The Shape of Water, storia d’amore e diversità

Una bizzarra coincidenza oppure un segno del destino che Guillermo del Toro, autore messicano dalla contemporanea ed onirica poetica, presenti la sua nuova pellicola nella città sull’acqua per eccellenza. È proprio l’acqua, l’elemento principe di The shape of water,  ciò da cui parte del Toro per raccontare una storia di amore e diversità.

La trama nel suo canovaccio si mostra semplice, immediata e non priva di apparentemente banali citazioni, a cominciare dal disneyano La bella e la Bestia proseguendo con Splash – Una sirena a Manhattan di Ron Howard, ossia la storia di un umano innamorato di una creatura “altra”, una creatura diversa e lontana: in altre parole di un mostro.

È la storia di Elisa (l’espressiva e profonda Sally Hawkins), una giovane donna muta che fa le pulizie in un centro di ricerca nella grigia Baltimora del ’62, che si innamora di una strana creatura marina portata al laboratorio per essere vivisezionata dagli americani prima che arrivino i russi. Siamo nel pieno della guerra fredda in cui Kennedy e Kruscev  si giocano a dadi le sorti di un mondo macchiato dall’odio razziale e dalla paura della diversità.


L’autore fa della diversità il cavallo di battaglia della sua poetica, acquerellando con grazia ed eleganza un amore tenero e vero, che rientra nella sfera del fantastico ma al contempo è un inno alla libertà contemporanea.

La pellicola è ricchissima ed i temi, finemente trattati da del Toro con la ricercatezza di un artista barocco, toccando politica, etica, magia, amore, sesso ed autoerotismo. Il tutto è condito dalla musica della colonna sonora firmata da Alexander Desplat che senza ombra di dubbio è protagonista tra citazioni ed autocitazioni di ogni genere partendo da Nino Rota e passando per un omaggio al musical di Doris Day e Shirley Temple. “La creatura è intelligente, percepisce la musica” dice infatti un ricercatore del centro – in realtà spia russa  che cercherà di liberarla -; la musica si fa veicolo di immagini e di un senso positivo dell’esistenza.

Malgrado il sogno americano in The shape of water sia completamente rovesciato dal regista rispetto allo stereotipo dell’America del dopoguerra. Il benessere, la positività e gli ideali di famiglia non vengono qui incarnati dal classico uomo bianco di successo, alla guida della sua scintillante Cadillac che torna a casa alle 18 e trova pronta la cena preparata dalla mogliettina. No, qui il modello di serenità è racchiuso in una realtà di reietti formata da Elisa, il suo vicino di casa Giles, pittore squattrinato dopo l’avvento della fotografia (un preziosissimo Richard Jenkins) e la collega di lavoro Zelda – sagace e brillante Octavia Spencer – donna di colore che fa Dalila di secondo nome, dettaglio molto affascinante ed intelligente.

L’uomo bianco di cui sopra è invece “il cattivo” (Michael Shannon, non nuovo alla parte di antagonista) crudelissimo e senza scrupoli responsabile della sicurezza del laboratorio T4 in cui è rinchiusa la creatura marina; egli fa parte dei servizi segreti americani nella corsa contro i russi e il suo unico scopo – sia professionale che personale – è vivisezionare “il mostro”.

Se ti dovessi parlare di lei, la principessa senza voce, cosa ti dovrei dire?” è l’incipit della suadente e caldissima voce fuori campo con cui inizia il film… sicuramente che per l’autore, i diversi siamo noi.
Con questa ricchissima ed elegante pellicola, Del Toro ha firmato una delle sue favole più riuscite .

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