Editoriali

Caro Sindaco Luigi Brugnaro,

visto che mi ha “invitato” a fare le mie proposte per la città, poiché le sue sono ancora assai nebulose o legate comunque a “spot” più che vere e proprie iniziative a lungo termine le invio la mia lettera, così possiamo discutere di cose serie.

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Da cittadino veneziano che risiede da anni all’estero non posso che notare, ogni volta che ho la piacevole possibilità di tornare a casa, a Cannaregio un degrado sempre più palpabile della città. Sono sicuro che oggi a lei e la sua giunta non si possano addebitare responsabilità, quanto piuttosto grandi aspettative per un rilancio sociale, culturale, abitativo e industriale che fino ad oggi non c’è stato.

Diversi anni fa, quando si stavano svolgendo le elezioni per le primarie per eleggere il successore di Massimo Cacciari, lavoravo presso lo Studio grafico Camuffo e al tempo realizzammo un simpatico volume chiamato “Se io fossi Sindaco”, intervistando oltre 100 veneziani chiedendo i loro 10 punti per la campagna elettorale se fossero stati eletti sindaco. Tra risposte serie e non (su quelle allegre e alle barzellette sono sicuro con lei di sfondare un portone) abbiamo rappresentato sicuramente le voci di tutti quanti e di tutti i colori, arrivando poi a presentare il libro all’Ateneo Veneto, in una serata da tutto esaurito.

11-550x400Le faccio questa premessa perché così può capire che della mia città, Venezia mi sono sempre occupato. Quando ero studente mi sono impegnato per migliorare la città e per renderla più vivibile per noi giovani, cosa che sempre di più non avviene, perché il degrado vero è una città che non riesce a dare prospettive a lungo termine.

Sfortunatamente già al tempo i segnali di scarso interesse ad attivare delle politiche giovanili funzionali c’erano già. Ricordo ancora l’allora assessore al bilancio Giorgio Orsoni in una assemblea pubblica al Liceo Artistico di Venezia, che lamentava le poche risorse e quindi la non attuabilità di politiche per i giovani. Le risorse sono sempre state poche o inesistenti, la volontà di fare le cose invece quella non ha prezzo: si possono attivare politiche anche senza mobilitare grandi risorse, ma utilizzando quelle interne che già ci sono, riorganizzandole.

Lei mi chiede di fare le mie proposte. Io speravo che in questi primi mesi di suo governo ci fossero dei cambiamenti e iniziative efficaci sulla vita di tutti però lei si è occupato delle seguenti questioni:

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Campalto: Gender o Fuxia?
  1. Libri Gender
    2. Le grandi navi
    3. Le mostre sulle grandi navi
    4. Il redentore decentrato e i mercatini di Natale a Mestre
    5. Le polemiche sul gay pride e un batti e ribatti con diversi VIP.
    6. La vendita (non realizzabile) di qualche quadro
    7. L’inserimento di cani antidroga
    8. Parco dei divertimenti a Tessera
    9. Blocco della stampa a Ca’ Farsetti.

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C’è poco da fare: sono tutti fatti che nella vita della città non hanno grande impatto, viceversa su quello mediatico. Ma non è con le polemiche sui giornali che si risolleva la città. Ha sempre accusato chi ha ricoperto incarichi precedenti di aver fatto disastri, salvo tirare tappeti rossi e cene da migliaia di euro al Premier Renzi, dello stesso partito di quelli che lei accusa di aver rovinato Venezia. Leggiamo di provvedimenti spot non attuabili come quelli di vendere dei quadri.

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Il problema però è il seguente: vanno bene anche singoli provvedimenti per racimolare qualche soldo nelle casse vuote della città, però fino ad ora le manca una cosa, quella principale: lei non ha ancora una visione di come risollevare la città e questo è grave. Di bilancio si parla poco, anzi pochissimo perché fino ad ora abbiamo assistito solamente ad annunci, che vanno bene per i giornali ma non per i cittadini. Ultima nota, lei ha sempre parlato di merito: le nomine che ha fatto per diversi ruoli dirigenziali cittadini però sono sempre la solita minestra: spartizione tra i partiti e persone con titoli di studio dubbi o non riconosciuti. Il merito va bene, quando sarà così davvero?

