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Recensione: Roma di Alfonso Cuarón
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La seconda giornata della 75 edizione della Mostra del Cinema è colorata di bianco e nero: Roma di Alfonso Cuarón tinge i volti del pubblico di grigio e di domande.

Roma è neorealista: non romanticizza le vite che si intrecciano sullo schermo, le mostra nella loro banalità, mentre le eleva grazie ad un uso intelligentissimo della macchina da presa – vera protagonista della pellicola -. I frame apparentemente immobili si rivelano come lunghissimi movimenti di macchina, perfettamente studiati, nei quali nulla sfugge al rigoroso controllo del dop che da alla luce il potere di scolpire ogni dettaglio.

 

Roma è la storia di Cleo, Yalitza Aparicio, donna di servizio in una casa piccolo borghese messicana degli anni Sessanta. La sua vita si muove al ritmo delle faccende domestiche della routine giornaliera: la vediamo lanciare secchiate d’acqua nell’entrata, la vediamo spesso lavare i piatti o alle prese con il bucato; acqua e sapone sono una costante, in certi momenti diventano quasi visivamente astratti, corrosivi. Il potere – simbolico – dell’acqua appare soprattutto nel finale del film: la protagonista ha appena svelato di non saper nuotare, ma si lancerà comunque nell’oceano, dopo i momenti di tensione, si lascerà andare in un pianto toccante, una delle poche emozioni da lei mostrata in tutta la lunga durata del film.

cuarón

Cuarón svela che il film è un modo di raccontare la propria storia: così come la vita di Cleo si intreccia alle proteste universitarie degli anni Sessanta, così un po’ della sua infanzia si è mescolata a quella della protagonista. Il regista messicano dice di aver voluto elevare la narrazione delle domestiche: mentre il bianco e nero contribuisce a dare drammaticità e formalità al testo filmico, vediamo le protagoniste scoprirsi a poco a poco; al finire del film abbiamo l’impressione che le interpreti siano ancora alle prese con la ricerca di sé e della propria voce. 

Il film trova un brillante equilibrio tra pubblico e privato, tra staticità e movimento; mostra una femminilità timida ma in processo di definizione; dà voce – seppur per molto poco – ad un’identità locale spesso sopraffatta.

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