Interviste

cecchin

Lo potremmo definire un figlio d’arte, il padre Donato é presidente e designer di un brand di abbigliamento luxury da piú di trent’anni, la madre Antonella ha lavorato per molti anni come sarta/modellista e addetta al rimaglio e al rammendo, per questo probabilmente l’amore di Cecchin per i materiali, anche se il suo percorso e il suo approccio progettuale é lontano dal mondo classico del menswear o del knitwear.

Ecco la nostra chiacchierata con un giovane creativo decisamente da tener d’occhio.

Come ti sei avvicinato alla moda e quando hai deciso che avresti voluto farne un lavoro?
Non mi piace chiamarlo lavoro, nel senso che mi risulta più come una passione, la parola lavoro mi accende nella mente un’accezione negativa, quasi di obbligo e questa non lo è. È una passione di quelle che ti tengono sveglio la notte, di quelle che ti tiene la mente aperta, pronta a ricevere input per migliorare le conoscenze che già hai o che vorresti avere. Penso che i primi input mi siano arrivati girovagando nella ditta di mio padre da piccino. Mentre mia mamma era al rimaglio la domenica mattina, mio padre era in ufficio a disegnare la nuova collezione, io giravo tra i macchinari e tessuti. Questo mi fa pensare che la mela non è caduta così lontana dall’albero.

Lo Iuav è stato parte importante della tua formazione. Ci racconti un momento legato a questo percorso e quale il più importante insegnamento ricevuto?
Sicuramente dovendo pensare ad un momento preciso del mio percorso, non posso dimenticare quando ho ricevuto la risposta ad una domanda che avevo posto solo a me stesso. Quando, per la prima volta, ho ricevuto i complimenti per un progetto che ho ideato ed il senso di realizzazione e soddisfazione mi hanno fatto capire che il sudore, il sangue (in senso letterale) e le notti insonni non sono niente. Qualunque sforzo avessi dovuto fare da lì in poi ne sarebbe sempre valsa la pena e per fortuna è stato così.

L’insegnamento più importante? Una review che va male è solo un passo in più verso il risultato migliore.

Mi ha colpito molto il tuo lavoro Wooligans. Me lo racconti? Da quali input ispirativi è nata? Racconta una storia ben precisa, sbaglio?
Il film “This is England”, la canzone “I’m Forever Blowing Bubbles” dei Cockney Rejects. E l’amore per l’Eire. Un trip sulle macchine industriali per la lavorazione della lana. Il tutto condito da una ricerca infinita dei materiali per le campagne venete. Il progetto è cresciuto dentro di me con gli anni. Questa opportunità, che ho avuto la fortuna di avere grazie allo IUAV, ha generato in me il mix perfetto. Finalmente tutti i mondi che hanno influito nella mia crescita e acceso sensazioni hanno avuto l’occasione di emergere attraverso la mia progettazione. La mia ossessione per il tattile ha segnato in modo prepotente la scelta dei materiali e delle lavorazioni. Hooligans e Workers sono nati dalla mia mente, hanno combattuto e infine si sono uniti completando il “perfect spot”.

In generale da dove arrivano le ispirazioni per il tuo lavoro? Quali i mondi capaci di influenzarti?
Immagini, musica, film, arte. Soprattutto le cose che vedo in giro e magari riesco a fotografare. Perché ho una pessima memoria. Quindi via di schizzi su uno sketchbook, piuttosto che su un pezzo di carta. È da lì che partono tutti i miei trip, che escono come un flusso dalla mia mente, concretizzandosi nello scheletro solido del progetto.

Quali sono i tuoi creativi di riferimento? I designer che consideri un po’ genitori putativi?Diciamo che mi ispiro di più al mondo degli illustratori, fotografi, musicisti, poli-artisti piuttosto che fashion designers. La ragione è semplice, non voglio farmi influenzare da una creazione già finita, mi piace ricevere input dai più diversi campi, persino quelli inaspettati e questo mi permette di mantenere una visione più open-minded.