Secondo me, visto che mi chiede delle proposte questi sono i punti che vorrei si occupasse:

La casa
Ci sono ancora centinaia di appartamenti sfitti a Venezia. Cosa aspetta a fare un piano serio per questo annoso problema? Perché non sfiducia chiaro e tondo Alberto Mazzonetto, che ricopre ancora, dopo mille ricorsi il ruolo di presidente dell’Ater? Serve una sinergia tra Comune e Ater seria, trovando nuovi alloggi per i giovani in centro storico e non a Favaro Veneto. La centralità della Venezia lagunare.

Prevenzione VS Repressione
Visto che ha messo tra le priorità il combattere la il degrado e la droga, con la repressione attuando controlli e blitz con i cani, non sarebbe il caso che assieme alla repressione si faccia ripartire un programma di prevenzione del danno che già in passato attraverso le politiche sociali aveva dato buoni risultati? La storia insegna che la repressione da sola non basta, non si debellerà mai, quanto piuttosto rendendo le persone consapevoli. Non lo dico io ma lo dicono migliaia di studi e di politiche attuate ovunque in tante città del mondo. Il sindaco sceriffo è qualcosa che appartiene ad altri tempi. Non faccia l’errore di preparare una minestra riscaldata. Non funziona.

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Politiche Giovanili
In città non ci sono centri di aggregazione. Non ci sono mai stati. Con tutti gli spazi che il Comune ha inutilizzati, perché non si crea un luogo dove i ragazzi possono ritrovarsi? Aggregazione vuol dire comunità, vuol dire dare voce alle generazioni che non hanno rappresentanza. Non si può pensare solamente di attuare politiche legate alla cittadinanza più anziana, che va certamente tutelata, ma senza dimenticarsi dei giovani. La gente si ritrova a Santa Margherita perché la città non offre alternative di nessun tipo. Non ci sono eventi, non ci sono concerti se non legati esclusivamente al turismo. La città deve offrire spazi alla cittadinanza. Non esclusivamente al turista.

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Politiche d’accoglienza e nuova visione del turismo
Giusto qualche giorno fa un amico italiano che abita da anni a Londra è venuto a Venezia. Si è trovato di fronte a mille problematiche legate alla modalità di acquisto dei titoli di viaggio e a quella di pianificare le visite ai musei. Si parla di politiche del turismo da secoli. Bisogna attuare una politica di promozione culturale espansa su tutto l’arco dell’anno, penalizzando i momenti di forte congestione, creando promozioni per spalmare i turisti su tutta la città. Le grandi navi, visto che lei ha intenzione di farle comunque arrivare a Venezia, dovrebbero essere tassate fortemente, 15 euro per ogni passeggero con una speciale tassa di soggiorno, visto che gli studi sul turismo hanno dimostrato che l’effetto del visitatore sulla città è basso: dorme in nave, spende poco in città, anche perché dentro la nave trova già dei negozi con prodotti simil-locali. Lei parla di salvaguardare i posti di lavoro, ma visto che le navi hanno un impatto violento sulla città, magari pensiamo a salvaguardare anche quella prima che affondi per davvero sommersa dall’acqua alta e dai turisti?

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Ci sarebbero tante altre cose sulla quale discutere. Io non sono un politico, non mi sono candidato in politica e mai lo farò, sono un giornalista e un cittadino e continuerò a scrivere, commentare e criticare finché la costituzione italiana me lo permetterà di fare. Perché amo Venezia e spero che il mio sindaco, di qualunque colore sia, passi più tempo a pensare a come far tornare la città vivibile per il cittadino, piuttosto che fare polemiche sterili su questioni che a Venezia non c’è proprio bisogno di discutere.

Un saluto,

Giacomo Cosua.

Seconda serata di Fesivàl (citando la a aperta di Pippo Baudo) e a quanto pare sembra che l’edizione Conti funzioni. Quindi prepariamo l’animo a un’edizione 2016 sempre nelle mani del conduttore di colore più famoso d’Italia. La felicità di Conti, manco se avesse vinto la lotteria, era ben manifesta con i suoi grazie degli ascolti partiti già dal primo minuto di trasmissione, come una Barbara D’Urso qualsiasi.

