Arte

guevara

La Fabbrica del Vapore di Milano ospiterà dal 6 dicembre di quest’anno al 1 aprile 2018 una grande mostra con materiale in parte inedito dell’archivio del Centro Studi Che Guevara a L’Avana sulla vita e sul mito che si cela dietro alla figura di Ernesto Che Guevara.

La mostra si concentrerà sulla vita privata e intima del rivoluzionario cubano, andando a contestualizzare un uomo all’interno di grandi avvenimenti storici. Ideata e realizzata da SIMMETRICO Cultura, la mostra è prodotta da Alma, RTV Comercial de L’Avana e dal Centro Studi Che Guevara, coprodotta dal Comune di Milano e la Fabbrica del Vapore, con il patrocinio e la collaborazione scientifica per il contesto storico e geopolitico dell’Università degli Studi di Milano e dell’Università IULM.

Nato nel 1928, Ernesto Guevara fu un medico di origine argentina, divenne amico di Fidel Castro, e partecipò alla rivoluzione cubana contro il dittatore Batista, salito al potere con una serie di colpi di Stato e con l’appoggio degli Stati Uniti. Quando nel 1959 i rivoluzionari cubani riuscirono a rovesciare la dittatura e a fondare un governo democratico socialista, Che Guevara divenne Ministro dell’Economia nel 1961 sotto il potere di Castro. Guevara lasciò Cuba e partecipò alle rivolte in Congo e Bolivia, dove venne catturato dalle forze governative e ucciso. Soltanto dopo molti anni il governo boliviano indicò il luogo nel quale il corpo fu sepolto.

Al confine tra Italia e Svizzera si colloca Chiasso, cittadina poco nota nella quale un importante evento ha visto la luce: Biennale Immagine, quest anno alla sua decima edizione, inizierà il 7 Ottobre 2017.

Un’evoluzione naturale quella avvenuta nel Cantone Ticino, che ha dapprima visto la comparsa di un Ufficio per la Cultura, il quale unito all’inaugurazione di una galleria – la Cons Arc – ha poi visto i propri ammirevoli intenti virare in un appuntamento che potesse ospitare l’arte visuale in numerose forme: dalla fotografia, alla video-arte. 
Dalla prima edizione di quello che era stato chiamato Autunno Fotografico nel 1996 – con 6 spazi all’interno della cittadina, e senza un tema comune – sono stati fatti numerosi passi in avanti e dal 2004 la collaborazione tra l’Ufficio Cultura del Comune di Chiasso e la Galleria Cons Arc ha dato vita a Biennale Immagine, coinvolgendo più spazi tra Ticino ed Italia. 
Non solo un evento che guarda al contemporaneo, ma soprattutto un organismo vivo che occupa gli spazi vuoti della città.

Il titolo della decima Biennale dell’Immagine è: Borderlines. Città divise/città plurali. Fino al 10 Dicembre Chiasso ed altre località del Canton Ticino saranno ravvivate da mostre, proiezioni ed incontri, costruiti sul tema della diversità, della città che diventano – agli occhi degli artisti – una sorta di osservatorio dal quale percepire i cambiamenti che stanno avvenendo nella società.

La giornata d’apertura sarà ricchissima di eventi:
La prima tappa di questo itinerario si svolgerà presso lo Spazio Lampo/Associazione Grande Velocità, prevede un viaggio immaginario a Elgaland-Vargaland – progetto d’arte concettuale svedese – permetterà ai visitatori di “ottenere cittadinanza e passaporto” per KREV: il “regno più popolato e raggiungibile al mondo” perché, come detto dai suoi Re, “è ovunque”.

Dal testo costitutivo di Elgaland-Vargaland:
With effect from the 14th of March 1992, we are annexing and occupying the following territories: […]
ii 
– Mental and perceptive territories such as: the Hypnagogue State (civil), the Escapistic Territory (civil), and the Virtual Room (digital)

Presso la Fondazione Rolla (Bruzella), si inaugurerà invece la mostra American Dream: una raccolta incredibile di immagini di autori internazionali, dalla collezione privata di Rosella e Philip Rolla. 
Robert Adams, Lewis Baltz, Richard Benson, Margaret Bourke-White, William Eggleston, Steve Fitch, Lee Friedlander, Frank Gohlke, Anthony Linck, Ezra Stoller, Hiroshi Sugimoto, Henry Wessel: tutti fotografi che hanno fermato, attraverso le proprie foto, alcuni dei momenti più significativi dello sviluppo socioeconomico e culturale dell’America, dagli anni ’50 ad oggi.

Immagine
© Michael Wolf Architecture of Density

La sera l’inaugurazione della mostra Michael WolfLife in Cities, allo Spazio Officina, alle 19.00, alla presenza del curatore Wim van Sinderen. Progetto in collaborazione con i Rencontres de la photographie di Arles e il Fotomuseum dell’Aia.

Per maggiori informazioni qui.

 

Spanghero

La Chicago Architecture Biennial è un’organizzazione non-profit, nonché la più grande esibizione d’architettura e design del Nord America, con più di 141 professionisti del settore e più di 20 nazioni rappresentate, il tema dell’edizione del 2017 è “Make New History”, la speranza è quella di creare un forum su architettura ed urbanesimo, tra esibizioni e conferenze aperte al pubblico. Dunque un luogo davvero adatto per la mostra curata da Alessandro Possati e presentata da Zuecca Projects.

L’esibizione sarà allestita alla Ballroom of SAIC, nella quale dei video attenderanno i visitatori, immergendoli nelle registrazioni ambientali e risonanze acustiche di Spanghero: la ricerca sonora dell’artista esplora le tenebre dei teatri, rivelandone – con fasci di luce acustici – la fisionomia architettonica.

Il progetto Monologues inizia nel 2014 e sin dal principio si focalizza sui rapporti tra architettura e suono, ed ha già calcato i palcoscenici di dodici tra i più rilevanti teatri italiani, compresa la Fenice ed il San Carlo a Napoli.

Michele Spanghero, artista multidisciplinare, si dedica da anni al campo della musica ed a quello della ricerca fotografica, sempre volgendo lo sguardo verso l’impercettibile, il marginale, al fine di attirare sguardo ed orecchio dello spettatore all’inosservato. Nel 2016 riceve menzione come “Miglior giovane artista italiano” da Artribune, e vince il Premio Internazionale Arte Pubblica a Sesto nel 2015, inoltre ha già esposto e si è esibito in numerosi gallerie e palcoscenici di tutto il mondo, per esempio all’Ambasciata Italiana (Bruxelles, Belgio), Mart – Museo d’Arte Trento e Rovereto, Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia), e tantissimo altro.

Le sue risonanze acustiche prenderanno “materialità” fino a creare un ponte ideale tra le due Biennali, quella di Chicago e quella di Venezia.

body

Ha Inaugurato lo scorso 1 aprile la mostra “Body in action”, presso Spazio Ridotto a Venezia, che vede rinnovare la collaborazione tra l’organizzazione veneziana Zuecca Projects e Museion, il museo d’arte contemporanea di Bolzano. Nel maggio 2016 era stato presentato il video dell’artista thailandese Korakrit Arunanondchai nella sala “Bauer Ballroom” dello storico hotel veneziano, parallelamente alla sua personale a Museion.

Questa volta la collaborazione ruota intorno a quattro posizioni tutte al femminile. Il corpo femminile nelle sue diverse accezioni è infatti al centro dei quattro video in mostra, dell’artista americana Eleanor Antin, della francese Lili Reynaud-Dewar e di Sonia Leimer e Ingrid Hora, entrambe italiane e nate in Alto Adige. Attraverso la presentazione di diversi scenari, le opere indagano questioni legate all’identità, all’appartenenza di genere e al concetto di resistenza, tutto in chiave ironica e attraverso l’utilizzo della finzione e di giochi ambivalenti.

Il titolo della mostra “Body in action” richiama il mondo del fitness e quindi un fisico prestante, in grado di compiere una buona performance. In riferimento alle opere esposte diventa un chiaro rimando al corpo delle artiste o dei soggetti protagonisti dei video, modificando così in chiave artistica l’accezione di “performance”. Un corpo che prende posizione, si trasforma, si muove, rotea, suona, aiuta a mutare la percezione di chi guarda e ascolta. Un corpo attivo e attivatore.

Un corpo che cambia per gioco sembianze, come nel video di Eleanor Antin (New York, 1935). L’artista americana è stata pioniera delle ricerche degli anni ‘70, epoca in cui il corpo entra nella pratica artistica per analizzare le relazioni tra individuo e società e per allontanarsi dalle convenzioni. Nel video The King è documentata l’operazione di mascheramento che attua l’artista sul suo volto per diventare il re di Solana Beach (The King of Solana Beach è una serie di fotografie che documenta l’omonima performance). L’artista sperimenta un’altra se stessa attraverso la costruzione idealizzata di una propria personalità al maschile: con una barba posticcia, una cappa di velluto, una camicia di pizzo, stivali di pelle, jeans e un cappello a tesa larga, Eleanor Antin camminerà poi per le strade di un piccolo villaggio a nord di San Diego conversando con alcuni abitanti.

Dal travestimento al maschile alla trasformazione in un cyborg. È quanto avviene nel video di Lili Reynaud-Dewar (La Rochelle, Francia 1975). Il corpo dell’artista è coperto solamente da colore argento e sui denti porta dei grills (decorazioni per denti con funzione di status symbol della cultura rap e hip hop) mentre danza negli spazi vuoti del museo. I movimenti sono ispirati a Josephine Baker, prima donna di colore a conquistare fama internazionale come danzatrice, musicista, attrice e attivista politica. Mentre è nello spazio con la danza e la presenza del proprio corpo, Lili Reynaud-Dewar si muove sul limite sottile tra appropriazione e vulnerabilità. Il video è stato creato per la mostra Teeth, Gums, Machines, Future, Society, personale dell’artista attualmente esposta a Museion (fino al 07/05/2017). Qui passi dal Cyborg Manifesto di Donna Haraway, scritto nel 1985, sono accostati ad atmosfere science-fiction, musica rap e al dibattito sull’emancipazione e post-colonialismo.

Ed è proprio quest’ultimo aspetto che collega la danza di Reynaud-Dewar con la musica western di Sonia Leimer (Merano, 1977). Il video Western oscilla tra realtà e finzione: inizia con un lento movimento della telecamera su un paesaggio che ricorda quello dei film western, fino all’incontro con un’orchestra tutta al femminile che suona la famosa colonna sonora composta da Elmer Bernstein per il film “I Magnifici Sette” (1960) di John Sturges. In realtà il paesaggio è quello georgiano, terra di confine tra Europa e Asia, e zona di conflitto. Utilizzata come ambientazione per la realizzazione di diversi film, la Georgia ha incarnato l’immaginario Western nel cinema.

Courtesy Spazio Ridotto

Il cambiamento di punto di vista auspicato dalla pratica di queste artiste si manifesta chiaramente nel video Die Wende di Ingrid Hora (Bolzano, 1976). Il termine tedesco (la svolta) infatti, fa riferimento sia al giro completo sott’acqua compiuto dagli atleti nel nuoto sincronizzato, sia alla svolta avvenuta nella società e nella politica della Germania dell’Est dopo la caduta del muro di Berlino: Die Wende indica il processo di cambiamento dal socialismo e dall’economia pianificata alla democrazia e al capitalismo. Come spesso accade nelle opere dell’artista, anche in questo caso un concetto profondo prende forma in una situazione di apparente normalità: il video mostra infatti un gruppo di anziane signore di un’associazione della Germania dell’Est, che si ritrova a compiere una coreografia di nuoto sincronizzato intitolata, appunto, “Die Wende”. Riuscirà questo gruppo di signore a compiere la svolta?