Osservando il tuo lavoro sembra tu compia una operazione di distruzione e di ricostruzione. Sbaglio? Da dove nasce questo approccio?
Fin da piccolo crei il tuo mondo immaginario, attraverso il gioco e soprattutto il disegno. Questo decostruire, più che distruggere, è dovuto dalla mia curiosità su come sono fatti gli oggetti, nel mio caso i materiali che trovo nelle mie ricerche. Mi piace molto maneggiarli, sfibrarli, studiarli e, in un passaggio di sperimentazione, customizzarli, facendoli diventare “Miei”. Per poi raccogliere il tutto e mixare, creando una sorta di caos, che è la parte che preferisco, perché ci metti tutto te stesso.

E rimanendo in questo ambito. Quali regole non ami del sistema moda e vorresti distruggere e ricostruire?
Come la storia insegna, le rivoluzioni portano cambiamento, e quasi sempre il cambiamento genera degli aspetti positivi. Per questo all’attuale sistema moda servirebbe una sorta di rivoluzione. Il fast fashion, che ha allora trasformato e migliorato il sistema precedente, è diventato un sistema obsoleto e oppressivo. Perfino i progettisti vengono divorati da tempistiche inumane. Quindi la risposta a questa domanda è semplice. Il tempo.

Quali progetti hai in cantiere e cosa ti proponi per il futuro?
Sentendo il racconto di un amico, di una vita passata di esperienza in esperienza, ho capito che questo è il momento giusto per migliorare me stesso, sia come persona, sia come designer. Questa è la mia passione, perciò queste due figure spesso sono una sola, e le esperienze che farò comprenderanno vari campi del mondo della moda, dalla grafica alla fotografia, al cool-hunting. Viaggiando così, sia fisicamente, sia con la mente, in spazi diametralmente opposti.

Un nome evocativo, che sa di maschile e di femminile e che corrisponde all’estetica di un brand che va  oltre la specificità di genere. In un momento in cui da più parti si parla, appunto, di genderless e della voglia di molti creativi di superare certe specificità del vestire, EDITHMARCEL ha un approccio al tema giovane e anticonvenzionale, con una chiara attitudine all’evoluzione, al nuovo, per proporsi come alternativa alle distinzioni, alla separazione e alle convenzioni.

Fondatori del marchio due designers Andrea Masato e Gianluca Ferracin, che hanno portato le loro proposte con successo all’ultima edizione di Pitti. Abbiamo raggiunto Andrea e Gianluca che, in un intreccio di parole, da duo affiatato, ha risposto alle nostre domande curiose, sul loro percorso  e sulla filosofia del brand. Eccovi la nostra chiacchierata.

Come vi siete avvicinati alla moda?
Non è stata una cosa ‘cercata’. Entrambi veniamo da un background artistico, ma sempre con un interesse vivo verso il ‘fare’, e soprattutto verso il contemporaneo. È quindi stato un passaggio naturale, dalle discipline artistiche e di progetto alla moda, perché ci ha permesso di mettere in atto quello che avevamo studiato, coniugandolo alle nostre passioni e interessi.

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Quando avete deciso di creare un marchio vostro e perché questo nome?
Il marchio è nato dopo una lunga riflessione: l’idea era nell’aria da circa due anni. Quando entrambi ci siamo resi conto che i tempi erano maturi, abbiamo deciso di partire, sfruttando il vantaggio di essere giovani e pronti a qualsiasi tipo di sacrificio. E dobbiamo dire che questa esperienza ci sta facendo crescere ogni giorno in maniera incredibile. Il nome è la summa del concetto del marchio: è l’unione di due nomi, Edith e Marcel, l’uno femminile e l’altro maschile. I nomi sono un omaggio a Edith Piaf e Marcel Cerdan, il pugile amore della sua vita. Ci sembrava che i due nomi insieme rappresentassero un ‘armonico contrasto’, e contenessero i due universi di cui noi sfruttiamo similarità e differenze. Con un sapore senza tempo, che non guasta.

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Come vi trovate a lavorare in due? C’è una divisione dei compiti?
Non c’è divisione dei ruoli, in questo momento è necessario che tutti si occupino di tutto. Poi, è naturale che l’indole ci porti a seguire alcuni aspetti piuttosto che altri, ma sempre tenendo in equilibrio tutte le parti. Abbiamo due personalità molto diverse ed è proprio per questo che riusciamo ad incastrarci bene. Questa complementarietà si esprime inevitabilmente nei nostri capi, che sono un’unione di elementi diversi e spesso inaspettati, ma che, a livello estetico, funzionano.

