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Come molti ricorderanno, l’operazione più grave messa in atto dalla polizia e condivisa da Merola è stata lo sgombero della palazzina Ex-Telecom nel quartiere della Bolognina, la quale ha portato centinaia di famiglie con bambini a doversi barricare dentro lo stabile, in quanto prive di ogni prospettiva rispetto al proprio imminente futuro abitativo. Quanto avvenuto quel giorno tuttavia dimostrò come Bologna abbia da sempre grandi anticorpi, infatti, dopo poche ore, sotto il palazzo si formò un grande presidio di solidarietà, che più volte subì cariche da parte del reparto celere durante la giornata.

L’ex-Telecom fu sicuramente l’episodio più eclatante, ma molti altri si susseguirono tra il 2015 ed oggi. Nelle ultime settimane inoltre si è venuti a conoscenza della previsione di sgombero per l’Ex Mercato Fioravanti (XM24) per il giugno p.v. e la successiva dichiarazione del sindaco rispetto alla volontà di adibire successivamente lo spazio a sede di una caserma.

È quindi palese a chiunque viva a Bologna che sia da tempo terminata l’ora del dialogo e della ricomposizione politica, ed al suo posto abbia preso vita una linea dura che vede nella repressione l’unica forma di risposta a situazioni complesse intrecciatesi indissolubilmente con il passare degli anni.

La marginalità sociale, lo spaccio, quello che viene definito ‘degrado’ caratterizza la zona universitaria ormai da decenni, Piazza Verdi e Via Zamboni sono spazi fisici che contengono numerose anime e contraddizioni, ma sono sempre state e continueranno ad essere prima di tutto luoghi di cultura e liberi saperi, luoghi di aggregazione sociale e politica.


Tuttavia l’Ateneo ha ritenuto opportuno vincolare l’entrata alla biblioteca del civico 36 di Via Zamboni mediante dei tornelli che possono essere aperti unicamente con il badge universitario.

Tanti si chiederanno quale sia il problema. Il problema è che molti studenti in queste ultime settimane hanno riconosciuto i tornelli come un’imposizione dell’ateneo volta a vincolare la libertà culturale, volta a rendere l’università uno spazio chiuso solo a chi paga le tasse.

Questo però, per gli studenti che si sono organizzati in assemblee molto partecipate, va a scontrarsi con l’idea di istruzione pubblica come fondamenta di una società democratica.

Queste discussioni hanno portato gli ‘Gli studenti del 36’ a convocare il 9 febbraio alle 13 una grande assemblea nella quale è stato deciso di smontare i tornelli e riaprire a tutti la possibilità di entrare in aula studio.

Alle 17 dello stesso giorno il rettore Ubertini ha permesso al reparto celere di fare irruzione all’interno dell’aula studio e di caricare gli studenti, che stavano leggendo i loro libri, i quali si sono difesi come hanno potuto e sono riusciti a scappare da una porta secondaria.

È stato a quel punto che la situazione si è fatta sempre più tesa, la polizia ha continuato a caricare gli studenti all’esterno, i quali hanno rovesciato i bidoni del vetro e cominciato a lanciare le bottiglie contro la polizia, la quale per tutta risposta ha fatto irruzione con i blindati in piazza Verdi, contro 400 studenti. La guerriglia ha coinvolto bar e vari esercizi commerciali, e si è spenta sotto le continue cariche, dopo ore di tensione. 

Alla luce di questi fatti è stato indetto un corteo per il giorno successivo (10 febbraio) che con concentramento alle 16 ha attraversato la città e successivamente, tornato in Piazza Verdi, con il consenso di più di mille persone, ha cercato di dirigersi sotto il rettorato in via Zamboni, dove si è nuovamente impattato con la polizia. Tuttavia ciò non ha spaventato gli studenti che hanno continuato la manifestazione lungo le arterie principali di Bologna, passando per Via Mascarella, dove l’11 marzo 1977 fu ucciso dalla polizia lo studente Francesco Lorusso, in occasione di proteste analoghe, contro un’amministrazione comunale (PCI) che aveva chiuso ogni forma di dialogo e aveva acceso le dure proteste degli studenti, sfociate successivamente nella lotta armata.

