Storie di Chi

Continua la nostra collaborazione con “Storie di chi”. Ecco un nuovo video prodotto da Silvia Zanardi E Naù Germoglio con questo nuovo documentario “A Mountain man”.

Renato Gortani è un uomo di malga e dalla cima del Monte Zoncolan, in Carnia, racconta la storia di passione, fatica e fiducia che lo ha portato ad amare il suo mestiere e la bellezza dell’ambiente che lo circonda. Nei pascoli di Malga Pozof, le vacche brune della famiglia Gortani trascorrono l’estate cibandosi delle profumate varietà botaniche che si rivelano preziose per dare qualità al latte e gusto al formaggio.

Vivere a contatto con la natura, capirne le evoluzioni e inginocchiarsi al suo volere porta uomini come Renato ad avere fiducia in Dio e ad affidarsi alla divina provvidenza. È stato suo padre a insegnargli a guardare “in alto” nei momenti di difficoltà e questa rimane per lui la più importante lezione di vita.

mountain
Ph. Courtesy: Storie di Chi

Alberto è un pescatore e vive nel versante veneto del Delta del Po. Ogni mattina si alza alle 4:30 per pescare le vongole: il suo fatturato mensile arriva difficilmente a 1000 euro netti. “Ma questa è la mia vita – ci racconta – È la vita che ho scelto e che desidererei anche per i miei figli”. “Qui si respira la bellezza della natura, la libertà”.

Il Delta del Po è una terra di silenzio, bellezza, lavoro. I 9 giugno 2015, l’Unesco lo ha definito “Riserva della Biosfera” per premiare l’equilibrio fra uomo, ricchezza e sostenibilità che contraddistingue questo territorio, affascinante e amato dai turisti.  In questo video, pubblicato da Storie di Chi un pescatore della Sacca di Scardovari (Rovigo) racconta la sua quotidianità, dove la fatica si fa sentire ma è ripagata dal sentimento di appartenenza a un ambiente da conoscere e proteggere.

Alberto è un pescatore e vive nel versante veneto del Delta del Po. Ogni mattina si alza alle 4:30 per pescare le vongole: il suo fatturato mensile arriva difficilmente a 1000 euro netti. “Ma questa è la mia vita – ci racconta – È la vita che ho scelto e che desidererei anche per i miei figli”.

“Qui si respira la bellezza della natura, la libertà”.

Soggetto:
Silvia Zanardi e Naù Germoglio
Filmmaker:
Naù Germoglio
Editor:
Susanna Nasti
Pescatore:
Alberto Barini

Di Silvia Zanardi – Storie di Chi

Un libro racconta la storia di Donato Zangrossi e del grande regalo che fece a Venezia

Rallentavano il passo della gente, invogliavano chiunque a fermarsi per alzare il naso all’insù e ricordarsi di essere un granello di sabbia perso nella meraviglia. Era questo il compito delle girandole di Donato Zangrossi, che tutti chiamavano “Guido” e che amava firmarsi “Mastro Geppetto”.

A Castelforte San Rocco aveva costruito un universo di fiori, case, stelle, lune e soli di legno che giravano al ritmo del vento su perni ben lubrificati, pronti ad affrontare anche le tempeste. La sua era la casa delle girandole, quella con la facciata magica e giocosa che dietro la Scuola Grande di San Rocco chiedeva sorrisi e faceva guardare in alto, alla perfezione della natura che risponde a tutti quesiti della vita. Gli studenti affidavano ai movimenti vorticosi di quelle pale colorate la speranza di passare bene un esame e i turisti, fortunati per aver scelto una via alternativa verso San Marco, lasciavano bigliettini di ringraziamento all’autore misterioso di tanta bellezza.

Sono più di vent’anni che la casa custodita nei ricordi di tutti i veneziani ha perso quelle singolari opere di creatività. E oggi, stretta fra gli intonaci scrostati di Castelforte San Rocco, è una delle poche a mostrare una facciata quasi fresca di pittura e tristemente ripulita da ganci, segni e ingranaggi pieni di vita. Dal 1990, quando Zangrossi ha lasciato questo mondo, anno dopo anno le girandole sono andate perdute nell’indifferenza della città che tanto le aveva amate. Alcune sono finite a pezzi in laguna, distrutte da un violento temporale; altre, grazie al progetto della giornalista Antonella Barina, sono state salvate negli spazi della scuola materna di San Marziale. Ma anche di esse, in seguito alla ristrutturazione della scuola, si sono perse le tracce.