Body in action. Video dalla Collezione Museion
Artiste in mostra: Eleanor Antin, Ingrid Hora, Sonia Leimer, Lili Reynaud-Dewar

Spazio Ridotto, Calle del Ridotto 1388, San Marco,
Venezia
10.00 AM – 06.00 PM.
Ingresso libero

Frida

Articolo di Lara Cossalter

La collezione Gelman nasce nel 1941, quando Jaque Gelman e Natasha Zahalkaha si incontrano a Città del Messico.

I coniugi emigranti dall’est Europa diventano presto grandi mecenati, stringendo rapporti di amicizia con Frida Kahlo, Diego Rivera e altri artisti messicani come Rufino Tamayo, Marìa Izquierdo, David Alfaro Siqueiros, Angel Zarraga.
Le opere di questi ultimi sono esposte nelle prime sale del percorso espositivo, ma poco più in là Diego Rivera e Frida Kahlo ci attendono e ci accolgono come fossero nella loro Casa Azul.

Le stanze sono rosse come il loro ideale, la loro passione, il loro amore e il loro dolore; azzurre come la loro dimora, come il loro cosmo e la loro trascendente realtà.
Frida e Diego si mostrano attraverso le loro opere, attraverso le fotografie scattate da fotografi come Manuel Alvarèz Bravo, Nikolas Muray e in questi scatti Frida ci guarda negli occhi con determinazione, consapevolezza e una lieve melanconia.

Diego Rivera, Girasoli, 1943 – The Jacques and Natasha Gelman Collection of 20th Century Mexican Art and The Vergel Foundation, Cuernavaca

I leggendari scatti colgono il suo carico concetto identitario, quella sua necessità di guardarsi allo specchio e dipingersi, a volte come una principessa azteca, altre volte come una sposa spaventata, ma anche come un’amante, un’artista, una madre e una che madre non lo è più.

In ogni caso, Frida non manca di offrirci i suoi occhi, ce li impone e noi non possiamo sottrarci al suo sguardo magnetico e imperativo.
E’ lo sguardo di una donna intensissima e selvaggia, libera, ma non da se stessa.
Attraverso il percorso espositivo anche le sue nature morte, cariche di colori carnali e brillanti, in realtà, sono autoritratti del dramma; il rosso sanguinoso di un frutto aperto richiama il rosso accesso del rebozo magenta e vien facile chiedersi se tutto non si riassuma “ in un pezzo di stoffa rosso inchiodato su un muro bianco calce: straccio di sangue cocente contro la prigione delle ossa”. (Michel Leiris)

Tutto questo dolore, Frida lo esprime attraverso un corpus pittorico, che coincide con un corpus fisico; “analitica e tedesca”, come direbbe Diego Rivera, racconta le sue sofferenze attraverso gli organi malati, come in Colonna spezzata del 1944 e i collegamenti didascalici, dati da vene, arterie, capillari e cordoni ombelicali conducono il dolore fino a noi.

Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943 – The Jacques and Natasha Gelman Collection of 20th Century Mexican Art and The Vergel Foundation, Cuernavaca

Dalle pagine acquerellate del suo Diario pittorico, Frida ci dice “Soy la disintegraciòn”e tenta di mascherare quel suo corpo simile a un vetro rotto, quel suo cuore frantumato, indossando costumi da Tehuana; “come una bomba infiocchettata” adorna di gioielli tintinnanti che annunciano il suo arrivo, mette in scena l’identità messicana, quella mexicanidad che ha ispirato i grandi stilisti della moda occidentale, come Elsa Schiapparelli, Valentino, Ferrè e Antonio Marras. Frida, un’icona globale attraverso la sua bellezza androgina, passionale e triste, ci insegna ad aprire gli occhi per vedere il mondo, il suo mondo: il Messico.

Un Messico intriso di quel sognante realismo che André Breton si ostinava a definire Surrealismo; ma la straordinarietà visionaria e tragica di Frida Kahlo non è surrealista. Lei dipinge la sua realtà, che assomiglia enormemente al Messico.
La mostra volge al termine.

Nell’ultima stanza Frida ci fissa negli occhi, come sempre.
Indossa un costume popolare che le incornicia il volto con merletti bianchi e qualche nastro: sembra una Madonna.
Nel suo sguardo il suo dolore, nella sua mente Diego, colui che l’ha fatta vivere e colui che l’ha uccisa ogni giorno.
Le sue labbra sono immobili, ma possiamo udire il suo canto: “Gracias a la vida”.

Sì, Gracias a la vida. E grazie a te, Frida.

LA COLLEZIONE GELMAN:
ARTE MESSICANA DEL xx SECOLO. FRIDA KAHLO,
DIEGO RIVERA,
RUFINO TAMAYO,
MARIA IZQUIERDO,
DAVID ALFARO SIQUEIROS,
ANGEL ZARRAGA

fino al 26 MARZO 2017

PALAZZO ALBERGATI
VIA SARAGOZZA,28 – BOLOGNA

WWW.PALAZZOALBERGATI.COM

Nuova mostra in vista per lo spazio “Zuecca Projects“, all’isola della Giudecca  Venezia: apre infatti l’11 novembre l’esposizione “The Secret Key”, ovvero una collaborazione tra lo spazio veneziano e l’artista americano, con base a Berlino Slater B. Bradley.La mostra curata da Alessandro Possati, sarà un vero e proprio workshop di tre giorni che si focalizza sulla nuova serie dell’artista americano intitolata “Shield”, in particolare incentrati sul tema della coscienza, dell’espansione dello spirito e della mente.

Artwork © Slater B. Bradley. Courtesy Slater Bradley Studio, Berlin, Germany and Galeria Filomena Soares, Lisbon, Portugal
Artwork © Slater B. Bradley. Courtesy Slater Bradley Studio, Berlin, Germany and Galeria Filomena Soares, Lisbon, Portugal

Bradley è assurto all’attenzione internazionale con una performance al Solomon R. Guggenheim Museum di New York nel 2005 e la sua partecipazione alla Biennale Whitney, sempre a New York, l’anno precedente. Da allora ha esposto in musei e gallerie di tutto il mondo, riscuotendo un grosso interesse. Da un anno ha creato una serie di lavori astratti che oscillano tra pittura e fotografia chiamati ‘Shields’, scudi. In occasione della mostra veneziana The Secret Key, l’artista ha creato un set di tre “Shields” in oro, nero e argento con la tecnica dei pennarelli indelebili.

Artwork © Slater B. Bradley. Courtesy Slater Bradley Studio, Berlin, Germany and Galeria Filomena Soares, Lisbon, Portugal
Artwork © Slater B. Bradley. Courtesy Slater Bradley Studio, Berlin, Germany and Galeria Filomena Soares, Lisbon, Portugal

Come punto di partenza, Bradley prende la fine del mondo annunciata dal Calendario Maja per il 21 dicembre del 2012. Il lavoro artistico indaga il cambiamento della coscienza umana e della spiritualità nell’arte contemporanea in tempi di incertezza, d’intelligenza artificiale e sovrabbondanza di immagini e informazioni.La collaborazione con Zuecca Projects prevede un tour guidato a luoghi spirituali (vedi il programma sotto). L’artista, infatti, intende posizionare  la serie di “Shield” in dialogo con le Case di Dio durante la prossima Biennale d’arte nel 2017.

Sull’Artista:
Slater B. Bradley è nato a San Francisco, California nel 1975; attualmente vive e lavora a Berlino, Germania. Il suo lavoro è stato protagonista di mostre antologiche in numerosi musei internazionali tra cui The Solomon R. Guggenheim Museum, New York (2005), UC Berkeley Contemporary Art Museum and Pacific Film Archive, California (2005), Contemporary Art Museum, St Louis, Missouri (2007), De Hallen Haarlem, Haarlem, The Netherlands (2009), Whitney Museum of American Art, New York (2010), Aspen Art Museum, Aspen, Colorado (2011), and the Johnson Museum of Art, Ithaca, New York (2013). Le prossime esposizioni sono previste al Contemporary Art of Flanerie alla Barnes Foundation, Philadelphia, Pennsylvania (2017) e alla National Portrait Gallery, London, UK (2018).
Artwork © Slater B. Bradley. Courtesy Slater Bradley Studio, Berlin, Germany and Galeria Filomena Soares, Lisbon, Portugal
Artwork © Slater B. Bradley. Courtesy Slater Bradley Studio, Berlin, Germany and Galeria Filomena Soares, Lisbon, Portugal
Programma del tre giorni di workshop:
Venerdì 11.11.2016
11:00 – 12:30

Kundalini Yoga con Che Ahlers
Traditional Kundalini yoga che combina krya, respirazione, meditazione e rilassamento.
13:00 – 16:00

Cimitero e Chiesa dell’Isola di San Michele
19:00

Inaugurazione mostra The Secret Key
20:00 – 21:30

Planetary Cymatic Resonance & Nicole Olmsted Sound Healing.
Una sintesi musicale tra calcoli scientifici, tecnologia moderna e antia saggezzaSabato 12.11.2016
11:00 – 12:30
Kundalini Yoga con Che Ahlers16:00 – 18:00
Chiesa di San Salvador20:00 – 21:30

Planetary Cymatic Resonance & Nicole Olmsted Sound HealingSunday 13.11.2016
11:00 – 12:30
Kundalini Yoga con Che Ahlers16:00 – 18:00
Chiesa dei Gesuiti

21:00 – 23:00

Cerimonia di chiusura con la luna piena: GOODROOM presenta 528 Hz Music and Sounds by Popol Vuh

Per maggiori informazioni:
Zuecca Projects
info@zueccaprojectspace.com

All’interno dello Spazio Ridotto, a due passi da Piazza San Marco, verranno proiettati diversi video realizzati dagli artisti selezionati durante Expo Chicago 2016. Grazie ad un accordo tra le due istituzioni, lo spazio Ridotto si trasformerà in una estensione della fiera americana, presentata in collaborazione con l’istituto di cultura italiana a Chicago.

La mostra che sarà ufficialmente aperta al pubblico dal 24 ottobre al 25 novembre, sarà l’occasione per vedere i lavori di Virginia Colwell | MARSO, Mexico City; Jonas Dahlberg | Galerie Nordenhake, Berlin, Stockholm; David Hartt | David Nolan Gallery, New York; Jesper Just | Galerie Perrotin, New York, Paris, Hong Kong, Seoul; Bettina Pousttchi, | Buchmann Galerie, Berlin, Lugano; Iñigo Manglano-Ovalle | Christopher Grimes Gallery, Santa Monica.

La scelta curatoriale di Expo Video allo spazio ridotto è stata fatta in funzione di un programma che risponda ad una necessità di raccontare l’architettura attraverso una collezioni di video e di nuovi media. La mostra che è appunto un evento satellite di Expo CHICAGO, è in contemporanea con la 15° Biennale Di Architettura di Venezia, una delle mostre più importanti del mondo nel settore. Il tema scelto richiama le “Città invisibili” di Italo Calvino, evidenziando interrogativi posti a riflettere sui temi dello spazio e di come viene vissuto lo spazio.

Citando Marco Polo, “Ogni città è l’immaginazione di Venezia, la prima di tutte le città prima delle altre”.
Il programma presentato allo spazio Ridotto include poi il lavoro di David Hartt “The Republic”, che traccia il piano urbanistico del greco Costantinos Doxiadis, sia per una città come Atene, ma anche per Detroit, come forma di partenza per navigare in quei due progetti poi mai davvero realizzati nella sua interezza.

gregorini
The Desperate Kingdom of Love” – prima personale di Pietro Gregorini (tra i primi a lavorare a Positive Magazine, firmando la grafica del nostro primo sito web) fotografo per passione marchigiano naturalizzato milanese – è un’esposizione che nasce da una ricerca sulla dimensione più nascosta e intima del sentimento: tre storie diverse tra loro, ma osservate attraverso un’unica lente che ha cercato di fermare gli istanti privati di cui siamo spettatori invisibili.