I fatti di questi giorni sono solo l’inizio di una lotta che durerà molti mesi fino a quando le posizioni continueranno ad attestarsi su un conflitto continuo. Questa situazione dimostra pertanto che, a distanza di quarant’anni, si assiste ad un ciclico ribaltamento politico dettato dalla mancanza di risposte concrete e dalla decisione di usare la repressione come unica forma di risoluzione dei conflitti.

Fotografie di Saverio Buendia

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“Uno de nialtri, un fio dea Zueca!”.

 

Da quel giorno le voci di Pino Musolino come nuovo presidente dell’Autorità portuale di Venezia hanno preso la via di una particolare transustanziazione: da ipotesi fantascientifica a verbo che si è fatto carne. Seguita con spasmodica speranza popolare, come si trattasse della liquefazione del sangue di San Gennaro.

Pochi giorni fa la sua nomina ha ricevuto tutti i crismi. Di parte ministeriale e del parlamento. E ora che si è compiuto il miracolo del ragazzo del popolo, insediatosi nella sacra trimurti cittadina accanto alle figure del Patriarca e del sindaco, non resta che attendere il suo arrivo da Singapore dove svolgeva il ruolo di manager.

Pino Musolino / Facebook

Le polemiche sull’adeguatezza delle sue competenze sono questioni da addetti ai lavori, che passano in secondo piano rispetto alla simbologia non tecnica che Musolino si porta appresso.

Di fatto il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, ha dato vita ad una nomina che ha assunto significati impossibili da cogliere tra le righe del curriculum o attraverso i colloqui via Skype che hanno fatto da viatico alla presidenza del ‘fio dea Zueca’ (o Gneca), l’isola che mostra la propria vetrina principale affacciandosi proprio su quel canale che da anni è teatro di transito delle grandi navi e di epiche contestazioni.

Nel curriculum che Delrio non poteva sfogliare, Pino Musolino, prima di essere veneziano, è un giudecchino: sinonimo di ‘schietto e onesto. E’ la parabola vivente di uno che si è fatto valere, studiando e lavorando. Uno tosto, capace. Uno di noi’. Sono queste le credenziali con le quali Musolino torna in ‘patria’ dopo anni di lavoro all’estero.

Foto: Patrizia Peruzzini/ Flickr in CC

Non sono pochi coloro che vedono nella sua figura l’occasione di un riscatto cittadino, di un’ondata di aria fresca, pulita, dopo le pagine pestilenziali dello scandalo Mose e dei flop che questa realizzazione continua a far registrare in corso d’opera. Soprattutto, in Pino Musolino, molti vedono il profeta in grado di risolvere la questione grandi navi e di trovare una soluzione pulita, che non sia un calare le brache agli interessi di parte e che sia invece di piena tutela degli interessi, in primo luogo ambientali, della città e della sua laguna.

Si tratta di un carico di popolarità e attese molto pesante e, proprio per questo, insidioso. Va tenuto conto che la nomina di Musolino non è il prodotto di un consenso popolare, benché sia figura popolare. La sua, da oggi, è una figura tecnica, frutto di una decisione governativa e dunque legata a doppio filo con decisioni e linee che difficilmente potranno uscire dai confini di mediazione che spesso hanno ben poco di popolare.

Pensare, da parte di alcuni, di poter tirare di qua o di là la giacchetta della popolarità, nella convinzione di riuscire a sfruttare la carta Musolino per condizionare le decisioni sulla portualità, è un gioco che da un lato potrebbe sortire cocenti delusioni. E che, contemporaneamente, potrebbe mettere Musolino su un piano scivoloso, moltiplicatore di condizionamenti: col rischio di trovarsi alla fine crocifisso proprio da parte di quella città che (in modo sincero o strumentale) in questo momento lo sta santificando.
E’ probabilmente questo il nodo più spinoso, al di là delle capacità che avrà modo di dimostrare, che il nuovo presidente del porto potrebbe affrontare nel corso del suo mandato.