Per la prima volta, accogliendo anni e anni di polemiche, sono i giovani ad aprire la serata e, sinceramente, così giovani non sembrano (musicalmente parlando, almeno). Il televoto manda via una rara perla, Chanty, che per me avrebbe dovuto vincere il Festival. Da qui ho capito subito che per me la serata sarebbe stata una continua polemica con le scelte del televoto. E infatti..

La mia prima polemica è sulla comicità. Io capisco un momento di distensione e di intrattenimento MA QUESTO NON E’ COLORADO! Troppi comici con poche cose da dire e monologhi da villaggio turistico. Ma anche la scelta di cantanti spiritosi, ma che senso ha? L’unico momento comico e rilassante, infatti, è stato quando I soliti idioti sono finiti nel fondo della classifica.

La seconda polemica è sulla classifica. Io non riesco a capire perché questo pregiudizio sulla povera Anna Tatangelo, costretta, tra i 4 a rischio eliminazione, a guardare Marco Masini più in alto di lei: questa è cattiveria. Salviamo Anna dalla zona rossa!

Superospiti di ieri: Biagio Antonacci, per le nostre mamme in preda all’ormone; una bellissima Charlize Theron, con poco da dire, vero, però che figa! Ha confessato di amare Un’altra te di Ramazzati e io non ascolterò altro nella vita pensando a lei… Ti amo Charlize! Infine Conchita Wurst, bravissima e simpatica, con un nuovo look corto, sempre più simile a Valerio Scanu. Ah, c’era pure quel gruppo di cui non ricordo il nome.

Ultima menzione di ieri per Emma e Arisa, simpatiche e autoironiche, piano piano si stanno lasciando andare. Vestiti che non passeranno alla storia e che neon fanno proprio venire a nessuno la voglia di metterseli, vabbè, però tutte quelle battutine di Emma sull’ambiguità sessuale trovo siano più divertenti dei monologhi dei vari comici X.

Anche per oggi è tutto, appuntamento a domani.

Ogni anno una parte d’Italia (io) aspetta impaziente questa settimana, mentre un’altra parte si chiede perché si parli di Sanremo.

A questa seconda (e brutta) parte d’Italia rispondo semplicemente Perché Sanremo è Sanremo e sarebbe inutile e noioso spiegare perché sia importante e perché, comunque, anche gli haters lo guardino.

Io, come il 49% degli italiani che ieri sera avevano la tv accesa, l’ho guardato. Vabbé l’ho anche registrato perché avevo paura di non arrivare alla fine. In effetti il rischio c’era visto che la formula presentata da Carlo Conti non si poteva certo definire avvincente ma piuttosto scorrevole, come la linea che decreta la morte cerebrale sul monitor.

Diciamo che l’impostazione dell’evento televisivo ricorda moltissimo i fausti baudiani che si mescolano a una trasmissione qualsiasi di Conti. Infatti, il padrone di casa non era affatto emozionato ed ha calcato il temutissimo palco dell’Ariston come se fosse a I migliori anni, a Tale e quale show, a L’eredità, insomma si sentiva molto a casa, ecco. Questo è un bene? Un male? Boh. Chi, invece, l’emozione l’ha sentita tutta era Emma, impacciatissima e tremante, si è addirittura commossa nel ricordare Pino Daniele. Arisa, che nella sua carriera ha avuto a che fare con Simona Ventura, ha capito come si combattono le grandi emozioni: con la papaya. La terza valletta, in quota promozione-serietv-di-Raiuno, è una versione meno moderna di Ines Sastre (fortunata valletta del 2000): bellissima, per carità, ma il senso?

Parliamo brevemente di cantanti partendo dalla classifica finale che da proprio l’idea che Sanremo non è più quel luogo per vecchi che molti pensano sia. C’è uno netto stacco generazionale tra i 6 passati (Annalisa, Chiara, Malika, Dear Jack, Nesli e un Nek abbastanza contemporaneo) e i 4 a rischio (Grignani, Britti, Lara Fabian e Grazia Di Michele con Platinette) che è invalicabile, e non è solo una questione di talent. Credo che la classifica del televoto sia giusta, non si possono portare a Sanremo le canzoni da Sanremo, bisogna aggiornarsi.