Non è un caso che il titolo scelto per la mostra, che si inaugura oggi al MONO di Milano e proseguirà fino al 2 novembre, richiami l’omonimo brano di PJ Harvey, una tra le vette più intimiste dell’artista britannica, a rappresentare un progetto sull’amore dall’intento estetico realista, delicato e al tempo stesso decadente.
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L’esposizione raccoglie una selezione di polaroid e scatti analogici. La scelta del mezzo è stata dettata dalla ricerca di un’esperienza di scatto imprevedibile e autentica: l’analogico infatti non lascia spazio alla manipolazione, al controllo in tempo reale, restituendo più verità e intensità sia al momento della produzione fotografica che, di conseguenza, alle immagini.

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La serie “Pagan Poetry” (Polaroid Type 100, 2010) si compone di istantanee che descrivono una didascalica rappresentazione dell’atto sessuale all’interno della coppia omosessuale. Qui, lontano dagli immaginari distorti, la naturalità dei gesti spoglia il momento di ogni stereotipo ossessivo per restituire spazio al sentimento e all’intimità.

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“While You’re Away” (Polaroid Type 1200, 2011) esplora la dimensione emotiva del rapporto amoroso a distanza. Il progetto si sviluppa come il monologo visivo che racconta la storia di un’assenza e apre le porte di uno spazio domestico tormentato. In questo vuoto, anche oggetti ed eventi di poco conto diventano essenziali per colmare una solitudine difficile da sfuggire.Chiude la mostra una serie di dittici intitolata “Winter Journey” (Pellicola 35mm, 2011-2014) dove la scansione temporale di architetture e ritratti, attraverso un atipico reportage di viaggio, suggerisce il percorso di una relazione e il suo inevitabile epilogo.

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Pietro Gregorini nasce a Fano nel 1984. Inizia a fotografare da autodidatta all’età di otto anni. Da allora ha scattato e raccolto centinaia di fotografie sperimentando varie tecniche tra cui analogico, instant e digitale. Attualmente vive a Milano e lavora come Art Director in un’agenzia pubblicitaria.Inaugurazione 20 ottobre alle ore 19.00
MONO, Via Lecco 6, Angolo Via Panfilo Castaldi, Milano

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Tra le tante attività che Biennale Urbana ha svolto nel mese di residenza all’interno dell’ex caserma militare Guglielmo Pepe al Lido di Venezia, c’è stata anche la mostra di Michele Böhm, milanese ma nato a Venezia una cinquantina d’anni fa e tra i primi, se non il vero e proprio pioniere della Computer Grafica in Italia.

Nei primi anni ’80 fonda con Marco Tecce la Crudelity Stoffe, che propugna l’Abolizionismo. Negli anni ’90 si dedica alla creazione di software legato all’analisi delle immagini e al riconoscimento dei caratteri, con cui inizia a produrre delle stampe perlopiù in bianco e nero. Nel decennio attuale dopo una parentesi di insegnamento Universitario a Roma in “Tecniche di simulazione dei paesaggi”, passa al Fotorealismo Elettronico e fonda con Francesco Palenga lo studio Codenrama. Ha esposto al Beaubourg, alla Biennale, al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. (Biografia Dal Sito Another.tv)

Michele Böhm descrive così il suo lavoro:

Si può affermare che qualsiasi immagine digitale altro non è che una sequenza ordinata di pixels di un colore qualsiasi (o più esattamente un colore su una tipica tavolozza di oltre 16 milioni di differenti colori). Ora, ragionando ad un maggiore livello di astrazione si può concepire la stessa immagine come una serie di “macchie”, regioni di colore omogeneo composte ciascuna da uno o più pixels. Queste regioni hanno una forma rilevabile, cioè è sempre possibile circumnavigare ciascuna di loro ottenendo così un contorno , una “linea spezzata”, una poligonale dello spessore di un pixel. Memorizziamo questa geometria, poi cancelliamo dall’immagine questo contorno e ripetiamo il ragionamento ottenendo un nuovo contorno interno al precedente fino a quando tutti i pixels della regione saranno esauriti. Poi passiamo alla prossima regione e così via fino alla fine dell’immagine. Questo sistema di interpretazione/lettura delle immagini è in ultima analisi una forma di vettorializzazione estrema, che smonta la geometria delle regioni di colore simile in liste ordinate di poligoni (o linee) e punti. I punti in realtà sono il riflesso di discontinuità forti nella distribuzione dei colori, che impediscono al punto stesso di fondersi in un contorno con i punti a sé adiacenti. Senza addentrarsi in ulteriori dettagli diciamo che si tratta di un processo concettualmente semplice ma assai laborioso, dato che una immagine è composta tipicamente da centinaia di migliaia o addirittura milioni di pixels, e i contorni delle sfumature di colore sono tutt’altro che ovvii, un processo quindi molto adatto ad essere eseguito da un software scritto su misura. E’ quello che ho fatto, ho scritto e riscritto questo programma e non l’ho mai commercializzato, si chiama “Isocrome” per sottolineare il fatto che ogni singolo contorno è nei fatti una “Isocroma” cioè una curva di livello di colore costante. Le Isocrome che ho l’onore di presentare qui sono pensate per una fruizione dualistica, da una parte il perdersi nell’incredibile e mai visto dettaglio quando le vedi da vicino, dall’altra godere del ricomporsi dell’immagine in un sorta di “Bulino Elettronico” quando le osservi da una certa distanza…

possati

Zuecca Projects è uno spazio a Venezia, in due sedi, una all’Isola della Giudecca e una a due passi da Piazza San Marco in calle del Ridotto: come è nata l’idea di questo progetto e cosa significa oggi lavorare nel mondo dell’arte a Venezia?
Zuecca Projects è iniziato propriamente come Associazione Culturale nel 2010 con i primi realizzazioni presentati durante la Biennale 2011. La sua mission e’ sempre stata di sviluppare progetti attorno al dialogo aperto fra artisti, curatori, gallerie e fondazioni ed il mondo del privato, con lo scopo di incoraggiare il dialogo interdisciplinare che fossero rappresentazioni della contemporaneità nell ambito culturale internazionale. Venezia è oggi, grazie alle Biennali, una delle capitali mondiali della cultura, per la sua capacita’ di portata le personalità ed i progetti di maggior rilevanza ed importanza che tutti conosciamo.

Quello che rimane inesplorato è quanto di questo passaggio, di fatto rimane alla città e quanto è puramente “Effimero“. Come quindi attivare un coinvolgimento integrato e duraturo che posso beneficiare il contesto sociale e rianimare, risvegliando una coscienza di se e del proprio potenziale inespresso.

Quali attività avete già svolto in passato, e quali sono stati gli artisti che più hanno rappresentato la vostra linea di curatela?
Lo Spazio Ridotto ha una missione che come la Zuecca, incoraggia e sostiene il dialogo interdisciplinare, alternando i grandi maestri a talenti giovani ed emergenti. L’alternanza creare una vibrazione nel tempo in base alla successione delle persone e delle opere. Abbiamo iniziato con una giovane artista australiana basata a Londra Margot Bowman e la sua visione di un mondo futuro sommerso dalle acque, seguita dal maestro indiscusso del video Jonas Mekas e la sua “Birth of a Nation of Independent Film Makers” auspicando che il Ridotto possa essere in futuro un ambasciata o luogo sicuro di cultura per film makers. La Fondazione Ucraina Izoliatsya he stata ospite per la Biennale di Architettura producendo il frutto della residenza per lo sviluppo di aree urbane colpite da conflitto, tema ricorrente al giorno d’oggi, dalla loro casa nativa a Donetsk, sfollati ed occupati dall esercito russo a diversi altri paesi in giro per il mondo di cui troppo spesso al centro della cronaca di guerra.

La flessibilità conferita dal lavorare con il video nell ambito digitale permette di fare fuoco su soggetti molto attuali, cercando di catturare il battito e la temperatura del momento.
Il dialogo ed il contributo di curatori internazionali interessati a soggetti e mondi scollegati fra loro per tema e soggetto ma uniti dalla loro rilevanza nel contesto globale della nostra civilizzazione su questo pianeta.

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Lo spazio Ridotto si è contraddistinto per ospitare principalmente progetti di videoarte: da dove nasce questa scelta?
Lo Spazio Ridotto ha come sua “missione” l utilizzo della video e del video quale Medium principale di veicolare opere e contenuti. Il video nell era del Web e’ cio che contraddistingue la possibilità’ di unire immagini in movimento e suono, ovvero cio’ che sulla carta stampata non si può avere. La video arte e’ sempre stata considerata “minore” in termini di valore sia di forza di messaggio che di mercato nell ambito del contemporaneo, quindi creare un luogo a Venezia per la sua fruizione libera sembra naturale. La possibilità di connettere uno spazio fisico ad uno spazio virtuale attraverso il video, che vive egualmente bene in entrambi i contesti è altresì un potente veicolo che solo oggi è possibile, portando lo spazio ed i suoi contenuti alla portata di tutti. La facilità di riproduzione, che solitamente vista come punto debole, invece è ciò che ci da’ la possibilità di aumentare esponenzialmente le possibilità espositive, rendendolo un luogo aperto al dialogo ed allo scambio, rendendo i vincoli tradizionali di budget di produzione e complicazioni ivi derivate obsolete. Ed infine, il video oggi può essere realizzato con una troupe televisiva od un semplice telefono, quello che però ne definisce il valore e l’importanza è il messaggio, il concetto e le idee di cui si fa portavoce, pertanto forse oggi il mezzo più’ democratico di comunicazione di cui la società contemporanea dispone.

Attualmente è in corso “Shot of Architecture”, ovvero una mostra collettiva curata da Gregory Lang, in collaborazione con Zuecca project, proprio nell’anno della biennale architettura. Ci puoi spiegare di cosa si tratta e come sono stati scelti i vari artisti?
Gregory Lang è un curtore Francese basato a Bruxelles, l’anno scorso ha realizzato una mostra enciclopedica presso l Armory di Parigi ove ha raggruppato dalla A alla Z tutti gli artisti che hanno in qualche modo avuto un coinvolgimento con il mondo dell Architettura. Per shot of Architecture abbiamo eseguito una selezione dei lavori e degli artisti che neglio avevano interpretato il tema attraverso il video. Lo Spazio Ridotto è di nome e di fatto, una finestra su mondi paralleli, quindi la sintesi e’ sempre massima. Si cerca di suggerire possibili alternative e creare ponti e collegamenti attraverso lo schermo che diventa porta dimensionale.

Nassiri Tehran Geles
Nassiri Tehran Geles

I cinque lavori presenti spaziano da progetti architettonici che definiscono in maniera chiave il quadro economico finanziario di una ragione che impattano a loro volta le condizioni internazionali de lavoro della manodopera come la Borsa di Shenzen a lavori astratti che portano la tecnica del disegno su carta per creare un continuo attraverso l’animazione, il modo in cui percepiamo i viviamo il mondo che ci sta attorno alla vita di quattro ragazze all interno di un abitazione ove l’architettura è il motore determinante del loro modus vivendi. Si è cercato quindi di rendere in uno spazio tempo di creare una panoramica che incoraggi a vedere il mondo che ci sta attorno con una prospettiva nuova ed a porci le domande li dove l’assuefazione della società ha rimosso qualsiasi giudizio.

formwalt unsupported transit still
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Formwalt unsupported transit Still
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Shots of Architecture
Aperto fino al 23 ottobre 2016
Spazio Ridotto – Calle del Ridotto 1835, San Marco Venezia
info@spazioridotto.com

TIMELESS

Una raccolta fondi per TIMELESS PERSIA & SOKUT

L’ultimo Iran, prima del definitivo cambiamento: aiutateci a condividere questo viaggio nella bellezza nelle immagini di 2 libri fotografici” queste le parole di Davide Palmisano e Manuela Marchetti, compagni nella vita e nella passione fotografica. La coppia ha da poco lanciato una raccolta fondi su kisskissbankbank per aiutarsi con la produzione di due libri gemelli, racconti differenti e complementari, che indagano la storia recente dell’Iran.