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Ci raccontate il vostro stile? Che cosa vi ispira? Quali le vostre icone di riferimento? Per chi create?
Non pensiamo di poter dire che il nostro stile è formato: abbiamo una precisa estetica di riferimento, ma cresciamo man mano che cresce il progetto, e questo per noi significa essere aperti a stimoli e sperimentazioni sempre nuove, che inevitabilmente influenzano lo stile di partenza, e anche quello di arrivo. Punti saldi sono comunque le linee, nette e pulite, ‘ammorbidite’ da dettagli più movimentati. Giochiamo su una fisicità indecisa, ’al limite’, che sconfina tra maschile e femminile senza scegliere una direzione precisa.

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Una collezione che parla sia ad una lei, sia ad un lui, con soluzione genderless. Da quali esigenze e input nasce questo tipo di approccio?
Proprio perché ci interessa ragionare su un corpo che nega le differenze tipiche delle fisicità maschili e femminili, abbiamo cercato di lavorare fin dall’inizio proponendo qualcosa di nuovo, che incorpori degli elementi contrastanti e, allo stesso tempo, ‘scelga di non scegliere’. A-gender per noi significa assenza di genere, un nuovo stadio dell’evoluzione, che elimina i preconcetti. È una risposta contemporanea agli abiti classici, senza la pretesa di sostituirli, ma piuttosto di affiancarli, come proposta alternativa; risponde a delle esigenze vestimentarie abbastanza diffuse e che proviamo noi in prima persona.

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Avete presentato la collezione all’ultimo Pitti, mi raccontate che esperienza è stata? Quanto sono importanti fiere come queste per giovani designer come voi?
È stata una bella palestra, abbiamo avuto la possibilità di avere a che fare con diverse figure, dagli editor ai buyer, e di capire le esigenze degli uni e degli altri. A livello comunicativo non è stato facile far passare il concetto di a-gender – anche se ci trovavamo nella sezione Open – ma sapevamo che, in un tempio della moda maschile quale è Pitti Uomo, non sarebbe stata una passeggiata. Siamo comunque soddisfatti per come è andata. Sicuramente le fiere sono molto importanti per le giovani realtà come la nostra, soprattutto alle prime collezioni, e Pitti ci ha dato la visibilità che serviva per ingranare, e sicuramente i riscontri positivi che abbiamo ricevuto sono stati un’infusione di fiducia.

Siete agli inizi, come pensate il fashion system italiano potrebbe aiutare di più le giovani leve come voi?
Ci sono molte iniziative che aiutano e promuovono i giovani designer in Italia. Le operazioni di scouting ci sono e funzionano, ma ovviamente quello che serve davvero è un mix di talento e duro lavoro che serve per emergere. Iniziare è un investimento notevole, dal punto di vista economico come di impegno, e se arriva il supporto delle istituzioni significa che si è nella giusta direzione. Per ora abbiamo avuto contatti con il British Fashion Council, ne siamo stati lusingati, ma rimaniamo in Italia e continuiamo a promuovere il nostro prodotto qui, almeno per ora. Le possibilità ci sono, basta essere pronti a coglierle.
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Ha ancora senso il concetto di lusso? Come la pensano dei designer giovani come voi…cosa è lusso per voi?
Certo, il lusso è qualcosa di reale e concreto. Però il significato cambia, di epoca in epoca, in base alla direzione della moda, della cultura e della società. Il lusso oggi è un materiale ricercato su una forma semplice, una lavorazione particolare e ‘diversa’, un dettaglio inaspettato. Per noi il lusso sono le nostre T-shirt, cucite come camicie, oppure le nostre giacche, dove l’interno è curato nei minimi particolari, e diventa forse addirittura più bello dell’esterno.

Pensate che la gente, in un momento come questo sia ancora interessata alla moda?
Sicuramente sì, viviamo in una società ossessionata dalla superficie, dall’immagine. le persone vogliono poter scegliere, e sempre di più cercano qualcosa di nuovo, che le soddisfi a livello estetico, come di concetto. Siamo sicuri che si stia riacquistando la consapevolezza e la necessità della qualità e della ricercatezza, sia nel design, sia nei materiali. E poi, se credessimo il contrario, non avremmo fatto un affare ad avviare il nostro marchio proprio adesso!