La casa delle girandole

Eppure le girandole ci sono ancora, nella mente e nei ricordi pieni d’affetto di chi, fra gli anni Sessanta e Novanta, le ha guardate fermandosi in CampoCasa delle girandole Castelforte. Chi era il nonno-bambino che le costruiva e si affacciava ai balconi fiero del mondo che aveva costruito? Chi era il creatore misterioso a cui non interessava farsi pubblicità ma solo esprimere il suo profondo amore per il mistero dell’esistenza? Il lavoro meticoloso di Giada Carraro, ricercatrice di Castelfranco Veneto, lo racconta nel libro “La casa delle Girandole. L’arte cinetica di un poeta astronomo veneziano”, un piccolo tesoro di immagini e scritti inediti di Zangrossi in cui si scopre il perché del suo inestimabile regalo a Venezia.

Il poeta-astronomo, innamorato delle galassie e di una forza vibrante e creatrice chiamata “Dio”, aveva iniziato a costruire le girandole durante la pensione, al termine del suo lavoro da operaio alla Sava di Marghera e, in seguito, come custode del Padiglione Venezuela durante un’edizione della Biennale D’Arte. Non si sa di preciso in che anno vi prestò servizio, si legge nel libro, ma sono state alcune opere “cinetiche” presenti nel padiglione a ispirare, probabilmente, la costruzione delle girandole. Dietro a ognuna di esse c’era un messaggio rivolto all’uomo, che vive in quel “briciolino di terra di cui si sente padrone”. C’era anche l’invito a obbedire alla puntualità del sole, della luna, e all’incanto del generoso cielo stellato che inebria di bontà e allontana il male e l’orrore della guerra.

Al suo universo di legno di scarto, che al secondo piano della casa trasformava in un’arte unica di colori e astronomia, non aveva accesso nessuno, nemmeno la seconda moglie con cui era andato ad abitare al civico 3792 di Corte dei Preti. Zangrossi, con le sue mani da artigiano, trascorreva le giornate fra scrittura, sogni, letture di fisica e pensieri sulla vita che voleva trasmettere al di fuori, alle persone con cui si mostrava riservato.

Nel cielo e nei ritmi della natura, secondo il nonno veneziano, c’è il segreto per arrivare all’“alto livello”, ignorando quanto di negativo allontana l’uomo dalla nobiltà d’animo a cui deve ambire. Guardando lassù e immaginando l’immenso che ci circonda, insegna il nonno-poeta, si impara ad apprezzare l’umiltà, a contemplare il bello dominante e inafferrabile che scioglie l’invidia, il malumore, la delusione generata dalle cose futili.

Leggendo gli scritti inediti pubblicati da Giada Carraro, “Mastro Geppetto” sembra essere ancora lì, a compiacersi di quella facciata di giochi meravigliosi che regalavano tranquillità. “Mi commuovo sempre e sempre più me ne accorgo che questa nostra terra, coi suoi quarantamila chilometri di circonferenza e con tutto il suo formicolio animale compreso l’uomo, non è che un puntino oscuro insignificante – scriveva – come un atomo di polvere in uno dei tanti nuvoloni sollevati dal vento”.

In cucina con le “Francesche” di “Vivandiera”, pioniere di un cambio-vita da gustare in tavola

Venezia – Hanno iniziato nel 2011, andando in giro per le calli di Venezia con uno zaino termico sulle spalle e tanti “lunch box” pronti da consegnare nelle case e negli uffici. Una rivoluzione, se si pensa che ordinare cibo a domicilio, in laguna, è una specie di miraggio. La rivoluzione più grande, però, l’avevano fatta loro: le “Francesche“, le due amiche che dopo una rapida riflessione sulle loro vite, i loro lavori e un futuro da prendere e “cucinare” in modo diverso, hanno lasciato i loro incarichi, si sono messe dietro i fornelli e hanno creato “Vivandiera“, la piccola impresa che cucina cibo sano e biologico e te lo porta dove vuoi.