Foto: Alvise Forcellini / Flickr in CC

Lasciarlo lavorare con la dovuta attenzione ma senza un pop-pressing asfissiante (destinato ad incendiare ulteriormente un clima già caldissimo e che è nemico delle decisioni sagge per la città) è forse il modo migliore per accogliere questo figlio del popolo veneziano che si è fatto autorità.

licenziamenti

Diabolica pure la sentenza emessa dalla Sezione lavoro della Cassazione, presieduta da Vincenzo Di Cerbo (anche Di Cerbero, mostro infernale, non stona), che stabilisce legittimo il licenziamento di un lavoratore se viene motivato dall’azienda con l’intento di realizzare ‘un’organizzazione più conveniente per un incremento del profitto’.

La sentenza stabilisce ufficialmente che i soldi, sterco del diavolo, non guardano in faccia a nessuno. Tranne che ai banchieri e ai truffaldini che vengono salvati dallo Stato con palate miliardarie, sottratte ai soliti poveri diavoli che pagano le tasse.
E intanto l’inferno del Montello, promesso in fiaccolata l’altra sera a Volpago, nel trevigiano, da un migliaio tra cittadini ed estremisti dall’anima nera ai profughi che dovrebbero alloggiare all’ex polveriera, è lava che cola su un terreno già incandescente.

Tutto si lega. La miccia che in questo fine anno mette in fila fatti e vicende, contingenti e di lungo periodo, conduce al 2017 con un potenziale esplosivo pieno di rabbia.

Tutto si lega perché tutto richiama a insicurezza, ingiustizia, disparità. Un tutt’uno che la politica ha cercato di esorcizzare, raccontando lo storytelling-bufala di un’Italia riformista e in cambiamento, oppure ha voluto strumentalizzare gettandovi ulteriore benzina populista.

Nessuno, se non col senno del poi o in maniera troppo timida, ha voluto affrontare o entrare nei tanti focolai infernali che oggi definiamo come ‘periferie’.

Una periferia che si sta allargando a macchia d’olio, più che di leopardo.
Le lettere di licenziamento spedite a grappolo diventano migliaia mine disseminate ovunque; le riforme e le sentenze hanno sempre meno il sapore dell’equità e sempre più un gusto padronale; i salvataggi alle banche non corrispondono alla tutela dei più deboli ma sono scudi protettivi per chi è già forte; gli appelli all’accoglienza di chi è cronicamente debole non possono che essere percepiti come messaggi provocatori nei confronti di chi, nel frattempo, è diventato socialmente ed economicamente debole. O ha la tremenda paura di diventarlo.

Da Flickr in CC / Radio Città del Capo

Se tutto si lega, l’unica possibile risposta non può che venire da una politica capace di vedere il tutto come un tutt’uno. E non in modo edulcorato o esasperato a seconda del tipo di speculazione da attuare. Ma ben sapendo che ogni segmento di questa miccia è saldamente collegato all’altro e che ogni singola azione produce effetti su tutto il resto del filo che porta all’innesco dell’esplosivo.

Il 2017 sarà un lasso che consentirà di ricordare e ripercorrere, a 40 anni di distanza, il 1977. Un anno che fu cruciale per il Paese, denso di violenze terribili, di tensioni sociali, di indiani metropolitani, di fantasia al potere e di ribellioni. Un anno nel quale gli esclusi, in forme e con conseguenze diverse, emersero dalla pancia del Paese.
Guardare al ’77 seppur lontano non sarà cosa inutile.

Evitare l’esplosione, guardare in faccia al reale e non drogarsi di narrazioni, è l’unico cambiamento sano, se ancora c’è una miccia di speranza, che è lecito attendersi dalla politica.

Testo di Stefano Ciancio, Editorialista di Positive Magazine

Un tempo il Fondaco, che durante la Serenissima era luogo di commercio, è stato poi trasformato all’epoca del Duce in un più triste palazzo delle Poste e Telecomunicazioni. Come non ricordare gli sportelli al piano terra, o quelli delle raccomandate al piano superiore? Insomma, parliamo di uno spazio enorme nel cuore pulsante di Venezia, con vista sul Canal Grande a pochi passi (non figurati, ma reali) dal Ponte più famoso, ovvero quello di Rialto. Il Fondaco, acquisito dalla società immobiliare dei Benetton, è stato dato in gestione a DSF e trasformato in un grande megastore del Lusso.

