Interviste

Quando mi hanno proposto di partecipare all’anteprima della presentazione del nuovo libro di Rankin, F*CK Y*U, alla “Galleria Sozzani” in Corso Como 10 a Milano e potergli rivolgere qualche domanda, ho letteralmente sussultato sulla sedia.

Per chi non lo conoscesse, il britannico John Rankin Waddell è un fotografo, editore, regista e attivo sostenitore di molte cause umanitarie.
Le sue opere, svariate e variegate, si alternano principalmente fra servizi di moda e ritratti di personaggi celebri, tutte comunque unite da una sottile e complicata logica creativa.
Si è occupato, con altrettanto successo, anche di editoria. Prima fondando, nel 1992, la rivista “Dazed & Confused”, un significativo punto di riferimento per gli addetti ai lavori nel mondo delle arti e della cultura più di tendenza e poi pubblicando oltre 42 libri fotografici.
Mai sazio, Rankin è infine regista di spot commerciali per importanti aziende e di video-clip per alcuni dei nomi più noti del panorama musicale oltre ad aver diretto e prodotto un grande numero di sceneggiati.

Esposta la sua molteplicità artistica però, vorrei concentrarmi nel raccontarvi il Rankin fotografo e ritrattista, la nobile arte da cui è partita la sua carriera e per cui può essere definito, senza troppa presunzione, un maestro.

Questo poliedrico artista, tipico nell’aspetto e nell’accento del nord dell’ Inghilterra, ma con un innato senso dell’umorismo e un approccio alla fotografia intimo e scanzonato, è divenuto un marchio di fabbrica a partire dagli anni ’90, lavorando a stretto contatto con gruppi musicali, artisti, politici e top model di fama internazionale. Ed è proprio per gli anni passati a contatto con queste personalità forti che ha senza dubbio raggiunto la capacità di saper portare alla luce emozioni e sentimenti di persone apparentemente tanto imperturbabili. Ciò hanno fatto di Rankin uno dei più grandi fotografi attualmente in circolazione. Caratterizzati da un approccio creativo e impavido, i suoi ritratti, personali o commerciali che siano, riescono sempre a mettere in rilievo l’onestà intellettuale e la passione dell’artista per tutti gli aspetti della cultura moderna ed esaltano, per la fortuna del nostro intelletto, connessione e sincera collaborazione fra fotografo e soggetto ritratto, spesso e volentieri uno fra gli inarrivabili idoli dei nostri sogni.

Nello specifico, con la raccolta fotografica F*CK Y*U, l’artista ha deciso di concentrare la propria attenzione sul gesto del “dito medio alzato”, manifestato irrisoriamente anche in copertina e considerato sì come un gesto oramai entrato nella cultura popolare ed inteso ad offendere ed insultare qualcuno, ma elevato da Rankin ad analisi del linguaggio del corpo umano e dei contesti storici ad esso legati.

Noto per la sua ironia e il sarcasmo, Rankin ha ricevuto, negli anni, la sua buona dose di insulti e non sono mancate le celebrità che gli hanno mostrato il “dito medio” durante le sessioni fotografiche.
Accortosi della potenzialità del materiale a disposizione, ha iniziato a spulciare i suoi archivi alla ricerca di immagini simili fino a giungere ad accumulare una ricca serie di personaggi celebri (Eva Green, Damian Lewis, Cheryl, Katy Perry, Robert Downey Jr., Gillian Anderson, Diana Athill, Juno Temple, Nicholas Hoult, The Rolling Stones, Harmony Korine, Terence Conran e Paolo Nutini). Tutti accomunati dall’offensiva posa con il “dito medio” in bella vista. Da qui la nascita del suo progetto, definito impeccabilmente da Irvine Welsh come “la perfetta espressione dello spirito dell’artista, al contempo giocoso e ironico.”

Ecco allora di seguito alcune brevi domande che hanno voluto sorprenderlo, impadronendomi del suo stile nel rivolgergliele come intervistatore, ma a cui ha risposto, sorprendentemente, con impeccabile professionalità e partecipazione.

Oltre che essere una professione, che valore ha la fotografia nella sua vita ?

E’ proprio la fotografia ad essere la mia vita. E’ la mia notte, il mio giorno, il mio sogno. Non posso immaginare cosa sarebbe la mia esistenza senza la fotografia: mi fa essere felice, mi fa arrabbiare, mi fa alzare la mattina e restare alzato fino tardi la notte.