Ci occupiamo principalmente di fotografia di reportage, siamo animati da una sana curiosità e ci piace perciò indagare gli ambiti della cultura e dell’identità di uomini e luoghi, e gli spazi che ci piace occupare con la nostra fotografia sono quelli della memoria e della storia; seguiamo un approccio umanistico ed il viaggio fotografico significa per noi viaggiare prima di tutto “in noi stessi”, innescando appunto una forma di dialogo con e attraverso i luoghi , per capire meglio chi noi siamo , prima di tutto” ci raccontano i fotografi.

Timeless Persia di Davide Palmisano, catanese classe ’73, è un racconto di viaggio che esprime i contrasti  e le contraddizioni proprie dell’Iran, un paese dove convivono situazioni tra di loro apparentemente in antitesi, contraddizioni talvolta incomprensibili per il viaggiatore occidentale. All’Iran di oggi è associata una raccolta di immagini documentarie molto interessanti.

SOKUT (da “silenzio” in Farsi) di Manuela Marchetti, romana classe ’61, è un viaggio nel silenzio, nell’intimità di un paese, espressione di emozioni, pensieri e sensazioni. Manuela ha deciso di raccontarlo attraverso le persone e la relazione tra l’individuo e la realtà sociale circostante.

In Iran ci siamo confrontati con elementi di una forza mai vista prima: dal senso della storia sterminato, ad altrettanto sterminati spazi ed infiniti silenzi. Ci siamo accorti con i nostri occhi che lì esiste una bellezza antica, che deve essere documentata perché nuova bellezza possa nascere in quella buona terra; ci siamo abbandonati alle suggestioni di questo paese che non abbiamo voluto descrivere ma raccontare attraverso le sensazioni. Un viaggio nel “silenzio” come realtà che parla, come luogo dove trova espressione il linguaggio delle emozioni, un viaggio in un paese “senza tempo” , sospeso dove passato presente e futuro si intrecciano“.

La campagna fondi servirà a coprire in parte i costi di realizzazione dei due libri, curati da Paola Riccardi, con il contributo dello scrittore Antonello Sacchetti, della giornalista antropologa Tiziana Ciavardini e del reporte Manoocher Deghati.
Per sostenerli: http://www.kisskissbankbank.com/it/projects/sokut-timeless-persia

 

ESCHER

Treviso ospita nel rinnovato Museo di Santa Caterina la grande mostra antologica interamente dedicata a Maurits Cornelis Escher, artista poliedrico e genio dell’incisione, che racconta l’annodarsi di universi apparentemente inconciliabili i quali si armonizzano in una dimensione visiva unica.

 

Maurits Cornelis Escher, Mano con sfera riflettente, 1935, Fondazione M.C. Escher

 

Il punto cruciale del percorso di Escher, artista olandese formatosi presso una scuola di incisione olandese di tipo art noveau, fu proprio il suo soggiorno in Italia protrattosi dal 1923 al 1935. Qui il giovane Escher completa la sua formazione culturale frequentando artisti, incisori e importanti storici dell’arte. Sulla base dell’esperienza art noveau, l’artista confeziona una cifra stilistica inconfondibile che lo rese celebre nel mondo e dalla quale nacquero capolavori noti a tutti. Accanto a questo filone principale, il grande incisore affronta anche il tema dello studio della struttura geometrica dei cristalli e quello dei paradossi percettivi, arrivando a inventare vere e proprie aberrazioni prospettiche, capaci di evocare mondi onirici al limite del surreale, apparentemente perfettamente logici, ma in realtà popolati di oggetti impossibili.

Maurits Cornelis Escher,Mosaico II (Plane Filling II),1957,Collezione Federico Giudiceandrea

La maggioranza delle opere di Escher si basano sui principi della Gestalttheorie, ossia quel filone di studi che indaga come il cervello umano reagisce dinanzi a particolari immagini e come le organizza, descrivendo le leggi responsabili del percorso unitario che costituisce l’esperienza percettiva. Tali leggi sono quelle che Escher sfrutta perché chi osserva le sue opere correttamente completi il processo di visione e funga da parte attiva dell’opera stessa.

Maurits Cornelis Escher, Emblema VI,Palmboon_Palma, Marzo_Giugno1932, Collezione Federico Giudiceandrea

“Il pubblico ha un ruolo attivo nel percorso e non subisce passivamente la presenza delle opere, per belle che possano essere, ma riesce ad entrare nel “meccanismo” mentale del maestro olandese con facilità, divertendosi. Quando è stata progettata questa mostra, infatti, si è pensato ad una sorta di “parco giochi” dell’intelligenza che ci ha spinto a fare in modo che questa qualità umana divenisse in qualche modo la protagonista del percorso, insieme, come è ovvio, alle altre componenti che l’artista olandese utilizza per la realizzazione delle sue straordinarie invenzioni.”

Maurits Cornelis Escher,Giorno e notte,Febbraio 1938, Collezione Federico Giudiceandrea

Con il medesimo intento nella mostra si è preferito che i suoi “giochi” fossero “sperimentati”: il pubblico ha un ruolo attivo nel percorso e riesce ad entrare nel “meccanismo” mentale del maestro olandese con facilità, e come scrisse Escher al suo amico Jan van der Does: “all’inizio sembra tutto travolgente ma dopo una settimana tutto diventa ordinario.”

Maurits Cornelis Escher,Belvedere,Maggio 1958, Collezione Federico Giudiceandrea

“Quando è stata progettata questa mostra, infatti, si è pensato ad una sorta di “parco giochi” dell’intelligenza che ci ha spinto a fare in modo che questa qualità umana divenisse in qualche modo la protagonista del percorso, insieme, come è ovvio, alle altre componenti che l’artista olandese utilizza per la realizzazione delle sue straordinarie invenzioni” ci spiega Marco Bussagli.

Maurits Cornelis Escher,Cristallo,1947,Collezione Federico Giudiceandrea

In mostra, si possono ammirare circa 140 tra le sue opere più note, come Mano con sfera riflettente (1935), Metamorfosi II (1939-40) e Convesso e Concavo (1955), ma anche aspetti mai affrontati prima d’ora, dal rapporto con Piranesi e il confronto con la dimensione concettuale di Luca Patella.

Maurits Cornelis Escher,Incontro 1944,Collezione Federico Giudiceandrea

In occasione della mostra Escher si terrà, presso l’Auditorium del Complesso di Santa Caterina, un ciclo di conferenze in sei appuntamenti imperdibili con relatori d’eccezione, a raccontare il visionario Maurits Cornelis Escher, la sua poetica e fantasia sbrigliata e le sue opere in mostra. Sei incontri che raccontano come la logica geometrica e matematica del grande incisore olandese possa essere dimostrata.

31 ottobre > ore 12.00 > Vittorio Sgarbi
21 novembre > ore 17.00 > Piergiorgio Odifreddi
5 dicembre > ore 17.00 > Claudio Bartocci
23 gennaio > ore 17.00 > Marco Bussagli
20 febbraio > ore 17.00 > Andrea Cipriani
19 marzo > ore 17.00 > Federico Giudiceandrea
ESCHER
31/10 > 3/04 2016
Museo di Santa Caterina, Piazzetta Mario Botter, 1, Treviso

Maurits Cornelis Escher,Mosaico II (Plane Filling II),1957,Collezione Federico Giudiceandrea

 

Per la prima volta a Torino, Christian Boltanski (classe 1944) ha ideato per la città un progetto site-specific inedito pensato in relazione alla sua storia sociale e culturale. La Fondazione Merz presenta Christian Boltanski: Dopo, a cura di Claudia Gioia. Dopo si sviluppa nell’intero spazio della Fondazione ed è concepita come un’istallazione totale.

La cronaca da Artissima dalla nostra inviata Eleonora Milner

L’artista, uno dei principali artisti francesi contemporanei, lascia la pittura alla fine degli anni ’60 per dedicarsi specificatamente all’installazione artistica sperimentando diversi linguaggi artistici, come il video e la fotografia. Il suo percorso di ricerca è tutto rivolto verso la memoria personale e collettiva, il tempo soggettivo e il tempo universale. Per la Fondazione Boltanski assembla fotografie, video ( Clapping Hands), scatole di cartone ricoperte di cellophane poste per terra a formare archivi scomposti e lampadine che da lontano tracciano la parola DOPO nel buio. Questi “oggetti – reliquie”, depositari di memorie e di intense associazioni emotive, frammenti di una qualche storia a noi sconosciuta e non decifrabile chiaramente, richiamano ai frammenti di un DOPO, contrapposto ma intriso nel Presente. E’ il passato, un passato personale o un Passato Universale di tutta l’umanità. A questi oggetti aggiunge ombre che si allungano sulle pareti, precarie e fuggenti in cui i visitatori si scontrano, incontrano, raccontano, “Fausse au niveau de la perception, vraie au niveau du temps” (Roland Barthes, La chambre claire).

Christian Boltanski, Ombres
Christian Boltanski, Ombres

Al PAV invece, è presente EARTHRISE, Visioni pre- ecologiche nell’arte italiana (1967-73) a cura di Marco Scotini. Lo spazio ospita le opere di 9999, Gianfranco Baruchello, Ugo La Pietra, Piero Gilardi, artisti che coniugano la dimensione ecologica come pratica attiva nei rapporti umani, a tutti i livelli del sociale.

La mostra intende aggiungere un nuovo capitolo alla genealogia del rapporto tra pratiche artistiche, politiche ed ecologiche, presentando un insieme di ricerche pionieristiche condotte in Italia negli anni cruciali attorno al ‘68. Il titolo dell’esposizione prende il nome da “Earthrise”, una fotografia di William Anders, dove la Terra, isolata nello spazio cosmico, appare per la prima volta vista dalla Luna. È la Terra a divenire l’oggetto di una nuova consapevolezza antropologica e responsabilità sociale: quella della limitatezza e finitudine del pianeta.

L’ultima sfida possibile, sembrano dirci gli artisti in mostra, è quella che alcuni cominciano a chiamare “ecologica”. All’interno delle iniziative previste per l’approfondimento della mostra Earthrise le Attività Educative e Formative propongono Immersioni Urbane. L’attività propone una riflessione sulla città a partire dal lavoro di Piero Gilardi e Ugo La Pietra che, nel corso delle loro ricerche, hanno indagato e attivato esperienze artistiche partecipative volte a una riappropriazione dell’identità collettiva e degli spazi pubblici. Abitare uno spazio significa restituire centralità al bene comune in senso territoriale, culturale ed ecologico attuando azioni concrete che siano frutto dell’immaginario soggettivo e contestuale.

Parco Arte Vivente
Parco Arte Vivente

Alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli (da anni impegnata nel progetto di ricerca sul tema del collezionismo) si può visitare ED RUSCHA MIXMASTER, una collezione ideale costituita da oggetti scelti dalle collezioni pubbliche torinesi e posti in relazione all’opera di Ed Ruscha, (Omaha, Nebraska nel 1937). La mostra, a cura di Paolo Colombo, presenta infatti ciò che nelle collezioni torinesi ha maggiormente interessato e ispirato Ed Ruscha, insieme a una serie di opere provenienti in prevalenza dalla sua collezione personale. Accanto a disegni, fotografie e quadri spesso inediti, conservati a testimonianza del suo lavoro, si trovano oggetti talvolta mai esposti nei musei torinesi, frutto della ricerca dell’artista nelle collezioni locali: una selezione di artefatti associati alle aree di interesse dell’opera di Ruscha, in stretta relazione con la sua ricerca artistica. Ciascun elemento proveniente dalle raccolte torinesi funge da contraltare storico all’opera dell’artista e al contempo le opere di Ed Ruscha diventano termine di paragone e metafora contemporanea degli oggetti selezionati.