Sui social, ovvero il bar sport 2.0, le polemiche, le fotografie dell’inaugurazione in questi giorni sono all’ordine del giorno, tra chi dice “chissene”, tra chi dice “xe beo” e tanti altri commenti, quelli più acidi forse sono quelli tra coloro che non sono stati invitati e non riescono a farsene una ragione.

Fondaco dei Tedeschi (Venice)

Venezia in questi ultimi decenni è stata snaturata profondamente, in primo luogo per quanto concerne il tessuto sociale, con uno svuotamento continuo e inarrestabile dei suoi abitanti, che sono stati sfrattati a calci per fare spazio ai turisti. Inizialmente diversi palazzi sono stati trasformati in alberghi e poi via via Bed&Breakfast e Airbnb in tutti i sestieri, dove un posto letto oramai ha incluso anche il suono del vecchio battitore di cassa. Tutto questo è successo davanti agli occhi dei nostri amministratori, Massimo Cacciari, Paolo Costa, Giorgio Orsoni e ora anche Luigi Brugnaro. La forza del contante batte 10-0 la democrazia e il volere popolare e non c’è proprio nulla da fare: siamo stati governati male, anzi malissimo: nessuno di loro aveva una visione, ma chi più chi meno si è accontentato di gestire il quotidiano, cercando di limitare i danni: ma Venezia, proprio perché è una città diversa da tutte le altre, meritava di meglio.

Il problema nell’operazione Fondaco, non è tanto il fatto che ci stia ora un grande megastore, che guarda principalmente ai turisti e ben poco ai veneziani, (se non farli sognare per 15 minuti nella terrazza grazie ad una vista che toglie il fiato), quanto il fatto che la cessione di questo palazzo, di utilizzo pubblico sia stata di fatto permessa.

Fondaco dei Tedeschi

Quando si fa questa obiezione, i falchi del capitalismo, del liberalismo senza ma e senza se, alzano gli scudi con le loro dichiarazioni: “ma hai visto in che stato era quel palazzo, chi ci volevi mettere dentro, i centri sociali, oppure meglio un megastore che un albergo, chi tirava fuori sennò i soldi per il restauro”, e cose di questo genere, lette proprio in questi giorni sul bar sport 2.0, ovvero Facebook.

Il privato, se ha un progetto e le risorse è giusto che lo presenti, che faccia i propri interessi e se questi vanno a discapito della popolazione residente, poco importa, i soldi non hanno odore e non guardano in faccia a nessuno: tanto si sa che fanno gola a tutti, amministrazioni con voragini di bilancio comprese.

L’operazione Fondaco è proprio la cartina tornasole dello stato della nostra democrazia e del potere (pari a zero) che oggi hanno le amministrazioni: se qualcuno arriva con un pacco di soldi, che siano italiani, cinesi, svizzeri non ha importanza, possono fare tutto e il contrario di tutto (compreso ammorbidire la tanto rigida e solerte Sovrintendenza, che su questo restauro si è dimostrata assai benevola, mentre per tanti altri veneziani alle prese con i restauri delle proprie abitazioni, non è certo così lasca) e se il progetto non piace e qualcuno protesta, beh le lamentele si sciolgono sotto l’ombra dei bigliettoni, che agitati con cura, fanno vento e soffiano via le polemiche.

Molti hanno evidenziato lo stato di degrado nel quale è stato lasciato decadere il Fondaco dei Tedeschi e che quindi la cessione al privato di uno spazio pubblico, di fatto era l’unica strada percorribile. Fatto incontestabile che come si diceva è termometro della democrazia, in particolare dello stato di salute delle nostre istituzioni e di coloro che hanno avuto il mandato di rappresentarle: stiamo parlando di un paziente praticamente agonizzante.