Dalla sua biografia leggo che ama definirsi “un ritrattista con un particolare occhio per la moda”. Farebbe mai il corrispondente (fotografo) di guerra ?

A dir la verità, all’inizio della mia carriera, per i primi tre anni, la volontà era quella di essere un documentarista o addirittura un foto-reporter, più che un fotografo di guerra, ma non ci è voluto molto perché capissi che non era la mia strada e, spinto sia da mio padre che mi ha sempre consigliato di fare quello che più mi appassionava sia da una conscia paura di certe situazioni, mi sono concentrato sulla mia vera passione: le persone ed i corpi.
Fin da ragazzino mi è sempre piaciuto indagare l’animo umano ed avere un confronto con la gente. Credo che chiunque debba fare quello in cui riesce meglio e parlare con le persone, cercare di coglierne i lati più intimi attraverso la fotografia, mi è facile. Nonostante abbia investito tempo e danaro in progetti e documentari diversi per genere, quello che so fare e che continuerò a fare in futuro è quello che si vede nelle mie opere.

Per ottenere una fotografia che la soddisfa, quanti scatti le occorrono in media ?

(E’ divertito) A questo punto della mia carriera e con l’esperienza data da anni di lavoro, probabilmente riesco ad ottenere l’immagine che voglio con una decina di scatti, ma da ragazzo, alle prime armi, ne scattavo centinaia. Mi è più facile, ora, “far uscire” dal personaggio che è di fronte alla macchina fotografica le emozioni e le sensazioni che voglio catturare, quando invece, agli esordi, avevo meno confidenza e sicurezza e questo processo richiedeva ovviamente più tempo.

Con l’avvento di Instagram ed in generale dei social network e di tutte quelle applicazioni che aiutano il ritocco fotografico, siamo tutti potenzialmente dei buoni fotografi ?

No. Personalmente sono iscritto a molti di questi social e seguo diverse persone che pubblicano fotografie ma ritengo che il 98% delle fotografie siano orride (n.d.r. Rankin ha usato un termine molto più volgare per definirle). Certo, mi fa piacere che le persone abbiano trovato mezzi sempre più semplici ed accessibili per poter manifestare la creatività e sono contento che la tecnologia avvicini sempre più appassionati a questa forme d’arte, ma una buona fotografia rimane sempre una buona fotografia.

Un brutto soggetto, sia esso una persona od un oggetto, se immortalato dal giusto fotografo e con i dovuti accorgimenti, diviene necessariamente bello ?

Personalmente non ho mai avuto questo dubbio perché vedo la bellezza in ogni cosa, vedo la bellezza anche nel “brutto”. In particolare, per la raccolta F*CK Y*U, l’imperfezione ed i difetti dei personaggi fotografati hanno addirittura contribuito a rendere ogni scatto unico, personale ed intenso, come ho sempre voluto che fossero. Ognuno ha qualcosa di bello e sta all’artista saperlo cogliere, rappresentare, comunicare.

Secondo lei, cosa diventerà la fotografia ? Come si sta evolvendo?

Non arriveremo mai ad un punto fermo o ad un traguardo perché la fotografia e più in generale “l’immagine” è in continua evoluzione. Di sicuro il video, inteso come immagine ed espressione visiva in movimento, o almeno il mix fra le due cose, diventerà sempre più importante ed è quello su cui anche io sto investendo tempo. D’altro canto è anche vero, come dicevamo prima, che con Instagram e tutti i mezzi tecnologici che la gente comune ha a disposizione al giorno d’oggi (telefonini, videocamere, software per la gestione delle immagini ecc. ecc…) la fotografia sta diventando più fenomeno di massa e forse è proprio questa l’evoluzione più evidente. Quando dissi ai miei che volevo fare il fotografo si misero a ridere e manifestarono subito la preoccupazione per un futuro incerto. Oggi invece la fotografia è considerata una carriera affascinante e possibilmente anche lucrosa e questo è un cambiamento epocale, massivo. Certo, i futuri grandi fotografi arriveranno da chi utilizza questi strumenti innovativi ma l’evoluzione riguarda gli strumenti, non la capacità, la bravura, il gusto.

