada senza nessun tipo di sistemazione, anche temporanea.  Per loro, l’odissea non è ancora finita.

La frontiera dei nuovi poveri  è questa.
L’impossibilità di vedere negli anni, a fronte di diversi tentativi, una effettiva concretizzazione del  diritto ad una integrazione per le persone migranti, conferma la inefficacia dei sistemi istituzionali e delle politiche internazionali nel far fronte al fenomeno migratorio, gestito ancor oggi con modalità emergenziali invece che strutturali. La resistenza da parte di molti Comuni del Veneto nell’attivare processi di inclusione effettiva, ad esempio rifiutando di aderire all’accoglienza diffusa del sistema Sprar, rischia di vanificare gli sforzi compiuti dalle associazioni e da quella parte della società civile che è impegnata nel costruire percorsi di integrazione. Il fenomeno migratorio non può essere affrontato esclusivamente con modalità repressive e securitarie, e la carenza di politiche locali e globali che sostengano possibilità effettive di inclusione rischia di alimentare sacche di disagio sociale e di precarietà, oltre che rappresentare uno scacco per la società civile dei diritti.

Sull’autrice di questo reportage:
Mara Scampoli è nata in Puglia.  Lavora come psicologa e psicoterapeuta. Ha studiato scienze sociali presso l’Università di Paodva, imparando poi le basi della fotografia documentaria e dell’antropologia visiva. I suoi lavori spaziano dalla fotografia di strada alla fotografia di viaggio, sempre con un’attenzione particolare alle interazioni sociali.

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