Mixmaster_ed ruscha copy

Christian Boltanski. Dopo Fondazione Merz (3/11/2015 – 31/01/2016)

EARTHRISE, Visioni pre-ecologiche nell’arte italiana PAV
7/11- 21/02/2016

ED RUSCHA MIXMASTER

Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli 7 novembre 2015 – 8 marzo 2016

E’ cominciato Novembre, per la Cultura e l’Arte mese per eccellenza di Torino, tra Artissima Internazionale d’Arte Contemporanea (6-8 novembre 2015) gestita da Artissima srl, società che afferisce alla Fondazione Torino Musei, e il Torino Film Festival (20-28 novembre 2015).

Artissima, diretta per la quarta volta da Sarah Cosulich Canarutto (1974), sarà ospitata come oramai dal 2010 all’Oval per poi estendersi per il territorio di tutta la città. L’Oval, realizzato nel 2006 come stadio del ghiaccio per i Giochi Olimpici Invernali di Torino, è un padiglione di vetro nel cuore del Lingotto, il distretto di archeologia industriale riconvertito da Renzo Piano per la città.
207 gallerie da 31 paesi di tutto il mondo: questi i numeri della 22° edizione del Festival che fin dalla sua fondazione (1994) ha saputo unire la presenza nel mercato internazionale a una grande attenzione per la sperimentazione, la ricerca e la matrice curatoriale delle scelte e delle proposte. Durante Artissima, secondo Le Monde, “la città si trasforma in un happening gigante”. “Artissima è una fiera che compete con i principali appuntamenti internazionali del mercato dell’arte, ma che sa differenziarsi. Siamo la prima fiera contemporanea ad aver introdotto un focus sulle avanguardie storiche e un palcoscenico dedicato esclusivamente alla performance (…) Artissima agisce come catalizzatore di una rete artistica che interessa tutto il territorio di Torino, che durante i tre giorni di fiera diviene un punto d’attrazione irrinunciabile nel panorama artistico internazionale. Per questo motivo quest’anno abbiamo lavorato su un progetto per sviluppare il nuovo collezionismo oltre ad aver aumentato il numero di collezionisti da tutto il mondo: saranno loro i veri protagonisti. Siamo orgogliosi di essere la fiera delle prime volte e speriamo di continuare ad aprire nuove strade” proclama la direttrice Sarah Cosulich Canarutto.

Sei sezioni compongono la fiera, di cui tre sono dirette da curatori e direttori di musei di tutto il mondo e tre sono dirette dal comitato delle gallerie internazionali della fiera.

La Main Section raccoglie le gallerie più consolidate, rappresentative del panorama artistico mondiale.
Quest’anno ne sono state selezionate 133 (di cui due terzi straniere). New Entries è una sezione riservata alle gallerie giovani più interessanti sulla scena internazionale; i partecipanti hanno alle spalle meno di cinque anni di attività e sono per la prima volta ad Artissima. Art Editions, inaugurata nel 2012, ospiterà edizioni, stampe e multipli di artisti contemporanei di 7 gallerie.

(L’articolo continua dopo la gallery)

Una giuria internazionale assegnerà il Premio Promos Scalo Milano New Entries alla galleria ritenuta più meritevole per il lavoro di ricerca e promozione di giovani artisti nell’omonima sezione. Il Premio Reda, un nuovo premio internazionale a cui partecipano gli artisti che espongono ad Artissima con età massima di 35 anni, nasce quest’anno con l’obiettivo di sostenere la ricerca delle nuove generazioni di artisti che utilizzano il linguaggio fotografico. Il vincitore avrà la possibilità di realizzare una pubblicazione monografica con un prestigioso editore del settore. Il Premio Fondazione Ettore Fico è assegnato a un artista tra tutti quelli esposti ad Artissima in ogni sezione.

Present Future è la sezione di Artissima dedicata ai talenti emergenti, selezionati da un board di giovani curatori internazionali. Gli artisti sono presentati dalle loro gallerie di riferimento in un’area centrale della fiera, con un percorso espositivo appositamente studiato. Il Premio illy Present Future, sostenuto da illycaffè dal 2001, è assegnato all’artista considerato più interessante da una giuria internazionale, in collaborazione con il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea.

Back to the Future è la sezione speciale di Artissima dedicata alla riscoperta, attraverso mostre personali di grandi pionieri dell’arte contemporanea. Nata con un focus sugli anni ’60, ’70 e ’80, nel 2015 si concentrerà per la prima volta su opere prodotte nel decennio 1975-1985. Per il grande pubblico, Back to the Future offre un’opportunità unica per conoscere importanti opere di quegli anni in dialogo con le sperimentazioni attuali. Previsto il Premio Sardi per l’Arte Back to the Future, nato dalla partnership con la Fondazione Sardi per l’Arte e del valore di 5.000€, alla galleria con il progetto più meritevole in termini di rilevanza storica e di presentazione dello stand.

Per4m è la sezione lanciata da Artissima nel 2014 dedicata esclusivamente alla performance, la prima rassegna di questo genere nel panorama fieristico mondiale. Nell’edizione 2015 Per4m propone il lavoro di 12 artisti, rappresentati da 13 gallerie (4 italiane, 9 straniere) presentati in uno spazio dedicato all’interno della fiera o in luoghi condivisi dell’Oval.

Per4m è accompagnata dal Prix K-Way Per4m, del valore di 10.000€, destinato al lavoro più significativo tra quelli presentati nella sezione. “Per4m si conferma come un coinvolgente spaccato della performance attuale, in tutta la sua varietà e complessità; a partire dal rapporto con i tempi, gli spazi, il pubblico. (…) Alcune performance inviteranno il pubblico a farsi coinvolgere, altre propongono agli spettatori un rapporto di tipo teatrale con l’evento che si svolge di fronte a loro.Rispetto all’anno passato, ha meno peso la parola parlata in favore del gesto, della musica, delle immagini; ed è ancora più netta la scelta dei curatori in favore di artisti emergenti, molti dei quali mai presentati prima in Italia” annuncia il coordinatore Simone Menegoi.

La novità dell’edizione 2015 sarà Opium Den, la trasformazione della Vip Lounge in un progetto curatoriale vero e proprio: uno spazio eclettico e sfarzoso concepito come saggio visivo sul collezionismo e sul confine fra oggetto d’arte e oggetto decorativo.
Ypsilon St’Art, Percorsi in Fiera, un programma gratuito di visite tematiche in fiera pensate in parallelo ai Walkie Talkies e ai laboratori Zonarte (il programma dei laboratori è disponibile su www.artissima.it.) per rafforzare ulteriormente l’impegno di Artissima per avvicinare il grande pubblico all’arte contemporanea. Dal 2015 Con/TEXT ospiterà il nuovo spazio Artissima Live, una redazione dal vivo dove le testate online più attente all’arte contemporanea dialogheranno e collaboreranno per la creazione di contenuti legati al week end della fiera. Art advisory– UniCredit Art Advisory, un servizio di consulenza indipendente e gratuito in fiera, il primo di questo tipo in Italia, pensato per accompagnare e far crescere in Italia una nuova generazione di collezionisti. E ancora In Mostra, un progetto espositivo speciale all’interno di Artissima. Nata per offrire una vetrina alle collezioni di arte contemporanea e alle istituzioni artistiche del Piemonte, nel 2015 In Mostra è stata reinventata come mostra indipendente, su 700 metri quadri di spazio espositivo in fiera. La mostra, intitolata Inclinazioni, è incentrata sul concetto di “inclinazione”: una tendenza interiore nei confronti di qualcosa o metafora geometrica e comunque in contrasto con la staticità tradizionale dell’ortogonalità. Esplorando il tema con uno sguardo talvolta ironico e grottesco, in contrasto con l’ortogonalità della città “più retta d’Italia”, Inclinazioni costringe ad abitare uno spazio di contraddizione, ulteriormente sottolineato dal ruolo commerciale della fiera rispetto a quello di conservazione, educazione, a sfondo no-profit, delle istituzioni e associazioni che presentano.

ARTISSIMA, Internazionale d’Arte Contemporanea 6-8/11/2015, OVAL, Lingotto fiere, Torino

 

Giovanna Ricotta

Positive Magazine ha intervistato l’artista Giovanna Ricotta, conosciuta a livello nazionale per le sue opere performative di Video arte.

Tra le sue ultime opere realizzate troviamo l’installazione inedita site-specific Non sei più tu (2015), creata appositamente per la mostra a Palazzo Pretorio, oltre ai tre importanti lavori realizzati dall’artista per spazi museali e fondazioni (Toilette, 2008; Fai la cosa giusta, 2010; Falene, 2012) composti da fotografie, video, installazioni e sculture, il tutto organizzato secondo un progetto coerente e allo stesso tempo molto complesso.

Da dove nasce e come si sviluppa la tua passione per l’arte?
Credo che dentro di me ci sia sempre stato uno strano movimento interiore, una sorta di inquietudine di irrequietezza da non farmi mai stare ferma in un punto. Al punto da dover immaginare e inventare creare nuove visioni, per trovare un mondo ideale una dimensione reale. L’arte fa parte di me da sempre, non la considero una via di fuga, ma un percorso con tante tappe e punti di arrivo, la vita, un dono difficile da gestire, ma da rispettare, fatto di disciplina e di perdizione di visioni esclusive e uniche da poter donare e realizzare. L’arte se non la sento per un certo periodo dentro di me ,sto male, è un richiamo immenso insostituibile, sia che sia io a creare o che mi ritrovi davanti ad un opera d’arte,mi trascina via con sé io mi abbandono ad essa lucida.

Come e da dove arriva l’ispirazione per questo tipo di mostra?
Già nel 2010 Renato Barilli per l’edizione di VYB, Videoart Yearbook aveva deciso di dedicarmi una monografica video, invitandomi come ospite, da lì la consapevolezza che il mio lavoro aveva bisogno di dichiarare un percorso più ampio soprattutto per la ricerca che conduco, quello sulla PERFORMANCE. Grazie alla collaborazione con Silvia Grandi è incominciato a venirci in mente una mostra che potesse racchiudere alcuni lavori dal 2008 al 2015 e insieme al Guido Bartorelli e Piero Baggio e all’ ospitalità di Palazzo Pretorio a Cittadella la mostra ha preso vita: GR | GIOVANNA RICOTTA

Giovanna Ricotta
Falene. Photo Courtesy: Giovanna Ricotta / Diego Toni

Quali sensazioni spera di trasmettere ai visitatori?
Il mio lavoro prevede una totale libertà di sensazione e immaginazione, un’altra dimensione ,dal fuori al dentro, quando ne sei immersa sei spiazzata nel tempo sei per qualche tempo dentro il mondo GR senza fiato sospeso in una magia che se si realizza è ARTE.

Come mai la scelta di Palazzo Pretorio?
Un colpo di fulmine! La scelta di uno spazio importante, storico con affreschi del 400, piano nobile appartenuto ad una nobildonna del tempo, per poter far sposare il passato con il presente in modo impeccabile, una sfida vinta grazie alla complicità dei singoli organizzatori e delle opere che comunicano perfettamente in queste 6 sale con corridoi in modo perfetto e impeccabile, una visione che ha convinto tutti fin da subito, parlo di me Silvia Grandi, Guido Bartorelli e Piero Baggio.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Respirare! Continuare ora a concentrarmi su questa mia intuizione del corpo attraverso anche la realizzazione di due nuove urne scultura, con relativi MONOCROMI, con due titoli diversi e colori altri. La seconda rosa carne sarà siamese e si chiama NON È QUELLO e la terza bianca vi lascio un po’ di suspance… il disegno diventerà parte integrante della mia ricerca e sicuramente questa mostra che a me ha dato tantissimo in consapevolezza e bellezza, avrà anche altre sedi che la ospiteranno.