Thank you Mr. Rankin per la piacevole chiacchierata, per l’intervista e F*CK Y*U !

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Anna Di Prospero
è una giovane fotografa romana di 27 anni.
I suoi scatti hanno incantato l’Italia e l’America, dove ha approfondito i suoi studi presso la School of Visual Arts di New York.
Nel 2011 vince due prestigiosi premi il People Photographer of the Year all’International Photography Awards e Discovery of the Year al Lucie Awards.
Quest’anno invece si classifaca al secondo posto nella cateroria Ritratto al Sony World Photography Award 2014; oggi abbiamo il piacere di intervistarla per Postive Italia.

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Guardare le tue foto è come leggere le pagine di un diario. Tu hai iniziato a scattare a 15 anni perché era il tuo modo di raccontare, all’inizio è stato un gesto inconsapevole ma con gli anni e riguardando le tue foto hai realizzato che quella era la testimonianza dei tuoi anni del liceo. Ora che sei considerata una delle figure più interessanti della fotografia internazionale qual’è il tuo approccio al processo creativo?
Oggi il mio approccio al processo creativo è molto più consapevole e analitico. Non fotografo quando ho piacere di scattare una fotografia, ma solo dopo aver compreso e analizzato cosa voglio comunicare attraverso una determinata immagine. Questo processo mi ha aiutato a capire perché sto dedicando da anni tutte le mie energie alla fotografia e a dare valore a ogni singola foto. Se prima fotografavo solo per passione e divertimento, oggi sento una forte responsabilità e rispetto ogni volta che creo una nuova immagine.

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La tua casa, gli autoritratti e la sfera famigliare sono stati i tuoi principali soggetti del lavoro che hai realizzato tra il 2007 e il 2009. Ma oggi il soggetto si colloca in spettacolari architetture e paesaggi urbani. Come scegli questi luoghi e  qual’è la chiave di lettura di questi scatti?
In realtà la serie sulle architetture contemporanee (Urban Self-portrait) è un lavoro nato prima della serie con i miei familiari (Self-portrait with my Family) e subito dopo aver terminato la serie di autoritratti nella mia casa (Self-portrait at Home). Dopo aver trascorso tre anni a fotografarmi solo ed esclusivamente nella mia casa, ho deciso di allargare i miei orizzonti e ho iniziato così a viaggiare per varie città, in Europa e Stati Uniti, alla ricerca di nuovi luoghi con cui confrontarmi. Ho scelto le architetture contemporanee perché sono appunto simboli del nostro presente e il mio intento era quello d’identificarmi non nel passato, non nel futuro, ma come parte di questo preciso periodo storico. L’intento è stato quello di creare dei legami con questi luoghi a me sconosciuti, esplorando il concetto di corpo, spazio e interazione.

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Hai studiato un semestre a New York, hai viaggiato molto e nel 2011 hai vinto il Discovery of Year al Lucie Award. Quanto queste esperienze hanno influenzato la tua interpretazione del mondo all’interno delle foto che realizzi?
Mi hanno aiutato ad avere una percezione diversa delle mie radici. La distanza aiuta a vedere le proprie relazioni in prospettiva ed è proprio quello che ho sperimentato durante il mio periodo di studi a New York. Per la prima volta ho sentito il desiderio di fotografarmi non più in relazione a dei luoghi (la mia casa, le città) ma a delle persone e di indagare su i miei legami più intimi. Così, tornata da New York è nata la serie Self-portrait with my Family. Grazie a questo lavoro ho conosciuto sotto una nuova prospettiva le persone a me più care. Sono sempre partita dal mio intimo per poi aprirmi all’esterno, all’ignoto. Queste due realtà sono costanti nel mio lavoro. È un continuo dialogo tra interno ed esterno, tra confronto e scoperta.

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Hai sempre ribadito che l’Italia è il paese in cui vorresti rimanere e in cui lavorare, ma la percezione delle fotografia e dell’arte in generale negli altri paesi europei è diversa, rispetto alle tue foto qual’è l’idea che ti sei fatta?
Io vorrei continuare a vivere e lavorare in Italia per il semplice motivo che qui ho la mia famiglia e i miei amici, le mie fonti d’ispirazione più grandi. Inoltre, la mia casa e il territorio dove vivo restano i luoghi dove produco la maggior parte del mio lavoro. Al contrario, tutto quello che riguarda esposizioni, collaborazioni e vendite, avvengono per lo più all’estero. Attualmente sono rappresentata da una galleria francese, Galarie Madé, che si occupa dell’organizzazione e gestione di quasi tutto il mio lavoro. Se dovessi lavorare esclusivamente in Italia, non penso che riuscirei a vivere di questa professione.