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Come vi vedete in futuro? Quali sogni vorreste realizzare?
Guardiamo a un futuro molto prossimo: stiamo lavorando alla nuova collezione e questo ci impegna mente e corpo. Ci teniamo che il lavoro sia coerente con quello che abbiamo presentato al pubblico e che, allo stesso tempo, ne rappresenti un’evoluzione. I sogni sono molti, ma sicuramente il nostro primo obiettivo è riuscire a costruire un team più completo possibile e trovare uno spazio adeguato alle nostre esigenze.

Di Stefano Guerrini, fashion editor in chief Positive Magazine

Nel giugno 2013 l’edizione maschile del prestigioso contest ‘Who’s on next?’, sponsorizzato da Vogue Italia e da Pitti Uomo, ha avuto a sorpresa a pari merito due brand legati entrambi al mondo degli accessori, a dimostrare la grande importanza di queste proposte per il mondo della moda. In realtà il progetto Casamadre, uno dei due premiati e quello di cui parliamo oggi, parte dal mondo delle scarpe per diventare un marchio con proposte a 360 gradi, per uomo e per donna. La collezione per la s/s 2014 che ha portato al riconoscimento aveva come ispirazione il circo, visto non nella sua valenza comica o avventurosa, quanto nel suo essere simbolo di famiglia, un nucleo allargato e poco tradizionale, concetto che sta molto a cuore ai due designer del brand, Alessia Crea e David Parisi, coppia nel lavoro, come nella vita. Li incontriamo proprio per farci raccontare input ispirativi e il cambiamento a cui è andato incontro il loro lavoro dopo la vittoria a WION.

Partiamo dagli esordi. Come mai avete deciso che la moda sarebbe stato il vostro mondo creativo ed espressivo e perché avete scelto il mondo delle scarpe?

Alessia: La moda è sempre stata il mio sogno fin da bambina e ho sempre sperato di poter creare qualcosa di mio. Le scarpe per Casamadre sono un punto di partenza, vorremmo andare anche oltre come progetto. Sono una passione che ci accomuna da sempre. 
David: Ho iniziato il mio percorso come industrial designer e la moda è stato un bellissimo incontro. Credo che un pensiero, un progetto con identità possa realizzarsi allo stesso modo nel design e nella moda. Le scarpe sono una grande passione, una ricerca continua!
Un concetto ricorrente nel vostro lavoro è ‘famiglia’. Ci raccontate a cosa è legato e perché è così presente nel vostro lavoro? 
Alessia: L’ispirazione si lega al nome del brand e ne costituisce l’essenza, appartenenza, origine ed identità. Le famiglie a cui ci ispiriamo sono quelle che si creano nella vita, compagni di viaggio, compagnie di artisti legati da un legame profondo non solo di sangue. Il circo ne è un’espressione perfetta.
Siete stati vincitori del prestigioso WION. Ci raccontate come è cambiato il vostro lavoro dopo un riconoscimento così prestigioso? 
David: ‘Who’s on next?’ ci ha dato grande visibilità ed è un riconoscimento fondamentale per noi. Il lavoro è cambiato in positivo, chiaramente è molto di più, corriamo sempre, ma lo amiamo e abbiamo voglia di fare sempre meglio.
Che ricordi avete di quel momento? 
A.: Ricordo di essere rimasta incredula per un po’… E poi tanta gioia. 
D.: Una grande soddisfazione che cancella ogni fatica e il riconoscimento da parte di una giuria così importante per un designer è un momento unico.

Com’è lavorare in coppia e come vi dividete i compiti? 
A.: Lavoriamo bene, siamo sereni fra noi, i problemi ci sono sempre, ma vengono da fattori esterni, difficoltà che impariamo ad arginare e superare. Ognuno di noi ha l’ultima parola sul lavoro dell’altro, non mancano discussioni, ma il risultato ci piace sempre. 
D.: Il segreto è non parlare di lavoro dopo il lavoro per nessuna ragione, fino ad ora è andata così. Non ci dividiamo i compiti, ma non ci sovrapponiamo, ci confrontiamo quando abbiamo finito.