Parliamo di ospiti. Tiziano Ferro, in down con le vendite, è sempre più spesso in tv e si parla di un suo ruolo da giudice ad X Factor 9. Ieri ha proposto il suo classico medley da ascoltare in solitudine il giorno di San Valentino, mangiando un tubo di Baci Perugina, sempre logati TZN chiaramente. Ma questo Festival passerà alla storia per la reunion di Albano e Romina, gli Adamo ed Eva della musica italiana, i nostri ambasciatori in Russia, gli unici che sono in grado di non far scoppiare una guerra. Momenti di grande emozione ed imbarazzo, come quando incontri un ex ad una festa e non puoi evitarlo per una questione di buone maniere e di facciata. Ah, c’erano anche gli Imagine Dragons.

Su Siani preferirei non dire nulla, perché lui ormai crede così tanto di essere il nuovo Troisi che rimarrà l’unico a crederci. Gli altri comici veramente così imbarazzanti che, per fortuna, Twitter mi ha bloccato l’account.

Ma parliamo di cose serie: i vestiti. Emma in Francesco Scognamiglio indossa un abito che aveva già messo durante il suo concerto all’Arena di Verona. Credo sia la prima volta di un riciclo sul palco dell’Ariston ma, del resto, i tempi sono quelli che sono. Arisa in Daniele Carlotta prova una prima uscita senza reggiseno, catastrofica, Per fortuna ci ha subito ripensato. Rocio in Armani Privè era perfettamente vestita da spagnola anche se l’avremmo preferita vestita da torero come Madonna. Tra i cantanti un plauso a Chiara, audace e moderna, in un Stella McCartney giallo che ci farà dimenticare le brutte scelte del 2013. Tra i ragazzi salverei Nesli, molto elegante, col vestito da testimone di nozze.

Per questa prima giornata è tutto, a domani.

 

Dopo un mese passato in Giappone, dove i treni se arrivano in ritardo anche di un minuto diventa una tragedia nazionale, mi ero di fatto dimenticato quanto fosse dissestato il servizio ferroviario italiano.
Trenitalia ha di fatto abbandonati a se stessi milioni di pendolari, incuranti dei ritardi, delle angosce della gente nell’arrivare tardi ad un appuntamento di lavoro e via dicendo. L’unica politica è stata quella del profitto a scapito dell’utente che si è visto aumentare nel giro di qualche anno vertiginosamente i prezzi dei biglietti e degli abbonamenti. Il tutto non è stato di pari passo con il miglioramento del servizio. Forse vent’anni fa alcune linee andavano più veloci di quanto non accada ora, per quanto concerne i treni regionali. La tecnologia applicata solo ai grandi appalti, all’alta velocità, gli altri, i “poveretti” del servizio regionale abbandonati senza speranza di veder riconosciute le proprie ragioni.

Oggi prendendo un treno da Bologna verso Milano, un regionale della speranza, ho avuto conferma di tutto questo, ovvero che a trenitalia dei pendolari o degli utenti che utilizzano i servizi regionali o regionali veloci non frega proprio nulla.

Non sono servite le lamentele su Twitter e la pronta risposta di trenitalia, al chiedere di poter prendere il primo treno disponibile, anche se fosse stata una freccia. Il regolamento implacabile è che se paghi un regionale prendi un altro regionale, poco importa se trenitalia è la causa del ritardo.

In Germania, dove abito una cosa del genere non sarebbe successa, se il regionale è in ritardo ti fanno prendere il treno più veloce per arrivare a destinazione.

Chi mi chiede perché continuo ad abitare all’estero, trova una ulteriore risposta in questa piccola disavventura, metafora però di un paese che non sa più dove andare a sbattere, in balia delle onde e del proprio malcostume.

Nella foto, Ilaria Cucchi.

Editoriale del Direttore

“…Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti..”