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La tua prima opportunità di esporre l’hai avuta a 19 anni grazie ad un sito di condivisione fotografica, oggi invece esponi nelle gallerie d’arte di tutto il mondo. Quali sono attualmente le tue mostre e quali sono i programmi per i prossimi mesi?
Dal 18 al 21 Settembre espongo con la Galerie Madé ad Amsterdam, durante la fiera di arte contemporanea Unseen. Ho da poco pubblicato una nuova serie intitolata Ardor (http://www.annadiprospero.com/ardor.htm) e per i prossimi mesi ho in programma di continuare un lavoro chiamato Self-portrait with Strangers e di iscrivermi a un corso di francese!

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Foto: Anna Di Prospero // ogni riproduzione è vietata senza il consenso dell’artista
sito: www.annadiprospero.com
facebook: facebook.com/annadiprosperofanpage
tumblr: annadiprospero.tumblr.com

andy rocchelli, andrey mironovQuesto nostro lavoro richiede due qualità. La prima è lo spirito di sacrificio. Abbiamo una missione sociale: capire e far capire le culture, capire e far capire gli altri. La seconda qualità è la serietà assoluta. Devi sapere che nella tua audience c’è sempre qualcuno che la sa più lunga di te. Se consenti anche a una sola persona di scoprire che tu menti, che sei stato banale, impreciso o superficiale, allora avrai perduto”

Cominciamo così, con questa citazione di Ryszard Kapuscinski – uno dei più grandi fotogiornalisti di guerra della storia – nella quale descrive due qualità imprescindibili di questo mestiere: spirito di sacrificio e serietà assoluta.

Due qualità che anche Andrea Rocchelli aveva. Qualità che l’avevano spinto a raccontare storie attraverso i suoi scatti in maniera diversa.

Andrea tre settimane fa era in Ucraina, più precisamente a Sloviansk, dove stava seguendo l’evolversi della crisi quando una raffica di mortaio l’ha ucciso insieme al suo stringer Andrey Mironov. Andrea aveva trent’anni, era un fotografo che lavorava per il collettivo di fotografi Cesura.

Cesura, una realtà tutta italiana, dal cui stesso nome tante cose possiamo capire. Abbiamo intervistato Alessandro Sala, uno dei fondatori.

Alessandro, raccontaci com’è nato questo vostro gruppo?

Cesura è nata il 30 maggio del 2008, e proprio il giorno del funerale di Andy – il 30 maggio di quest’anno – abbiamo compiuto sei anni. Siamo un gruppo di fotografi formatosi sotto la guida del nostro maestro Alex Majoli. Siamo nati quindi come laboratorio di stampa per le sue mostre e i suoi lavori. Eravamo 5 giovani tutti con l’ambizione di diventare fotografi, e grazie anche ai consigli e all’aiuto del nostro maestro ci venne naturale la voglia di creare qualcosa che ci rappresentasse.

Il tutto cominciò a Cesura, questa piccola frazione del Comune di Pianello Val Tidone in provincia di Piacenza; decidemmo anche di mantenere il nome di questa località, poichè riassume molto bene la nostra idea, la nostra filosofia. Una filosofia di taglio rispetto alle classiche logiche di mercato.

Uno dei nostri principi fondanti è quello dell’indipendenza: dal punto di vista fotografico, ovvero la volontà da parte di tutti noi di seguire progetti personali senza scendere a compromessi con le logiche di mercato –  non siamo molto commerciali – e dal punto di vista dell’artigianalità del lavoro. Difatti ogni fase del processo di produzione, dallo scatto, alla scansione, alla post-produzione, alla stampa, al montaggio, alla grafica è eseguito internamente da noi. Ogni progetto, non solo fotografico, ma anche editoriale ed educational, è imperniato attorno a questo luogo.
Cesura diventa la nostra base da dove tutti partiamo per lavorare, ma dove torniamo per concludere i nostri lavori svolti in giro per l’Italia e per il mondo.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=S1fJJ2N0fLE]

Appunto per il vostro taglio netto nei confronti delle principali vie commerciali dell’editoria italiana, riuscite a trovare spazio nel nostro mercato o principalmente lavorate con realtà internazionali?