Nonostante la crisi si parla di lusso e mercati del lusso. Che cosa è il lusso per voi? Ha ancora senso in un momento storico come questo? 
A.: Mercati del lusso sono quelli che oggi cercano il bello, la qualità e il design e a quelli miriamo. Il mercato non ha bisogno di altre cose “facili” e di bassa qualità. Il lusso è la bellezza e la sua continua ricerca, cosa che ha sempre senso.

Mi dite qual è il vostro ideale di bellezza? Che cosa è bello, secondo voi? 
D.: La bellezza in generale è qualcosa che produce euforia e gioia. Bellezza è autenticità e forte identità che può stare in un volto, come in un abito.

Quando si parla di formazione nel settore a venir citate per prime sono le Fashion School estere. Venite da scuole di questo tipo, ma italiane, mi incuriosisce sapere che cosa pensate degli studi di moda e in cosa sono stati utili per voi. 
A.: Vengo dall’Istituto Europeo di Design dove oggi insegniamo. La scuola è stata fondamentale per me, ma adesso che sto dall’altra parte la apprezzo ancora di più. Vengo dal corso di fashion design, credo che sia importantissimo misurarsi subito con i compagni di corso e i docenti che lavorano. È in momento di grande crescita se lo sai vivere e sfruttare al meglio.

Ci raccontate come sarà la collezione per la s/s 2015? 
D.: La collezione s/s 2015 si ispira al mare e agli oggetti che riemergono dai flutti. Si ispira ai gitani del mare, compagnie di naviganti che approdano e portano sugli abiti e sui loro oggetti i segni di un lungo viaggio in mare. Incrostazioni ed effetti madreperla vestono i sandali, le sneakers e le francesine. I colori principali sono il cobalto, il viola e il blu.
Avete vinto un concorso declinato al maschile. E la donna Casamadre? 
A.: Non abbiamo pensato in questo senso al concorso, per noi Casamadre è un progetto uomo e donna, abbigliamento e accessori in futuro. Quello che speriamo di aver trasmesso è la nostra identità e il nostro mood. La donna e l’uomo sono due facce della stessa medaglia.

C’è tutta una generazione di giovani ed emergenti designer italiani. Come vedete questi nuovi fermenti? Chi vi piace? C’è collaborazione e supporto fra di voi? 
D.: Siamo tanti, è vero, ma saremo ancora di più ogni anno, abbiamo bisogno che le aziende credano in noi e ci permettano di portare un cambiamento e di fare quello che noi italiani siamo bravi a fare: il bello di qualità. Ci piacciono molti giovani designer per il loro “nuovo” approccio, nomi come Arthur Arbesser, Benedetta Bruzziches, SuperDuper Hats. Affiatamento ed amicizia fanno sì che tutti assieme portiamo avanti i nostri nuovi valori volti anche a possibili collaborazioni.
Cosa vi augurate per il futuro?
D. e A.: Il futuro è oggi, quello che ci si augura è che l’Italia tenga conto di questo nuovo fermento veramente interessante e pieno d’energia!

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Conosco Emiliano Laszlo da qualche anno e da subito sono stato un grande estimatore della sua linea Studiopretzel. La grafica immediata che rappresenta il nome del brand mi ha conquistato con facilità, poi è stata la serietà di Emiliano a colpirmi, a incuriosirmi e a piacermi i riferimenti che venivano dalla cultura orientale e una ben poco nascosta propensione per una cura del dettaglio quasi maniacale che in una capsule di camicie ha portato il designer a ricoprire i bottoni con tessuto vintage, ammiccando ad una antica abitudine del mondo sartoriale e quasi a ricordarci che in un’epoca di fast fashion particolari come questi ci arricchiscono, ci rendono più consapevoli di quello che scegliamo e ci fanno propendere per lo stile, più che per il trend stagionale. Con piacere ho saputo che Emiliano è finalista con la sua linea, ormai una vera e propria collezione completa, all’edizione maschile del prestigioso concorso ‘Who’s on next?’, promosso da Vogue Italia e da Pitti Immagine. E a pochi giorni da questa nuova edizione della fiera fiorentina e dalla proclamazione del vincitore l’ho raggiunto per farmi raccontare come è cambiato Stuidopretzel e quali le sue aspettative. Una scusa anche per riflettere insieme sul sistema moda e sul ruolo dei giovani designer.

C’è una cosa che mi incuriosisce molto della tua nuova collezione: il legame con tuo padre. Ce lo vuoi spiegare? E ci racconti la collezione?