Come vedi in questo momento il mondo dell’Arte all’interno del nostro Paese?
Come una salvezza, come l’unico modo per vedere veramente ciò che è in questo momento storico difficile, tragico e vedo l’ Arte come la risposta possibile alle paure alle banalità all’ aridità che ci circondano ogni secondo, certo bisogna saper vedere e non solo guardare, avere coraggio, fede e amare, non è una formula facile non avere sicurezze sotto di noi o sopra di noi di nessun tipo, non sapere se c’è un futuro, essere come funamboli intorno a burocrati attaccati alle loro avidità, vedo un cammino durissimo, ma non posso non farlo, non possiamo non farlo se vogliamo andare oltre.

giovanna ricotta
Toilette, 2008
Ph. Courtesy Giovanna Ricotta / Marcello Medici

museo correr

Museo Correr: La rivalsa del Reale

Italia, 17 gennaio 1963.

“Grosz pornografo?” si intitola un articolo di Luigi Scatturin (Cronaca Forense, anno I, n. 3-4, maggio-ottobre 1963, in “Cronaca Forense, Avvocati veneziani negli anni ’60: impegno e modernità e democrazia”, 2010) che si interroga sulla sentenza che aveva condannato come osceno il pittore tedesco George Grosz secondo il tribunale autore di “turpi disegni”, esposti in occasione ad una sua mostra in una galleria romana.

“Opere oscene e soggette ai rigori della legge in quanto tale (…) figure femminili, nude o seminude, in forme e atteggiamenti impudichi, turpi, ripugnanti(…) in quanto soltanto le nudità delle opere dei grandi pittori, e scultori antichi non sono mai lascive e non suscitano desideri impuri.”

E’ del 1919 la cartella Gott mit uns (Dio è con noi) nella quale il pittore George Grosz, nato a Berlino nel 1893 e noto autore di litografie derisorie sul mondo della Germania postguerra, attacca gli alti gradi dell’esercito per la follia della Prima Guerra Mondiale e per la loro connivenza con il sistema politico corrotto instaurato nel dopoguerra. A causa di queste opere Grosz e il suo editore Wieland Herzfelde, vennero arrestati e condannati per diffamazione ed entrambi furono costretti al pagamento di una sanzione e al ritiro di tutte le copie dell’edizione.

Nel 1933, con la salita di Hitler e l’avvento del nazismo, Grosz fu considerato un artista degenerato e per questo motivo lasciò la Germania per insegnare a New York dove ottenne la cittadinanza degli Stati Uniti. Ed è nel 1929 che il fotografo August Sander pubblicò 60 fotografie del suo progetto Uomini del xx secolo (con il quale intendeva documentare l’ampia gamma di tipi umani presenti in quel periodo in Germania), nel volume Il volto del tempo. Nel 1936 il regime nazista mise al bando l’opera e sequestrò le lastre fotografiche di Sander, che nei suoi scatti aveva dato dignità a tipologie sociali che il regime considerava “degenerate”. Durante il Terzo Reich molti artisti saranno dichiarati “degenerati” dal ministro della Cultura, e tra il 1933-45 molte delle loro opere andranno distruttre, vendute o disperse.

Cos’è che ha fatto si che questi artisti venissero banditi e designati all’epoca come artisti degenerati e banditi poi negli anni futuri? “Troppo” realismo. Arte si, ma tollerata solo se “lontana dalle cose di questo mondo” per riprendere la sentenza del tribunale italiano riportata sopra.

Il realismo, punto di partenza di quel processo storico di spaesamento e di inquietudine ma anche di distaccato o di ipertrofico rapporto con la realtà, da alcuni anni era diventato l’ossessivo oggetto della ricerca di numerosi artisti tedeschi presentati sotto l’etichetta Neue Sachlichkeit da Gustav Hartlaub in mostra alla Kunsthalle di Mannheim nello stesso 1925 e finalmente riproposti ai giorni nostri con la mostra Nuova Oggettività. Arte in Germania al tempo della Repubblica di Weimar 1919-1933 al Museo Correr di Venezia (fino al 30 Agosto) e che si sposterà al LACMA di Los Angeles dal 4 Ottobre al 17 Gennaio 2016.

L’esposizione, organizzata dal Los Angeles County Museum of Art (LACMA) in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia e con il supporto di 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE ospitata al Museo Correr, è composta da circa centoquaranta opere tra dipinti, fotografie, disegni e incisioni di oltre quaranta artisti, molte delle quali poco conosciute sia in Italia che negli Stati Uniti (presente anche il ciclo Gott mit uns di George Grosz e le lastre di August Sander sopracitati) e intende indagare attraverso l’arte e le sue forme quel travagliato periodo che inizia nel 1919 e termina all’infausto 1933.

Un capitolo della storia tedesca che ci viene raccontato attraverso l’opera di artisti di grande fama, da Max Beckmann a Otto Dix, George Grosz ad August Sander, Christian Schad a Georg Schrimpf, e altri meno noti, tutti impegnati nella ricerca di una nuova, urgente risposta al quesito etico che la fine della prima guerra mondiale aveva posto nell’arte e al suo ruolo nella società civile.

Questi artisti, non raggruppati da un manifesto programmatico o una tendenza politica ma uniti dallo scetticismo per la direzione intrapresa dalla società tedesca, diversamente dai predecessori espressionisti, che avevano accolto con entusiasmo lo scoppio del conflitto prima di confrontarsi con la terribile realtà dei campi di battaglia, guardano con disincanto alla complessa situazione della nuova Germania, allontanandosi dalla soggettività esasperata e dalle distorsioni formali dell’espressionismo ma scegliendo il realismo, la precisione, la sobrietà oggettiva.
Il realismo adottato da questi artisti, pur nelle sue varietà, prendeva posizione contro le ingiustizie sociali, economiche e politiche e rifletteva l’emergere delle nuove tecnologie e di nuove forme di consumo. Cinque sono le sezioni tematiche della mostra.

Ecco presentata la realtà urbana in cui si muovono gli emarginati del dopoguerra: ritratti di disoccupati, reduci , prostitute, vittime della violenza ritratti sullo sfondo di bordelli, angoli di strada, e altri scenari pervasi da atmosfere sinistre; la crescita della metropoli e dell’industrializzazione con il complesso rapporto tra mondo urbano e rurale; i nuovi oggetti, nature morte moderne, emblemi della modernità e della produzione di massa. Ad esempio Carl Grossberg con Macchina di cartiera del 1934 o il celebre volume fotografico Die Welt ist schön, 1928 (Il mondo è bello) di Albert Renger – Patzsch. Una raccolta di immagini in bianco e nero di oggetti, animali, figure umane, forme naturali, paesaggi industriali, e macchine presentate a tutta pagina conferiscono ai soggetti un respiro monumentale.
“Un’attenta analisi di questo periodo permette di comprendere più a fondo un capitolo complesso della modernità artistica tedesca” afferma la curatrice della mostra Stephanie Barron, e ribadisce Michael Govan, direttore del Los Angeles County Museum of Art (LACMA):

“In un’epoca in cui sia l’arte contemporanea sia la cultura popolare si dedicano a documentare “il reale” sembra particolarmente opportuno valutare con uno sguardo nuovo il modo in cui gli artisti degli anni venti si sono confrontati con diverse declinazioni del realismo tra gli strascichi della guerra e l’incertezza del futuro”.

Nuova Oggettività. Arte in Germania al tempo della Repubblica di Weimar 1919-1933

Museo Correr, Venezia
1 maggio / 30 agosto 2015

Fondazione Prada, Portable Classic

Fondazione Prada – Venezia / Milano

“La generale e principale caratteristica dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione.

Come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie, l’espressione delle figure greche, per quanto agitate da passioni, mostra sempre un’anima grande e posata.”

Johann Joachim Winckelmann Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura in Il bello dell’arte, 1948 “Ci portiamo la Grecia in testa, soprattutto perché siamo figli di questa civiltà” ha affermato Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte e grande conoscitore del mondo classico. In tempi di progressivo arretramento degli studi classici troviamo temi greci o citazioni romane in regioni assai lontane dalla Grecia Antica. Oggi l’arte classica la possiamo trovare o nelle collezioni di grandi musei o sui frontoni ellenici in cima ai grattacieli di New York. Elementi tipici dell’architettura greca fanno parte del lessico progettuale di edifici e monumenti anche a Berlino, a Londra, in America (si pensi alla Casa Bianca) e addirittura in Giappone.

In Portable Classic ( Fondazione Prada, Ca ‘Corner della Regina, Venezia, 9 maggio/13 settembre) e Serial Classic (Milano, 9 maggio/24 agosto) mostra gemella curata da Salvatore Settis e progettata da OMA e Rem Koolhaas per la Fondazione Prada, sono analizzati in un unico ideale progetto alcuni temi della statuaria greco-romana, dal Rinascimento al Neoclassicismo: l’uso e la riproduzione dell’arte classica, la sua natura e i suoi valori, così come la sua ricezione e il ripensamento delle nozioni classiche di piedistallo e vetrina. Esplorare l’arte classica, le sue funzioni e il suo linguaggio altamente convenzionale e seriale, caratteristiche essenziali della statuaria greca e delle copie romane.

A Ca’ Corner della Regina oltre 90 opere esplorano origini e funzioni delle riproduzioni in miniatura di sculture classiche riprese in dimensioni e in materiali diversi dall’originale. Tra le opere esposte l‘Ercole Farnese, proposto con una serie di riproduzioni in scala in marmo, bronzo e terracotta; alcuni capolavori in piccole dimensioni di epoca classica avvicinati a multipli di età rinascimentale; una raccolta di importanti figure di collezionisti del Cinquecento; i casi emblematici del Torso del Belvedere e del Laocoonte, dove gli artisti hanno utilizzato le copie in piccolo formato per elaborare ipotesi sulle parti mancanti degli originali classici.

Per l’allestimento alla Fondazione Prada lo studio di architettura OMA ha scelto di rifarsi all’atmosfera degli studioli del Rinascimento: non nel senso di un mobile (come lo studiolo commissionato da Nicolò Orsini) ma nel senso di uno studio in cui all’epoca era consuetudine raccogliere oggetti preziosi, dai manoscritti a delle piccole antichità. I materiali contemporanei, le pareti in policarbonato e le vitrines in acrilico, agiscono da filtro tra lo spazio espositivo del sontuoso palazzo e gli oggetti esposti, riccamente illuminati.

All’idea di classico tendiamo ad associare l’idea di unicità, ma in nessun periodo dell’arte occidentale è stata così importante la creazione di copie di grandi capolavori del passato quanto nella Roma della tarda Repubblica e dell’Impero. Serial Classic intende esplorare con più di 70 opere, tra cui due serie particolarmente note come il Discobolo e la Venere Accovacciata, il rapporto ambivalente tra originalità e imitazione nella cultura romana.

La nuova sede a Milano della Fondazione Prada espande il repertorio delle tipologie spaziali in cui l’arte può essere esposta e condivisa con il pubblico. E’ infatti il risultato della trasformazione di una distilleria risalente agli anni dieci del Novecento e oggi si presenta come uno spazio articolato che combina edifici preesistenti e tre nuove costruzioni. In occasione dell’apertura della nuova sede Robert Gober (Paglioni degli Stati Uniti alla Biennale del 2001) e Thomas Demand hanno realizzato installazioni site-specific in dialogo con le architetture industriali e con i nuovi spazi.

Le statue antiche, riunite in gruppi e ordinate secondo una sequenza narrativa precisa, prendono vita, suggerendo, come avrebbe voluto Johann Joachim Winckelmann, di costruire una storia dell’arte basata sulla conoscenza dei reperti che man mano sono stati ritrovati.

Portable Classic (Venezia, 9 Maggio – 13 Settembre) Serial Classic (Milano, 9 Maggio – 24 Agosto)
Fondazione Prada

Venerdì 26 giugno è stato l’appuntamento più cool di questa settimana a Roma al teatro Olimpico.