Principalmente, purtroppo, ci troviamo a lavorare all’estero. Produciamo poco per il mercato italiano poichè non ci viene richiesta la produzione di reportage o di progetti fotografici. La maggior parte dei lavori pubblicati anche in Italia sono commissionati da giornali esteri o sono progetti che finanziamo di tasca nostra. Diamo molta importanza ai nostri progetti personali e cerchiamo con le nostre forze di portarli a termine per poi cercare di venderli.

Questo disintiresse da parte del mercato, e quindi del lettore finale, pensi sia una prerogativa della realtà italiana? Lo stesso disintiresse lo possiamo ritrovare anche su argomenti che non riguardano il nostro Paese, sempre in secondo piano nei media italiani.

Il problema è molto radicato. L’interesse nasce da quello che il mercato editoriale vuol far vedere ed è tutto imperniato attorno alla pubblicità. In Italia è mancata una vera e propria educazione al lettore come è stata fatta in altri paesi, e diventa quindi molto difficile proporre progetti diversi da quelli che l’utente finale è abituato ad assorbire. Non dobbiamo però generalizzare, poichè ci sono delle ottime realtà anche in Italia.

E voi ne siete un chiarissimo esempio. Questa mancanza di apertura mentale porta molto spesso il lettore a sottovalutare un certo tipo di notizie che non lo riguardano da vicino e a sminuire il lavoro che molti giornalisti svolgono. Visto la predisposizione che lo stesso Andrea aveva per un certo tipo di storie, che ruolo date alla figura del reporter nel giornalismo moderno?

E’ un ruolo fondamentale, che permette di raccontare la storia. Noi non cerchiamo la verità, poichè non si può conoscere una verità assoluta. Ma nel seguire una storia bisogna cercare di essere il più neutrali possibili, per un giornalista la neutralità è sacra.
Una delle forze di Andy stava proprio in questo e nella documentazione. Una storia, prima di avere il diritto di raccontarla, voleva capirla fino in fondo e farla propria. Per lui questo era vitale: difficilmente andava in un posto solamente per pochi giorni per poi tornare a casa, scriverci il pezzo e cercare immediatamente di venderlo. No, lui poneva l’approfondimento e la ricerca come punti fermi del suo lavoro.

Punti che sono fondamentali per chi vuole raccontare un certo tipo di storie.

Certo. E’ anche vero che non sempre viene richiesto.

E questo è un altro enorme problema del giornalismo italiano, ma non è di questo che vogliamo parlare.

No infatti. Noi cerchiamo sempre di seguire la nostra identità. Se abbiamo un’idea a cui crediamo, cerchiamo di realizzarla. Siamo fatti così e lo dobbiamo fare. Ognuno di noi è molto diverso sia dal punto di vista fotografico, sia dal punto di vista umano. Ma l’intento e gli obiettivi finali sono comuni e sono stati decisi da anni di convivenza e lavoro insieme. Andy era il più fotogiornalista di noi; il suo obiettivo principale era quello dell’approfondimento, magari non d’inchiesta – quello spetta di più a chi scrive – ma approfondiva attraverso i suoi scatti.

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A volte trasmette molto di più una foto che un pezzo di 1000 parole. La foto del bunker può essere presa come esempio.
Si è letto che Andrea faceva fatica a trovare spazio nei giornali italiani poichè le sue foto mostravano la verà realtà di un conflitto. Torniamo ai problemi che siamo raccontati prima.

Dipende molto dalle situazioni. Ci sono stati conflitti con cui abbiamo avuto delle buone vendite e creato ottimi contatti con riviste e giornali. Ci sono molti fattori in gioco in questi casi: come ci siamo mossi noi per vendere il pezzo, chi abbiamo contattato, se siamo arrivati noi sulla storia prima o dopo altri. Poi è chiaro, ci sono alcune guerre che non vengono raccontate come si dovrebbe, ma non siamo nella posizione per giudicare questo sistema e non vogliamo nemmeno fare discorsi politici o faziosi, non ci compete.