La collezione invernale è nata da un concetto semplice: l’uso dello stesso tessuto, declinato in capi di volumi e usi diversi. L’idea è arrivata dalla divisa che mio padre usava quando era ufficiale medico nell’esercito. Io quella divisa l’ho indossata, quando ero più piccolo, svariate volte e mi scoprivo sempre meravigliato che fossero passati tutti quegli anni, ma che il capo risultasse ancora utilizzabile, quasi indistruttibile. Da questa base sono partito per sviluppare la collezione, cambiando le vestibilità a capi più classici e investendo molta attenzione nella ricerca dei toni di colore che più si accostassero al mood iniziale. Tramite il lavaggio in vasche con enzimi naturali e l’uso di grafiche ad ispirazione giapponese, Augusto Titoni, artista poliedrico e toscano, ha messo mano alla collezione con il suo tocco inconfondibile, trattando le pezze e trasformandole, dando loro un respiro antico e profondo.

Ti conosco da un po’ di anni e osservandoti posso trovare nel tuo percorso una certa evoluzione. Da quasi capsule collection a vero e proprio brand, che è entrato nei ritmi della moda. Come è avvenuto questo cambiamento e a che prezzo? Come vedi da ‘newcomer’ questi ritmi della moda? Come sei cambiato tu in rapporto alla collezione Studiopretzel?
Mi è capitato di sentirmi fare questa domanda da ragazzi che volevano realizzare una collezione, una capsule o comunque cominciare a mettere un punto di partenza nella loro carriera. La mia risposta è sempre stata: “Ragazzi, se volete partire è necessario fare un investimento. Se non ne avete la possibilità dovete trovare qualcuno che creda nel vostro progetto. Senza una base economica iniziale è impossibile partire. Chi paga i fornitori, chi le stampe e la realizzazione dei cartamodelli, chi le fiere?”. Quando si crea una collezione ci si scontra con il complesso mondo dei fornitori e dei fasonisti. Bisogna, col tempo, trovare un rappresentante e un ufficio stampa giusti, che sostengano le idee e aiutino nella creazione, suggerendo anche, se necessario, da che parte viaggia il mercato. Tutto questo, secondo me, va considerato quando si affronta una decisione di questo tipo. Spesso si spendono soldi per niente. Si investe nella direzione sbagliata, si propongono i propri pezzi nel modo meno efficace e quindi anche viaggiare di fiera in fiera sembra inutile. il mio approccio non è cambiato però, avendo io sempre prodotto in toscana con italiani, semmai ho preso coscienza di realizzare una moda sostenibile ed etica; questo si, alla luce dei fatti, è, per quanto mi riguarda, l’importante.

Sei uno dei finalisti di “Who’s on next?”. Cosa pensi sia piaciuto di Studiopretzel e come consideri questi contest? Quale la loro importanza?
In uno scenario così appena descritto, a volte, a noi giovani è consentito di rifiatare, ma ce ne vuole, comunque, per farsi riconoscere tra mille. Sono contento dei risultati di quest’anno e spero che le soddisfazioni non siano ancora finite. Di contest di moda ce ne sono in giro, alcuni più accessibili di altri. L’importante è tentare. Sicuramente “WION?” permette, anche se non si è nel campo da tanto, di cimentarsi e di mostrare il proprio lavoro a chi in Italia conta ed è giusto che venga premiato il migliore, così come è giusto che gli addetti ai lavori, i negozi, la stampa, si interessino, con forza, a ciò che nasce nel nostro Paese, perché non si dica mai che di giovani non ce ne sono nella moda. L’esperienza conta, ma bisogna anche dare la possibilità ai giovani di farsela questa esperienza.

Pratichi arti marziali e sono sicuro, da profano e ignorante della materia, che al di là della loro valenza sportiva, ginnica, c’è tutto un mondo dietro, una filosofia. Mi dici in che modo questa interagisce e influenza il tuo lavoro?
Lo sport che pratico, il brasilian jiu jitsu, è difficile, non immediato, bisogna essere molto concentrati ogni volta, si suda, ci si rotola, ci si fa male. È uno sport che non si fa come passatempo. Mi capita spesso, il giorno dopo un allenamento, di ripensare a tecniche e a fasi di lotta. La disciplina cioè ti si attacca e ti lascia con strascichi di pensiero anche quando non la fai. Questo secondo me è importante a livello psicologico e caratteriale. Ci sono a volte momenti morti nella giornata, situazioni in cui il pensiero è libero di vagare, e se raccoglie sempre quegli stimoli si è facilitati nell’evoluzione interiore, nella crescita. Questi per me sono concetti che possono essere applicabili a qualunque disciplina o lavoro. Ci vuole passione, ma è la concentrazione che fa tutto il resto. Ed è un grandissimo aiuto.