Così recitava una parte del brano “la canzone del maggio” di Fabrizio De André.  Il titolo di questo editoriale lo dedico a tutti quei rappresentanti dello Stato che hanno infangato la propria divisa e i camici da dottore e infermiere con il sangue di Stefano Cucchi. La sentenza di oggi è qualcosa di vergognoso, che fa mettere in dubbio il senso di giustizia e di equità che dovrebbe essere una delle colonne portanti del nostro paese.

Non sono bastate tutte le fotografie, le prove, gli strazianti racconti della madre e una sentenza di primo grado che in qualche modo faceva capire che qualcuno di colpevole c’era davvero.

Il volto tumefatto e un corpo maltrattato non lo dimenticheremo mai: La colpa di Stefano Cucchi è di essere finito nelle mani della mala giustizia, di persone che invece di indossare la divisa e il camice e lavorare con rispetto e professionalità, hanno lasciato morire Stefano Cucchi come un animale.

L’unica verità che invece emerge oggi dalle carte bollate, è che i giudici con questa sentenza così violenta nei confronti della famiglia hanno deciso di non decidere, di non volersi sporcare le mani e di delegare ad altri il giudizio. La preoccupazione più grande però è che la Cassazione probabilmente non sarà in grado di mettere in ordine al caos creatosi durante la lettura della sentenza in corte d’appello.

Bisogna cambiare questa Italia, i politici continuano a ripeterlo: se poi però manca la volontà, è difficile credere agli slogan.

Così non si può più andare avanti.

Giacomo Cosua.

Testo: Nicolò Marangoni
Fotografie: Giacomo Cosua

Vent’anni dopo l’inchiesta “Mani Pulite”, che portò alla luce quel sistema di corruzione che infestava la classe politica italiana, cos’è cambiato? Nulla.

Quel cancro di rapporti tra affari e politica torna a ripresentarsi alla vigilia delle elezioni europee e colpisce in pieno petto il giovane e molto fragile governo Renzi. Di cosa stiamo parlando? Del giro di corruzione attorno all’EXPO 2015.

Non addentriamoci in tecnicismi burocratici e finanziari, non parliamo in un finto politichese che non ci si addice. Cerchiamo di capire quanto questa ennesima delusione, delusione soprattutto da parte degli investitori internazionali, possa portare l’Italia in un baratro ancora più profondo rispetto a quello in cui già si trova.

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La combinazione Renzi/EXPO 2015 può essere – o meglio, poteva essere – il mix giusto per risollevare l’Italia, dopo un ventennio di disfacimento politico, sociale ed economico. Ma di fronte a questa ennesima storia italiana, il governo si trova di fronte un ostacolo forse insormontabile per riuscire a portare a termine il suo obiettivo principale, ovvero quello di ripulire il paese dalla vecchia classe politica marcia e corrotta.

Possiamo ancora salvarci? Possiamo ancora salvare l’EXPO 2015? In un paese normale si potrebbe, ma come lo stesso Guy Dinmore ha scritto sulle pagine del Financial Times “l’Italia non è un paese normale”. Si parla di un evento che si terrà il prossimo anno, e per un’inchiesta di questa portata, soggetta alle lentezze burocratiche del sistema giudiziario italiano, il verdetto non arriverà a breve: si rischia di giungere ai giorni dell’EXPO con i banchi delle aule dei tribunali occupate da quegli stessi soggetti che dovrebbero promuovere l’esposizione. E L’Itaia non può permetterselo.

Gli investitori stranieri sperano che il governo Renzi riesca a portare a termine il suo piano di riforme. In caso contrario questi investimenti, vitali per il nostro paese in questo momento, se ne andranno, e anzichè risalire la china, sprofonderemo.

L’EXPO era la vetrina ideale: si parla di una partecipazione di 147 tra paesi e organizzazioni internazionali, 20 milioni di visitatori, 60 mila posti di lavoro e 10 miliardi di guadagno, in cui gli Italiani potevano mostrare al mondo quelle eccellenze che solamente noi possediamo.
Un contesto in cui l’Italia poteva riguadagnare la fiducia internazionale che si merita, e lanciarsi in nuovo percorso di crescita economica e sociale.

Invece no: la triste storia italiana si ripete. Abbiamo ben poco per cui essere “Positive”.

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