Il lavoro che Andrea ha fatto in questi anni, per quegli stessi problemi che ci siamo appena detti, la maggior parte del pubblico italiano non lo conosceva e non conosceva la vostra realtà. Purtroppo molti si sono accorti del suo e del vostro lavoro solamente dopo la sua morte.

Mi sembra, purtroppo, abbastanza normale che il pubblico italiano venga a conoscenza di noi adesso…

Maydan protestSento un pò di rassegnazione nel tuo tono….

Non vedo tante alternative in questa realtà. Posso dirti che noi il lavoro che stiamo facendo lo abbiamo sempre fatto anche senza essere sotto i riflettori; avevamo il nostro mercato e comunque molte persone che ci conoscevano. Adesso c’è tanta gente che si è accorta di noi ed è un peccato che sia questa l’occasione.

L’obiettivo vostro rimane comunque quello di fare della buona informazione a prescindere che se ne parli o meno. Questo è sicuramente un bel messaggio che hai fatto passare.

Certo. Noi l’abbiamo sempre fatto e abbiamo tantissime storie che abbiamo prodotto e che però sono rimaste negli hard disk. Ma questo non ci ha mai scoraggiati e continuiamo a produrre quello che noi riteniamo di qualità e che ci appassiona.
E l’informazione era sicuramente uno degli argomenti che appassionava di più Andy ed era il più capace di noi in questo ambito.

Come lo ricordi, lavorativamente e personalmente parlando?

Andy era un nostro fratello. Siamo cresciuti insieme e subito siamo diventati una famiglia. All’inizio era dura: i soldi erano pochi e gli obiettivi difficili da raggiungere. Vivevamo tutti insieme in studio, avevamo perfino i letti dentro quello stanzino. Abbiamo passato anni a vivere e lavorare insieme e questo ci ha unito ancora di più. Era un fratello.
Poi Andy era il nostro motore. Lo ricordiamo per la sua velocità, per il suo modo di correre sempre. Lui era sempre pronto, sia nel contesto lavorativo che nella vita. Mentre stava finendo di lavorare su una storia, stava già pensando alla successiva, pronto a partire come sempre. Nel momento in cui c’era qualcuno che rallentava, lui era il primo a bacchettarti e a riportarti alla velocità giusta.

Era sempre sul pezzo insomma…

Si Andy era sul pezzo.

Maydan protest Ukraina 2014 © Andy Rocchelli / Cesura

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Questo è quanto ci siamo raccontati. Cosa mi è rimasto: la passione e l’umiltà con cui Alessandro mi ha parlato dei progetti che insieme ad Andrea e agli altri ragazzi di Cesura hanno portato avanti.

Le storie su cui Andrea ha lavorato e su cui stava lavorando non andranno perdute.
Cesura ha appena lanciato la campagna di crowfounding per la pubblicazione di un libro fotografico intitolato “Russian Interiors”: una progetto sulle donne russe su cui Andrea stava lavorando da oltre 4 anni. Volete contribuire? Cliccate qui
Noi di Positive Magazine faremo la nostra piccola parte con una  donazione poichè ci riconosciamo nella passione e nella dedizione con cui questi ragazzi lavorano.

h_02018670 h_02019675 The siege of Sloviansk The siege of Sloviansk The siege of Sloviansk The siege of Sloviansk

Andrea Rocchelli è morto facendo il suo mestiere.  Un mestiere che è come una vocazione. Questa è la parte finale delle parole che i suoi amici e colleghi gli hanno dedicato:

Andy was stubborn, Andy is stubborn and he will be forever.
He always had to compete with everything and everybody.

Everything he did, everything we did together was an injection of pure grit.
Every time he pissed us off, every time we laughed or we worked together our hearts were thumping. Every time we were spurred to go beyond, to run faster than him.
Rarely could we overtake him.
Now he got ahead of us, forever.

Andy was the best of us and also the bravest, and he’s gone.
He leaves his partner and his son.

We’re inconsolable and extremely mournful for such an immense loss for Cesura and for the press scene.

Irreplaceable fire-starter.
With a great virtue: getting the most out of very little.

Goodbye Andy

Si ringraziano Alessandro Sala per la disponibilità che ha avuto a parlare con noi in un momento difficile, e LuzPhoto per il materiale fotografico concessoci.