Ti considero una persona molto introspettiva, un pensatore. So che è una domanda generica e al tempo stesso molto personale, ma sono curioso di fartela. In cosa credi? Quali sono i valori che ritieni fondamentali?
Non ho dogmi, preconcetti pochi, ma credo solo in una cosa: lo stare bene con se stessi. Questo è il primo passo da cui poi la vita prende la sue strade. Da lì si possono trovare gli ‘accessori’ che ci accompagneranno, ma senza la nostra consapevolezza siamo persi e navighiamo a vista.

Ora qualcosa di meno personale. Visto che la tua è una collezione uomo, cosa deve rubare una donna all’uomo Studiopretzel? Cosa ti piace in un uomo, in termini di stile, ma anche caratterialmente e cosa, invece, in una donna?
Per me la donna più sexy è quella che si mette una camicia da uomo dentro un pantalone con le pinces a vita alta, possibilmente con i capelli raccolti. Trovo che il guardaroba maschile si adatta perfettamente alle donne con carattere, che quasi lo devono tenere a freno, ‘travestendosi’ da uomo, lo trovo un gioco delle parti intrigante, che spesso viene tralasciato in favore di banali scosci e mostre delle proprie nudità. Invece l’uomo può mettersi (quasi) di tutto. L’importante è crederci ed essere sempre a proprio agio. l’avere stile sarà sempre il colore che andrà di più, per la prossima stagione.

Nonostante la crisi si parla di lusso e mercati del lusso. Che cosa è il lusso per te? Ha ancora senso in un momento storico come questo?
Se si parla di lusso, per come siamo oggi, bisogna parlare necessariamente di mercati e di loro diversificazione. Il mondo della moda è la cartina tornasole di come il mondo stia diventando una società suddivisa in caste. Di sicuro è un mercato importante perché muove economie e permette appunto una differenziazione nello scambio di risorse; penso per esempio alle grandi città d’arte, in cui fluiscono volentieri fluidità economiche o agli artigiani specializzati, che spesso vengono privilegiati per la loro grande manualità e diventano i veri rappresentanti del lusso oggi.

C’è tutta una generazione di giovani ed emergenti designer italiani. Come vedi questi nuovi fermenti? Chi ti piace? C’è collaborazione e supporto fra di voi?
È importante, come dicevo prima, che ci sia un riconoscimento da parte degli addetti ai lavori e un sostegno alle nuove leve. Ci deve essere una base forte su cui costruire le economie di domani. Sarebbe bello, e sto parlando dell’Italia, creare una sorta di lega giovanile (perdonate l’assonanza con il calcio) che privilegi giovani stilisti che stanno cercando di crescere, che li supporti economicamente o che dia loro gli strumenti, materiali, per poter eccellere. È necessario cioè coltivare i ‘pulcini’, farli rimanere nel nostro Paese, perché diventino i nuovi trascinatori e non farli scappare dove ci sono aiuti statali o privati più forti. Penso ad Andrea Incontri, Lucio Vanotti, ad Andrea Cammarosano: i fenomeni di oggi e i punti di riferimento di domani.

Cosa ti auguri per il futuro? Come lo vedi e soprattutto come vedi la nuova generazione di creativi proiettata in un domani…e tu fra loro?
Con il cuore in mano, ammetto che vorrei una collocazione sul mercato più stabile, che mi permetta di continuare ad investire sui miei progetti in maniera sempre più importante. Questo è un augurio, ma la situazione non mi spinge a pensare positivo. Non vedo le volontà perché l’imprenditoria in Italia possa realizzarsi appieno. Spero, sinceramente, di sbagliarmi dicendo questo. Spero di arrivare ad un punto in cui riuscirò a creare quello che ho in testa senza vincoli di sorta.

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