Dai pranzi alle cene in pronta consegna sono passate rapidamente alla preparazione di catering per mostre d’arte, matrimoni, set pubblicitari, feste di ogni genere, e ora anche per i pic-nic all’aperto. Le Francesche di Vivandiera cucinano di tutto e per tutti: per gli intolleranti, per i vegetariani, i vegani, i celiaci e i diabetici. Le chiamano per allietare i palati di chi va ai vernissage e partecipa ai grandi eventi e loro, oltre a cucinare bene, servono le pietanze come fossero dipinte, studiando le giuste combinazioni di piatti e colori, e proponendo la loro idea di food-design. Ma non solo: se una non hai voglia di cucinare, vengono a casa tua e mettono in tavola. Il menu lo detti tu, o se lo inventano loro.

VivandieraIl successo di Vivandiera è tale anche per la storia che lo accompagna. Francesca Ciampalini, le cui origini senesi sono scolpite in un accento “toscanissimo”, e Francesca Leita, veneziana ma di papà sudamericano, si sono conosciute appena oltrepassato lo “spartiacque” dei trent’anni, quello che in molti casi ti fa cambiare strada. La prima aveva una laurea in economia e un dottorato in chimica, la seconda insegnava italiano a Buenos Aires. Per uno strano caso della vita, si sono conosciute a Venezia: la Francesca d’oltreoceano meditava di tornare a vivere in laguna, l’altra era arrivata alla fine di un contratto. Entrambe avevano la passione per la cucina e volevano metterla in pratica, sfruttando in modo diverso le competenze acquisite in anni di studi.

“Ci siamo buttate, abbiamo aperto un’impresa con mille euro di investimento e oggi siamo contente: Vivandiera ingrana e abbiamo tanto da fare”, raccontano. Per preparare piatti in grandi quantità, si appoggiano alla cucina di una mensa universitaria sull’isola della Giudecca. È una forma di co-working che funziona. Al momento, le vivandiere lavorano talmente tanto con i catering, per feste private e grandi eventi, che hanno messo da parte le consegne a domicilio di pranzi e cene. Anche per una questione logistica: per offrire un buon servizio di food delivery, a Venezia, ci vuole almeno una barca. L’idea di consegnare i lunch box a piedi, sfidando ponti, acqua alta, caldo e intemperie ha conquistato da subito i veneziani ma senza un mezzo acqueo, e con diversi ordini da gestire, non è possibile raggiungere tutto il centro storico rispettando i tempi.

“Vogliamo riprendere con il servizio a domicilio. È di grande aiuto per le mamme, gli anziani, gli studenti e i lavoratori – raccontano – Ma dobbiamo riuscire a investire nei mezzi giusti per Venezia . Ce la faremo: per ora cavalchiamo l’onda e puntiamo ad andare in tutta Italia con la nostra cucina itinerante e magari aprire un punto vendita”.

Tutti i prodotti utilizzati da Vivandiera sono biologici: le giovani cuoche si riforniscono nel veneziano e nel trevigiano per gli ortaggi e la frutta; al mercato di Rialto per il pesce e vanno fino in Trentino per la carne. “Siamo noi a spostarci, a viaggiare nei fine settimana per tornare con le borse cariche di cose buone – dicono – Il chilometro, insomma, viaggia sempre con noi”. Così come la consapevolezza di aver ascoltato una passione. E di avere fatto bene.

Perugia – È famosa, famosissima. I suoi occhi stanno incantando l’Umbria intera, che la vede dappertutto e non sa chi sia davvero. C’è mistero nello sguardo sognante del giovane volto di donna che da Perugia, a Orvieto, ad Assisi, a tutti i bar, i negozi, le vie, le strade e le colline della terra di San Francesco conquista chi si ferma a guardarlo.

La ragazza delle gigantografie e dei volantini che dallo scorso marzo popolano il cuore caldo e verde dell’Italia è Veronica Corvellini, la studentessa di Bevagna che a un solo esame dalla laurea in economia è diventata la testimonial di “Sensational Umbria”, la mostra che racconta le bellezze della sua regione con le immagini di uno dei più grandi fotoreporter al mondo: Steve McCurry.