Foto di Alessandra Toninello

L’Art Directors Club di New York nasce nel 1920 fondata da Louis Pedlar, è la prima organizzazione mondiale che celebra e premia i successi dei maggiori leader nel mondo della comunicazione creativa. Da più di 90 anni difende l’attività artistica di tutto il mondo ne esalta l’importanza attraverso numerose manifestazioni che coinvolgono qualsiasi professionista nel campo dell’arte e dell’artigianato che abbia voglia di confrontare le proprie idee e mettersi in discussione con artisti provenienti da ogni Paese. ADC anche quest’anno è si è concentrato sull’organizzazione dell’ “Art+ Craft Festival” concluso da poco è stato ritenuto uno dei festival più creativi e divertenti della spiaggia di Miami, per questa edizione ha scelto come location James Royal Palm Hotel. A distinguere questa edizione da quelle passate è stato un concorso indetto dalla stesso ADC che coinvolgeva l’ambito della fotografia, invitava professionisti del settore , a inviare una foto qualora la foto avesse catturato l’attenzione di Hungry Castle un’agenzia nota nel campo della moda e della pubblicità la foto sarebbe stata proiettata attraverso il” Laser Cat”, ovvero un’ enorme costruzione dal l’aspetto di un gatto con gli occhi in grado di proiettare le foto attraverso due enormi laser. Questa costruzione presente alla sera del Festival sarebbe poi stata spostata in altri Paesi, permettendo così alle foto vincitrici di poter esser visti in diverse occasioni e in diversi luoghi, a meritarsi questa occasione è stata anche una giovane fotografa Italiana Alessandra Toninello che oggi mi ha dato la possibilità di raccontarmi la sua esperienza.

Alessandra nasce a Padova il 13 Settembre 1989 eredita parte della sua passione per la fotografia dal padre un tempo un giovane fotografo , ma è solo grazie alla sua sensibilità e alla sua curiosità tratti fondamentali del suo carattere che Alessandra Inizia a fotografare prima di tutto per gioco , utilizzando come soggetti i suoi amici, inseguito le foto iniziano a piacere non solo a loro ma anche ad altre persone ed proprio da qui che la giovane padovana ha deciso di provare a far della sua passione il suo lavoro.

Alessandra come ti sei sentita quando hai saputo che la tua foto sarebbe volata oltre oceano ad uno degli eventi più prestigiosi del Nord America?
Ero molto emozionata e incredula allo stesso tempo, ho partecipato per gioco, spronata soprattutto dal mio fidanzato che ha insistito molto a far si che inviassi una delle mie migliori foto che ho intitolato “Catch me”, sembra stupido ma per me era come avessi vinto la lotteria, l’idea di vedere la foto proiettata attraverso gli occhi di questo enorme gatto mi aveva letteralmente stregata!

Chi ha avuto occasione di seguire i tuoi lavori sa che spesso dai un titolo alle tue opere come in questo caso “Catch me”, ecco qual è per te la “foto perfetta” , quella che ti fa dire “ era questa la foto che stavo cercando? Quella che merita un titolo?
Sono sincera, la maggior parte delle mie foto mi piacciono nel momento in cui le scatto, dopo poco tendo a cambiare idea sono molto critica con me stessa. Ho capito che per trovare la foto “Perfetta “ ci vuole tanto tempo, io dopo lo scatto già la immagino finita, ma solo dopo aver fatto il post produzione posso dire di esser felice o meno del risultato, poi ci sono alcune foto a cui sono molto affezionata e che le porto nel cuore per il semplice fatto che hanno trovato molti consensi da diverse persone e che tutt’ora continuano a essermi richieste.

Cosa ti piace in modo particolare del tuo lavoro?
Mi piace quando vedo le persone felici, quando sono riuscita a soddisfare le loro richieste per me è molto importante, poi mi ritengo fortunata a far questo tipo di lavoro nella maggior parte dei casi sta a me aver la libertà di scegliere con chi lavorare, dove lavorare e quanto ore al giorno impiegare nel mio lavoro.

Sei giovane e come te ci sono tantissimi altri giovani che fanno il tuo stesso lavoro, ti spaventa questa competizione oppure no?
Si mi spaventa un po’, ma allo stesso tempo credo possa essere uno stimolo per migliorare se stessi. Ho capito che siamo in tanti a far questo lavoro ma alla fine sono pochi davvero coloro che arrivano a crearsi un nome, per questo genere di lavoro ci vuole tanta forza di volontà e spero un giorno di potercela fare pure io.

