Now Reading:
Review: Dogman di Matteo Garrone
Full Article 4 minutes read
Un film da non perdere.

Un film eccezionale del regista italiano Matteo Garrone, applauditissimo a Cannes, che ha visto vincitore del premio miglior attore al protagonista Marcello Fonte.

4
TOTAL SCORE

Pietro De Negri, detto er canaro in romanesco, è un criminale italiano. Nel 1988 divenne famoso per il delitto del Canaro, il brutale omicidio dell’ex pugile Giancarlo Ricci avvenuto nel quartiere Portuense, via della Magliana. Stando alla sua confessione, torturò Ricci per sette ore, bruciandone poi il corpo. Di tutte le torture dette e confessate, non fu vera nemmeno mezza. Ricci morì in 40 minuti in seguito a delle martellate in testa. De Negri fu messo in prigione con una condanna ridotta perchè ritenuto affetto da disturbo paranoide, dovuto anche al consumo di cocaina. Uscì un anno dopo scatenando l’ira della gente. Gli fu riconosciuta in seguito un’incapacità parziale che lo riportò in prigione per 24 anni. Grazie alla sua buona condotta, fu rilasciato nel 2005 dopo aver scontato 16 anni. Vive attualmente con la famiglia e lavora come fattorino. Conduce una vita regolata da orari e coprifuoco.

Partendo da questo delitto – ma modificandone i contenuti-, Matteo Garrone ha girato Dogman. Protagonista è Marcello (Marcello Fonte), toelettatore di cani, che ha due grandi amori: la figlia Aida e i cani, per l’appunto. La sua vita la passa tra un cane e l’altro, e nel frattempo subisce le angherie di Simone (Edoardo Pesce), un ragazzo mastodontico, drogato di cocaina per la maggior parte del tempo e soprattutto criminale. Marcello, che in confronto è piccolo e mingherlino, è facilmente sopraffatto da Simone e non riesce a imporsi, anche quando la situazione si fa pericolosa per Marcello. Dopo un atto di criminalità che ha fatto arrestare Marcello e non l’autore Simone, il rapporto fra i due degenera e la violenza si fa brutale.

La trama di per sè presuppone un ambiente degradato, condizioni di vita che rasentano la povertà, in un ambiente tipico del Sud Italia. Ma di film così ce ne sono migliaia, tutti che portano alla luce il degrado dell’Italia meridionale, sottolineando gli intrighi mafiosi e criminali nella vita quotidiana degli abitanti di zone periferiche e dimenticate da Dio.
Con questo presupposto, è difficile non cadere in tentazione e fare un film copia-incolla di molti altri. Garrone, invece, è capace di dipingere il degrado umano e ambientale senza cadere nel banale. Come in Gomorra con le Vele di Scampia, la zona periferica della Magliana è l’emblema di un’architettura che si trasforma in luogo di osservazione quasi zoologica, intrappolando gli esseri umani in piccole gabbie en plein air, da cui è impossibile fuggire per migliorare la propria situazione.

La palette dei colori è desaturizzata, eliminando i contorni tra le persone e gli oggetti, appiattendo tutto a un unico colore sbiadito, come la loro vita. Il film inizio con un ringhio di pitbull, che si addolcisce grazie alla pazienza e calma di Marcello; infine termina con lo sguardo perso e confuso di una persona che si è ritrovata in un circolo vizioso senza fine: quello del degrado a tutti i livelli, consapevole di essere vittima, ma nello stesso momento è rimasto così radicato nello schema criminale del luogo da non poterne uscire, nemmeno quando la vendetta è necessaria. In quel posto ci è nato, come fa a uscirne?

Il film di Garrone non è una mera rappresentazione sociale e geografica degli ambienti degradati dell’Italia più bassa. Non è nemmeno un film-denuncia, un’inchiesta su ciò che succede quando noi guardiamo i social. Garrone gira un film psicologico, che arriva a scavare dentro alla vita di un essere umano abbandonato dall’empatia, dal senso di umanità, che in ambienti simile sparisce, rendendo la quotidianità una lotta alla sopravvivenza di cane che mangia cane. Gli altri abitanti, la moglie di Marcello, chiunque nel film ha perso ogni sentimento di umanità, che in realtà sopravviveva solo nel canaro. Ma anche lui alla fine è stato sottomesso dal sistema, dalla prassi quotidiana. Questo film non ha la pretesa di illustrare una realtà che ignoriamo, ma di dare una dignità – ferita, disperata – ai personaggi. Logicamente, da un film simile è possibile approfondire anche l’aspetto sociale e politico della periferia di Roma, ma questo è qualcosa che si va a fare dopo aver visto il degrado attraverso gli occhi dei protagonisti del film.

dogman

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Input your search keywords and press Enter.