È lei il volto simbolo della mostra che fino al 5 ottobre – negli spazi espositivi dell’ex ospedale Fate Bene Fratelli e di Palazzo Penna, a Perugia – accompagna i visitatori fra i colori e i profumi dell’infiorata di Spello; i vigneti di Montefalco; le mani artigiane delle tessitrici di Città di Castello e la magia dell’Umbria Jazz. McCurry, chiamato dalla Regione nel 2012, ha girato l’Umbria per raccontarla con la sensibilità, la dolcezza e l’umanità di cui sono intrisi tutti i suoi lavori, e di cui il pluripremiato ritratto della “ragazza afgana” è la massima espressione.

Quando, due anni fa, Veronica si è avvolta quel turbante rosa e azzurro sulla testa, non pensava che sarebbe diventato il suo tratto distintivo, il particolare a cui tutti si stanno affezionando. Quella mattina di giugno si stava preparando per la rievocazione storica del “mercato delle gaite”, la festa medievale che coinvolge gli abitanti di Bevagna in recite e spettacoli che celebrano le antiche usanze delle contrade del paese. Steve McCurry girava per la piazza a scattare immagini per il suo progetto, anche lui avvolto in una tunica medievale per non dare nell’occhio.

È bastato un attimo: quando il suo obiettivo ha incontrato il volto di Veronica, la copertina e l’icona della grande mostra che oggi sta conquistando l’Italia, erano già nella sua mente. “Ero con il gruppo della gaita di San Giovanni, la mia gaita, sapevo che un famoso fotografo sarebbe passato a fare un servizio ma non mi ero accorta di lui”. “Un suo collaboratore è venuto a chiamarmi dicendomi che Steve McCurry voleva fotografarmi, siamo entrati in un garage, ha fatto qualche scatto e mi ha ringraziato. Non avrei mai pensato che il mio volto diventasse il simbolo del suo progetto”. Veronica racconta i particolari di quell’incontro con i capelli mori, sciolti, vaporosi e lunghi fino al fondoschiena. È la sua chioma mediterranea, che nell’immagine non si vede, a segnare un discreto confine fra la fortunata ragazza di Bevagna che ha stregato Steve McCurry e la donna enigmatica dei manifesti di “Sensational Umbria”.

“È come se quella donna non fossi io e mi fa piacere che non tutti mi riconoscano per le strade – dice Veronica – Dopo l’inaugurazione della mostra sono stata intervistata da tanti giornali, tutti vogliono sapere chi sono, cosa faccio, ma io non voglio rivelare tutto. È giusto che attorno a quell’immagine rimanga un po’ di mistero. Credo sia bella e magnetica anche per quello”. Come l’Umbria, d’altronde, che McCurry ci fa scoprire a sorsi di Sagrantino, lunghe passeggiate fra le colline e itinerari dell’anima dove il “turismo” si confonde con la vita.

Veronica pare non avere né ambizioni da passerella né da grande schermo. “Chi lavora nella moda e nel cinema ha studiato per farlo, io fra poco mi laureo in economia. Credo che la mia strada sia un’altra”.

Puoi seguire le “Storie di Chi”, di Silvia Zanardi sul suo sito.

Castelluccio di Norcia - Pian Grande

_2SM4440, 4/13/2012, Umbria, Italy

Perugia_Piazza IV Novembre_Umbria Jazz

SanSevero

Spello_infiorata

UmbriaJazz

 

Segui Silvia Zanardi e le sue storie sul sito “Storie di Chi”.

Su internet c’è chi la chiama “la libreria più bella del mondo”. Ma la Libreria Acqua Alta è anche la più veneziana e fra le più bizzarre e originali in assoluto. Basta poco a capire perché: i suoi centomila libri in vendita, fra nuovi e usati, non sono sistemati ordinatamente in lineari scaffali ma accatastati in qualche mondo all’interno di barche, canoe, vasche da bagno e addirittura in una gondola con tanto di passeggeri (due bambolotti) che si sbaciucchiano.