Stefan Sagmeister, uno dei più celebri artisti designer del mondo, autore di alcune delle più conosciute e dirompenti campagne di comunicazione visiva degli ultimi vent’anni, è stato ospite del grande evento dal titolo “Road to creativity”.

C’è stato un avvincente monologo interlocutorio, in cui Sagmeister, attraverso il racconto dei suoi più emblematici lavori e la spiegazione dei suoi linguaggi, che ha proposto alcune riflessioni sul rapporto tra arte e comunicazione al giorno d’oggi, dispensando suggerimenti, lanciando provocazioni e suggestionando il pubblico con le sue formule dialettiche e con i suoi stimoli visuali.

Lo show rappresenta la prima uscita pubblica a Roma dell’artista classe 1962 di origine austriaca, ma che vive e lavora da anni nel suo studio di New York, alla 23. Strada, da cui ha lanciato alcune delle più efficaci, ironiche, nonchè discusse campagne creative, che hanno fatto la fortuna di importanti brand come la Time Warner, il Guggenheim Museum, l’American Institute of Graphic Arts (AIGA), EDP, Levi’s e la Adobe.

Ha esposto i suoi lavori in tutto il mondo a New York, Philadelphia, Tokyo, Osaka, Seoul, Paris, Losanna, Zurigo, Vienna, Praga, Cologna e Berlino.

Celebri sono le sue collaborazioni con il mondo discografico, come quella per la grafica dell’album “Mountains of Madness” di H. P. Zinker, 1994, per il quale, sfruttando alcuni principi fisici del colore, creò un’illusione ottica dove ciò che si vede in copertina, il volto tranquillo di un signore, non corrisponde alla realtà, lo stesso signore ritratto urlante.

Realizzò lacopertina del noto album “Set the Twilight Reeling” di LouReed e ha lavorato con i Rolling Stones e David Byrne. Ha vinto nel 2005 un Grammy Award per la copertina dell’album “Once in a Lifetime” dei Talking Heads e nel 2010 un Grammy Award for Best Recording Package per il design dell’album di David Byrne e Brian Eno “Everything that happens will happen today” .

E’ del 1999 il lavoro più celebre e divenuto poi icona della grafica del decennio: per il manifesto relativo ad un ciclo di conferenze al campus universitario di Cranbrook nei pressi di Detroit, l’artista si autoritrae nudo con il corpo ricoperto da scritte incise sulla pelle con un coltello e con nella mano sinistra una scatola di cerotti.

Orientato a privilegiare i contenuti a scapito della forma (Big Idea vs. Style) e a “toccare con il design il cuore di qualcuno” Sagmeister è sempre riuscito ad emozionare, a sorprendere e suggestionare. Non solo un abile imprenditore del “segno”, ma anche, alla stregua di grandi artisti, un grande interprete della contemporaneità. Nel 2001 pubblica il volume “Sagmeister: Made You Look. Another self-indulgent design monograph (practically everything we have ever designed including the bad stuff)” dove per la grafica della copertina si autocita: attraverso la custodia rossa in plastica trasparente si scorge un festoso cane da pastore tedesco che una volta estratto il libro diviene un cane dalle fauci aggressive. Ancora una volta, ciò che si vede in un primo momento non corrisponde alla realtà.

Gli altri partner del concorso (edizione 2015) sono: Lanificio, Teatro Olimpico, Catel, Apa, S.C.I Affissioni, ‘mbangaStudio, Studio Aira, Cappelli identity design.

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Oggi proponiamo un’intervista con Giorgia Severi, artista italiana presente alla Biennale di Venezia: COUNTRY  è esposto alla Fondazione Gervasuti, come evento collaterale della 56. Biennale Arte di Venezia, visitabile dal 9 maggio al 22 novembre 2015.

COUNTRY nasce come collaborazione artistica tra due diversi mondi divenendo esso stessa ponte tra due culture differenti. Mi puoi presentare il progetto in mostra?

COUNTRY è una mostra dedicata al rapporto tra esseri umani e terra. II progetto è stato sviluppato lavorando in collaborazione a 48 diversi artisti Aborigeni da 6 comunità da differenti parti d’Australia. Le opere Aborigene sono lo specchio del loro panorama culturale, mentre le mie opere proseguono la mia stessa ricerca nella relazione uomo – natura in relazione con l’ambiente. Talvolta si è lavorato affrontando lo stesso tema ma interpretato personalmente, altre volte mi sono limitata a fare quello che gli altri artisti richiedevano come registrazioni audio di canti, altre volte ancora mi sono semplicemente esonerata dall’installazione lasciando completamente spazio agli altri artisti o in alcuni casi facendo interagire le stesse opere nello spazio espositivo.
L’esposizione è suddivisa in stanze, ognuna delle quali è dedicata ad un diverso mob, un viaggio che apre le porte e gli occhi sulla cultura Aborigena così come gli stessi artisti Aborigeni hanno deciso di farcela fruire. Si impara per esempio che l’Australia è per i nativi divisa in circa 650 diverse countries, ossia nazioni Aborigene (da qui il titolo del progetto COUNTRY). In questo progetto ho fatto più da ponte per altri artisti e curatela che artista e basta; ho ideato il progetto sulla “valorizzazione e sul rispetto culturale” invitando altri artisti ad impegnarsi su questa tematica. Ecco per me cos’e una sana collaborazione: riconoscere il limite e rispettarlo. Poi si può andare oltre assieme.

Noi siamo come la biodiversità per le piante di un bosco: apparteniamo alla stessa specie ma con varietà e variabili, in relazione alla provenienza geografica e al nostro rapporto con il territorio in cui viviamo. Questo crea la ricchezza delle differenze che ci distinguono. COUNTRY è sviluppato circolarmente per dare ad ogni artista i propri feedback nel totale rispetto culturale e nella non appropriazione di valori culturali o di contaminazioni artistiche. Penso seriamente che ogni popolo sviluppa le proprie credenze in relazione alla terra su cui vive. Questa relazione sviluppa cultura, costumi e tradizioni. Ogni cultura e portatrice dei caratteri della propria terra madre, la cosiddetta connessione con il territorio. Se abbattiamo gli alberi sfregiati, i cosiddetti scarred trees, dovremmo fare lo stesso con il colosseo, perchè da un punto di vista culturale essi hanno gli stessi valori: storia, cultura, architettura, costume, tradizione e così via, che oltre ad appartenere alla gente di quel posto, sono memoria e testimonianza della presenza umana in un determinato luogo ed epoca.

Lavorare nel paesaggio con elementi del paesaggio raccogliendo storie che nascono a partire da manufatti, da disegni e canti… in una parola storytelling. Puoi scegliere tre manufatti (e relative storie) da presentare?

In realtà quello che viene chiamato storytelling, se riferito all’Australia si trova nella figura che noi chiamiamo “racconta storie”, ma con un valore culturale aggiunto non da poco, poichè essendo la cultura Aborigena orale, la figura del storytelling è culturalmente fondamentale per passare la conoscenza, le storie, di generazione in generazione. Personalmente non ho raccolto storie, o meglio non ho rubato storie riutilizzandole a mio favore. Ti spiego: vivendo in diverse comunità Aborigene, ho evitato di rendere pubbliche storie intime o personali. Gli artisti stessi hanno raccontato le proprie storie. La cultura Aborigena è abbastanza forte da non aver bisogno di portavoce occidentali o interpretazioni varie, ma si sa raccontare da sola poichè esiste da più di 70000 anni. Detto questo abbiamo collaborato ad un’installazione perchè avevamo affrontato lo stesso tema ma le opere sono ognuna del proprio artista. Non ci sono manufatti ma solo opere.

Posso parlarti di Balgo, Patjarr e Galamban.
Tjampi sono una serie di 57 rilievi calcografici delle piante che abbiamo utilizzato a Patjarr con le artiste Tjampi Desert Weavers nel deserto del Gibson Desert, per la realizzazione della parte del progetto che abbiamo chiamato KAPARLIKU – BELONGING TO GR ANDMOTHER. Insieme con altre artiste donne abbiamo condiviso le storie delle nostre nonne e delle culle che in Italia indicano ceste di vimini utilizzate anche per portare altro; per loro invece i Colomoon di legno portati sulla testa per raccogliere cibo e acqua sono utilizzati anche come culle. Abbiamo quindi lavorato a diverse opere culle in un’installazione circondata dalle TJAMPI che fanno da paesaggio. Le stampe calcografiche sono nate perchè girando per i deserti ci si imbatte in parti di paesaggio bruciato poichè gli Aborigeni, come noi in antichità, bruciano parti del terreno per la rigenerazione del suolo, per la disinfestazione, e per lo spostamento degli animali per la caccia. Vedevo quindi cespugli neri arsi e irti che disegnavano un paesaggio unico che ho voluto fermare sulla carta.

Ecco presentati gli artisti da Balgo, WARLAYIRTI ARTISTS.
Moundu in lingua Kukaja significa pietra bianca. L’ artista Jimmy Tchooga Tjapangarti in un’intervista racconta di questa pietra e, insieme a Daniel Rockman, parla del Tjukurpa, il tempo della creazione o ‘Tempo del Sogno”: quando i grandi esseri ancestrali viaggiando in tutto il paese con la loro forza creatrice hanno formato il paesaggio come lo conosciamo oggi. Tjukurpa è il passato, il presente e il futuro, e regola ogni aspetto del comportamento – il rapporto tra le persone, le piante e gli animali, le caratteristiche fisiche del territorio e come vengono utilizzate, oltre che la relazione tra le persone e con la terra. II principio di Tjukurpa è che esseri umani e elementi naturali sono inestricabilmente uno. Moundu, le due pietre bianche provenienti dalle zone intorno a Balgo rappresentano quella terra. II disegno di Daniel Rockman parla della visione circolare dell’esistenza, in cui ognuno ha dei ruoli precisi, responsabilita e obblighi nei confronti degli altri. Tutte le creature fanno parte di questo grande disegno di relazione e ognuno ha un nome detto “skin name” che lo relaziona a tutto.

E infine GALAMBAN EXTRAORDINARY ABORIGINAL EXPERIENCE. Galamban è una società Aborigena indipendente, gestita dalla famiglia Freeman, che ne è proprietaria. “Questo mantello è stato fatto per rappresentare la nostra famiglia e il nostro paese, mentre i due scudi, Warra Warra e Jillawara, rappresentano la nascita e la morte. Warra Warra, fatto con corteccia dell’albero Snowy River Gums eucalipto australiano della Wogal Aboriginal Land, sulle Snowy Mountains, è dipinto di ocra rossa tradizionale proveniente dal paese di mia madre (spiega Clive Freeman) e racconta della nascita. Jillawarra, fatto di corteccia dell’albero Snowy River Gums, eucalipto australiano della Wogal Aborigenal Land, sulle Snowy Mountains, è dipinto in ocra tradizionale bianca proveniente dalla terra di mia madre e racconta della morte e ha un unico motivo che si estende in lunghezza da cima a fondo, che simboleggia un nuovo viaggio nell’aldilà.”

Pur se i nativi stabiliscono relazioni con la loro terra differenti dalle nostre, la forma assunta dalle opere finali richiama delle forme ataviche universali, come se esistessero delle forme primordiali comprensibili-riconoscibili immediatamente da tutti. E’ questo secondo te il compito dell’arte?

Credo profondamente in un linguaggio universale dell’arte e nel compito dell’arte di monumere. In una ricerca spirituale volta alla comprensione della vita e di se. Dalla terra passiamo all’acqua e alla pietra, parliamo di To Everyone, progetto site-specific per Dolomiti Contemporanee 2012.

Quali sono le tematiche che hai affrontato in quest’ opera?

To Everyone è dedicato a tutte le persone che hanno urgente bisogno di acqua, all’acqua stessa e al significato anche religioso e simbolico che ha sempre avuto essendo legata al significato stesso di vita su questo pianeta.