Dopo questa vittoria, hai qualche progetto per il tuo futuro?
Sto organizzando la mia prima esposizione, ma ancora non mi va di rivelare i particolari di questa sorpresa,allo stesso tempo sto dando origine un’agenzia creativa con la collaborazione del mio fidanzato è un grafico e abbiamo deciso di unire le nostre conoscenze visto che spesso abbiamo modo di lavorare assieme.

Dall’Archivio di Positive Magazine International

Foto di Mustafa Sabbagh
Libro: Mustafa Sabbagh

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Mustafa Sabbagh è nato a Amman, in Giordania. Si è trasferito in Italia nel 1979 dove si è laureato in Architettura a Venezia. E’ stato per diversi anni assistente di Richard Avedon a Londra. Nel 2007 ha collaborato con Il Central Saint Martin College di Londra. Mustafa ha collaborato con Arena, The Face, Vogue Italia, l’Uomo Vogue, Rodeo, Gasby, Front, Kult, Sport & Street. Ha partecipato a diversi progetti ed esposizioni tra le quali, Bread & Butter nel 2004 a Berlino, Game and Welcome TO MY HOUSE, Florence, 2006; Lee jeans book, Berlin; Bepositive, Edwin, Forfex, Milano_ White, 2009; Carne, Milan, Superstudio, 2009). Nel 2009 ha preso parte a “Like-Us” un’esposizione itinerante con l’Artefiera di Bologna.

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Ci puoi raccontare qualcosa di te? Un nome non certo italiano il tuo.
Mustafa Sabbagh, padre palestinese e madre italiana, nato in giordania il resto è storia di oggi…

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Quando avevi 15 anni cosa pensavi che fosse l’arte contemporanea?
pensavo che fossi un modo per sorprendere il mondo ( sbagliavo ).

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Ed oggi invece ?
Un modo per aprire dei solchi nella finta morale e sovrastrutture mentali prestabilite, dare un senso nuovo a cose che sembrano banali.

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Come sei arrivato a capire che la fotografia poteva essere per te un mezzo d’espressione?
Essendo di fondo un timido, la parole non erano il mio forte, ho sempre cercato di raccontare il mio pensiero attraverso le immagini, poi a volte il caso ti porta ad innamorarti di cose che non ti aspetti… io ho amato la fotografia ( l’unico amore al quale sono fedele).

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Quando hai iniziato a fotografare?
Penso tardi, all’ età di 13 anni una vecchia polaroid trovata in un casseta a casa di mia zia, la prima foto è stata come un orgasmo…

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Hai preso ispirazione da qualche fotografo?
tutti e nessuno, ebbi la furtuna di incontare il grande Richard Avedon, mi ricordo una sua frase “la fotografia è sintesi, andare in fondo alle persone senza ferirle”. Poi Stanley Kubrick, ogni frame un scatto perfetto.

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Che relazione hai con il soggetto che fotografi?
Onestamente? Io penso di avere una specia di raporto sessuale (paltonico). Un’ amore che dura, io amo le persone quando le fotografo, amo i loro difetti e questo mi accade anche con un oggetto, un spazio.

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Cosa vuol dire per te “moda” ?
La moda. domanda che non ha mai trovato risposta nella mia vita, forse una forma di una nuova Schiavitù, amo il bello, il bello non è mai una moda…

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Le foto che scatti rappresentano la tua realtà, la realtà in generale o una realtà che non esiste?
Il mio sogno che diventa reale dopo avere realizzate, sentirci un “piccolo dio” – detto tra noi.

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L’avvento del digitale è riuscito ad avvicinare molte persone alla fotografia in questi ultimi anni. Pensi che possa essere un’arte più comprensibile quindi in un certo senso più popolare, oppure è soltanto uno dei molti mezzi con il quale l’arte si può realizzare?
Uno dei tanti, prima di avere inventato l’auto si andava a cavallo, ma ora tutti quelli che hanno un auto non sono piloti da formula uno la foto trascende dal mezzo, un visione di un mondo, un pensiero un’ esigenza, come leggere, mangiare, una cura per le nostre paure, fobie e ossessioni.

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