I giornalisti stranieri ne vanno pazzi; i giapponesi hanno realizzato quattro servizi per le loro televisioni; i turisti francesi e tedeschi, che leggono di questo posto nelle guide, ci vogliono andare a tutti i costi. La stravaganza di questo enorme labirinto di libri in Calle Lunga Santa Maria Formosa, ricavato da un magazzino al piano terra che l’acqua alta “abbraccia” puntualmente, non può però essere raccontata, né capita, senza conoscere il suo ideatore.

Si chiama Luigi Frizzo, ha 73 anni, si rivolge alle donne a suon di complimenti, parla perfettamente cinque lingue e ha girato in tutto il mondo. Ha avuto tre figli con tre donne diverse ed è diventato libraio a quarant’anni, dopo aver fatto il cameriere a bordo delle navi, il minatore, il carrozziere, la guida turistica e un’infinita serie di lavori saltuari in ogni angolo del globo. «Sono nato a Vicenza, cresciuto in Val D’Aosta e ho goduto della mia giovinezza a Tahiti, in Nuova Zelanda, in Canada, in Australia e in tanti altri posti – racconta – Da piccolo pascolavo le mucche e aiutavo in miei genitori in campagna. E per strani percorsi della vita mi sono messo a fare il libraio». E che libraio: un seguace di Steiner che del motto “pensare, sentire, volere” ha fatto il leitmotiv della sua vita trasformando una libreria in mondo dove l’intelletto, le mani e la creatività sono una cosa sola. “Non si può solo leggere e studiare: bisogna anche fare, creare qualcosa con le mani – dice Frizzo – Solo facendo, si salta fuori: i libri parlano per insegnarci come agire”.

In mezzo ai libri di “Acqua Alta”, aperta nove anni fa, girano, mangiano e dormono quattro gatti, i volumi sono divisi per sezione e non esistono cataloghi digitali. Ci sono “chicche” introvabili sulla storia di Venezia, classici in lingua straniera, fumetti, stampe, cartoline, una galassia di esemplari sull’erotismo, e persino i profilattici del Casanova, che i turisti comprano come souvenir. Le uniche cose “tecnologiche” presenti nella libreria sono il telefono e la luce elettrica. A come trovare i libri che desiderano i clienti (il viavai è continuo) ci pensa Gianni Coppola, il fidato collaboratore di Frizzo che in mezzo a tanti mattoni di carta riesce sempre a pescare il titolo richiesto: «È come essere a casa. In casa tua sai sempre dove sono le cose, giusto? Ecco, io qui trovo sempre tutto a memoria».

La Libreria Acqua Alta, facile intuirlo, si chiama così perché, quando la marea cresce, Luigi Frizzo e Gianni Coppola vendono i libri con gli stivali di gomma addosso. In questo posto un po’ “sconto” vicino a Campo Santa Maria Formosa, l’acqua entra che è un piacere e i libri, infatti, sono tutti sistemati a quindici centimetri da terra. L’idea di accumularli in barche, vasche da bagno e in una gondola è venuta a Frizzo sia per rimanere il linea con il titolo, sia per dare un tocco di originalità alla libreria: «Mi sono portato qui un bel po’ di canoe in disuso e una decina di vasche – racconta Luigi – le ho cercate apposta per mettere in salvo i volumi dall’acqua ma anche per dare un’identità a questo posto».

«E pensare che l’ho aperta quando volevo andare in pensione – continua – Ormai è diventata la mia casa e la casa dei miei amici, siamo sempre aperti e in piena attività». Con il Mose, forse, il titolo di questo regno di libri che può esistere solo a Venezia, inizierà a essere datato. «È tutto da vedere – chiude Luigi Frizzo -. Non mi dispiacerebbe che almeno qualche centimetro d’acqua venisse a farci visita ogni tanto. E nel caso in cui il Mose non funzionasse, e magari le maree diventassero ancor più eccezionali, in libreria abbiamo una porta d’acqua sempre aperta. Mal che vada ce ne fuggiamo da lì».

1 (1024x681)

4 (1024x681)

6 (1024x681)

7 (1024x681)

10 (1024x681)

11 (681x1024)

12 (1024x681)

14 (1024x681)

15 (2) (1024x681)

15 (1024x681)

16 (1024x681)

17 (1024x681)

18 (2) (1024x681)

POSITIVE_2_ISSUE_cover

ORDINA ORA POSITIVE MAGAZINE 2