Nell’installazione l’elemento acqua è destinato in partenza a scomparire. Come vivi la sensazione dell’effimero e della caducità?

Tutto qui cambia, va e viene in diverse forme. Questa è la vita sulla terra. In viaggio.

Acqua,pietra,alberi, terra,fuoco,semi… I concetti di “Materia” e di “Progetto”. Osservando i tuoi lavori sembra che l’idea progettuale nasca a pari passo con la materia dell’opera stessa, le tematiche sono intrinsecamente legate ed applicate al linguaggio espressivo scelto. Mi sveli la tua modalità progettuale. Quando inizi un lavoro, rifletti e segui strettamente un progetto preciso o l’idea di un progetto possibile si costruisce nel farsi?

Dipende dal progetto stesso e dai luoghi. Talvolta necessita di lunga ricerca e studio data la diversità e distanza culturale e altre volte e il luogo stesso che suggerisce il percorso da seguire che va approfondito e sofisticato per poi essere riproposto con un linguaggio semplice e fruibile.

Con HOME residence d’artista in India, hai potuto entrare in contatto con le prime forme d’arte in assoluto, l’arte primitiva delle caverne. Se dovessi riassumerla in un concetto, qual è il senso invece della tua attività artistica?

Credo che l’arte non abbia mai cambiato il suo ruolo nel corso del tempo. E’ cambiata formalmente nei media poichè ogni epoca ha anche mezzi diversi. Per me il ruolo dell’arte è appunto quello di raccontare, passare e condividere la conoscenza. II tutto con un percorso di ricerca spirituale volto alla comprensione della vita. Quindi non vedo differenza tra quello che facciamo oggi e quello che si faceva nelle caverne. Anche perché è dove tutto è iniziato.

In conclusione c’e un artista o qualche corrente che ti ha influenzata particolarmente o di cui hai grande stima?

Joseph Beuys è tra i miei santini e lo ringrazio per quel che ha fatto.

COUNTRY, 9 maggio / 22 novembre 2015.

www.project-australia.blogspot.com

Web Reference:
http://www.giorgiaseveri.com/
www.galamban.net
www.kayili.com.au
www.tjampi.com.au
www.balgoart.com.au
www.kapululangu.org

Photogallery by Eleonora Milner
Artworks:
Ancestors, artista: Giorgia Severi, da: Italia
Breakaways. punu Iriti, artista: Ian Crombie, da: South Australia
Warraty Wippie, artista: Noblelene Meckenzie Stuart, da: South Australia
OutbackArts, CONNECTIVE UNDERSTANDING: A FOCUS THROUGH CONTEMPORARY ABORIGINAL ART, Artists from OutbackArts: New South Wales, Bourke, Cobar, Coonamble, Walgett e Warren
artisti: Jamie-Lea Hodges, Clive Freeman, Sam Turnbull, Lorraine King, Kevin Welsh, John McBride, Helen McBride, Rhianna McBride, Lola Roberts, Jenny Trindall, Wendy Ashby, Barbara Ashby, Patricia Weatherall, Stella Sands, Jenadel Lane, Barbara Stanley, Mary Kennedy, Minnie Riley, Karrin Thurston, Monica Summers, Una Bibby, Rozzi Smith, Maree Bolton. Workshop and cultural liaison by: Clive Freeman. Project facilitator: Jamie – Lea Hodges. Supportato da: Boolarng Nangamai.Together Dreamingand, OutbackArts and Galamban
Galamban, Gumara Barranargn, Australian Aboriginal Possum Skin Cloak, artisti: Galamban Extraordinary Aboriginal Experience, Julie Freeman, Markeeta Freeman and Clive Freeman. da: Wreck Bay, NSW
Tjampi Desert Weavers e Kayili Artists, KAPARLIKU . BELONGING TO GRANDMOTHERS 
In collaborazione con Kayili Art Centre in Patjarr and Tjanpi Desert Weavers. Artisti: Katie Ward, Ruth Bates, Manupa Butler, Nancy Carnegie da Patjarr and Giorgia Severi dall’Italia. Project facilitator: Joanna Foster e Tjampi Desert Weavers
Tjampi, artista: Giorgia Severi
Balgo Art Centre, Wirramanu Community, Tanami Desert, NAKKARA NAKKARA, artista: Joan Eve Nagomara Naparrula, da: Warlayirti Artists Balgo Art Centre, WA, Balgo Art Centre, Wirramanu Community, Tanami Desert, WIRRAMANU, artista: Larry Gundora Tjanpanangka, da: Warlayirti Artists Balgo Art Centre, WA
Adoring the World, artista: Giorgia Severi

Continua il meraviglioso ciclo espositivo all’Espace Louis Vitton di Venezia con Tilo Schulz <> Francesco Hayez. Dopo Bill Viola & Carpaccio, Mariano Fortuny & Jiro Taniguchi, le vedute d’ottica & Olafur Eliasson, L’Espace Louis Vuitton di Venezia presenta la mostra, ponte tra arte contemporanea ed arte antica, Tilo Schulz <> Francesco Hayez.

Ricordiamo infatti che L’Espace si impegna a sostenere il restauro di capolavori provenienti dalle collezioni della Fondazione Musei Civici di Venezia (MUVE), per poi esporli al pubblico in attesissime mostre che le pongono a confronto con rinomati artisti contemporanei.

Fino al 25 ottobre 2015 possiamo ammirare il lavoro site specific di Thomas Schulz (1972) artista tedesco ed anche scrittore e curatore autodidatta, ispirato alle lunette del veneziano Francesco Hayez (1791-1882).

Queste lunette furono dipinte dal pittore nel 1819, commissionate dalla Camera di Commercio per affrescare due locali a piano terra di Palazzo Ducale.
I due cicli di affreschi erano distribuiti in quattordici lunette. Cinque grandi con la raffigurazione dei Quattro Continenti e nove lunette più piccole raffiguranti le   divinità tutelari marine, le Nereidi e i Tritoni.

L’artista Tilo Schulz ha pensato ad un’installazione che propone una risposta sia spaziale che visiva allo storico dipinto.
Due dischi dal diametro di due metri, posti paralleli tra loro nello spazio, ruotano lentamente attorno al proprio asse. Ciascun disco ha in un lato uno specchio scuro liscio e nell’atro un dipinto astratto spesso di strati di colore. Da un lato tutto si riflette al suo interno, dall’altro una superficie astratta e colorata interpreta le variabili forme del nostro mondo. L’installazione, definita dall’artista pittura metaforica, intende raccontare “le irregolarità e lo splendore che forma il nostro mondo, l’orbis terrarum”.

Sugli specchi ruotanti si riflette non solo la visione del mondo ma anche noi stessi spettatori, parte dell’opera stessa.

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Francesco Hayez <> Tilo Schulz
Espace Louis Vuitton Venezia,
Calle del Ridotto 1353 Venezia
Dal 7 maggio al 25 ottobre 2015.
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Fotografie e testo di Caterina De Zottis / www.cdzph.tumblr.com

 

Il Premio Arte Laguna nasce nel 2006, in Veneto, da una collaborazione tra l’Associazione Culturale MoCa e lo studio di comunicazione Arte Laguna: anno dopo anno, si è affermato come concorso internazionale dedicato ai talenti delle arti visive, con l’obiettivo di promuovere e diffondere l’arte contemporanea.

La 9° edizione del Premio si è conclusa con la mostra delle opere selezionate, inaugurata sabato 21 Marzo negli ambienti senza tempo delle Nappe dell’Arsenale Antico di Venezia.

Durante la serata sono stati proclamati i sei vincitori assoluti delle altrettante sezioni: Pittura, Scultura e installazione, Arte fotografica, Video arte, Performance, Arte virtuale e digitale ed infine Arte ambientale e paesaggistica, ideata con Thetis S.p.A per art projects inediti che prevedono un’interazione tra l’intervento artistico e l’ambiente per il quale è stato creato. Nel corso della cerimonia di premiazione, inoltre, sono stati consegnati i 14 premi speciali realizzati in collaborazione con aziende, fondazioni e gallerie internazionali, per un valore di premi complessivo di 180.000 euro.

La giuria di selezione è stata composta, come ogni anno, di nomi d’eccellenza del panorama artistico internazionale e presieduta da Igor Zanti, Direttore dello IED di Venezia e curatore dell’allestimento.

La mostra accoglie ben 120 opere d’arte provenienti da 44 Paesi diversi e rimarrà aperta gratuitamente al pubblico fino al 5 aprile 2015 dalle 10 alle 18, sia presso le Nappe dell’Arsenale, sia nella sede Telecom Italia Future Centre di Venezia.

Di seguito, i nomi dei sei vincitori assoluti del Premio Arte Laguna 2014.2015:

SEZIONE PITTURA

Noemi Staniszewska / Gdansk, Polonia / 1991

472 (2014)

Acrilico su tela

SEZIONE SCULTURA

Christine Kettaneh / Beirut, Libano / 1982

a Beirute, with a mayo blessing (2014)

Incisione laser su pane arabo

SEZIONE ARTE FOTOGRAFICA

Christopher Sims / Detroit, Michigan, Stati Uniti / 1972

Jihad Lamp, Fort Polk, Louisiana, from Theater of War: The Pretend Villages of Iraq and Afghanistan (2006)

Stampa Lambda C-type

SEZIONE ARTE AMBIENTALE E PAESAGGISTICA

Andrew Friend / Norwich, Gran Bretagna / 1985

Disappearing (at sea)

Vetroresina, legno, corda, materiali vari

SEZIONE VIDEO ARTE E PERFORMANCE

Gilles Fontolliet / Zurigo, Svizzera / 1981

Suwaima (2014)

Filmato con una semplice videocamera

SEZIONE ARTE VIRTUALE

Roberto Fassone / Cuneo, Italia / 1986

sibi (2012)

Software/archivio

Ha inaugurato venerdì 16 maggio 2014 la mostra “Visible White – You See Me.Personal Identities in the Digital Age” che espone le opere finaliste del concorso “You See Me” alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze, arrivata alla terza edizione; una open call per video e fotografia curata da Paul di Felice e Marinella Paderni, nata da una collaborazione tra la scuola fiorentina Fondazione Studio Marangoni, Celeste Network, Stedelijk Museum, Paradox, Lens Culture, The Photographers’Gallery e Young Photographers’Alliance.

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La foto di Armida Gandini “Mi guardo fuori” è stata scelta dalla giuria per il premio “Best Single Work”.

La mostra delle opere e progetti finalisti, 20 in totale, rimane aperta fino al 16 giugno 2014 presso la Fondazione Studio Marangoni, in Via San Zanobi 19r a Firenze.
Il progetto “You see me. Personal Identities in the Digital Age” indaga sul valore del ritratto contemporaneo d’artista; “Che valore ha oggi il ritratto fotografico d’artista nell’epoca del digitale e dei social network in cui tutti diventano ritrattisti fai-da-te?”.

Opere e progetti finalisti sono stati selezionati da una giuria internazionale :
Jim Casper (Lens Culture, Parigi) ; Clare Grafik (The Photographers’Gallery, Londra) ; Hripsime Visser (Stedelijk Museum, Amsterdam) ; Bas Vroege (Paradox, Amsterdam).

Finalisti in mostra :
Singole opere – unaduna, Matarno Da Vergato, Marialuna Maresca, Mapi Rizzo, Antonio Buttitta, Armida Gandini, Cristina Papi, Catrine Val, V.Rostella, Felicia Simion.
Progetti – Andrea Alessio, Giulia Martino, Ivano Adversi, Andrea Poggipollini, Tracey Lamb, Vera Frenkel, Alex Carmichael, Matthew Humphreys, Monica Takvam, Supranav Dash.

E’ possibile visitare la mostra dal lunedì al sabato, dalle 15 alle 19, o su appuntamento. Ingresso libero.
Contatti – exhibitions@studiomarangoni.it / tel. 055 280368
www.studiomarangoni.it

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