Non è una esagerazione dire così: se il pubblico continua a cedere sotto i colpi degli assegni pezzi di città, poiché sommerso di debiti, non farà altro che tamponare, lasciando poi l’emorragia per l’amministratore successivo. È mai possibile che lo Stato, il Comune, la Regione non avessero modo di restaurare lo spazio, di dargli delle finalità pubbliche che guardassero prima al cittadino e poi agli interessi privati? Venezia ha tanti problemi, quello della residenzialità in primis. Ma non è l’unica cosa. Sempre di più servizi fondamentali, che rendono viva una città, stanno scomparendo giorno dopo giorno non tanto perché la gente non fa richiesta, ma perché a Venezia il residente è stato portato via dall’anonima sequestri e sostituito con i turisti.

Nella situazione attuale quindi, fare un megastore del lusso nel cuore di Venezia è una operazione ineccepibile, perché si rivolge ai veri abitanti di questa città, loro i 20, 30 (un numero preciso non si riesce ancora ad avere) milioni di visitatori che ogni anno varcano il ponte della Libertà o sbarcano in città. Se rivogliamo le vecchie botteghe di una volta, non c’è altra strada che ripopolare la città di veneziani: che siano italiani o meno non ha importanza, per non morire serve che si torni ad abitare nel centro storico, non un mese all’anno, magari per qualche biennale, ma in modo continuativo. Vogliamo salvare la città? Vogliamo evitare di vedere altre operazioni come quelle del Fondaco? Venezia torni ai Veneziani, si faccia un progetto serio di social housing, si vadano ad aprire le porte delle case popolari disabitate, si cerchino risorse per far tornare Venezia, non quella ai tempi della Serenissima, che sarebbe alquanto anacronistico, ma almeno a quella che aveva 100.000 abitanti residenti. Non cediamo alla rassegnazione e neppure alla protesta fine a se stessa.

Serve agire, prima che Venezia affondi sul serio e a quei quattro testardi rimasti a vivere in città toccherà scappare a bordo di una grande nave.

Buitoni

Se la regola secondo la quale ‘a tutto c’è un limite’ deve valere per i comportamenti dei turisti e di chi sul turismo di massa fa economia, eguale rigore sarebbe giusto applicarlo anche per chi mette piede nel caos, lanciando le sue proposte. Perché anche in questo caso il degrado può essere sempre dietro l’angolo e provare a fotografarlo, analogamente a pisciatori, deretani turistici e grandi navi, non è un esercizio sacrilego.

In questo senso, la proposta della sottosegretaria ai Beni Culturali segna una forma di degrado. La sua intervista, rilasciata lo scorso 1 settembre a La Stampa, pur essendo piena di nobili propositi per la salvezza di Venezia, si chiude infatti con un’invasione che punta a stravolgere alcuni principi basilari di democrazia e rappresentanza.

Alla domanda finale ‘Che cosa si può cambiare?’, la Borletti Buitoni risponde infatti così: “Con la città metropolitana i problemi tra cosiddetto centro storico e terraferma rischiano di decuplicarsi. La legge speciale non basta più, serve un occhio speciale. Un’Autorità internazionale, super partes e vincolante, che affianchi il Comune”.

In un colpo solo la sottosegretaria non solo smentisce il proprio governo, che nel riordino delle governance locali, Città Metropolitane comprese, ha individuato uno dei propri fiori all’occhiello. Non solo getta alle ortiche una serie di proposte di nuova Legge Speciale per Venezia, tra le quali si annovera quella di Felice Casson, sicuramente non tacciabile di essere un barbaro speculatore della città.

Ciò che soprattutto sorprende è la leggerezza con la quale la rappresentante del governo Renzi butta lì la proposta dell’Authority internazionale. Di fatto, presentato così, un organismo che andrebbe a sovrapporsi (altro che affiancarsi) all’istituzione comunale eletta dai cittadini perché avrebbe potere e voce in capitolo non consultivo ma ‘vincolante’. E poi: chi nominerebbe questo organismo super partes? Con quali criteri? Si terrebbero per caso elezioni a livello internazionale o sarebbe un gruppo di dame e damerini della carità a decidere chi delegare per occuparsi della salvezza di Venezia?

I giudizi sulle responsabilità delle passate amministrazioni possono essere impietosi quanto si vuole. Così come può essere aspramente criticato chi in questo momento, amministrando con modi spesso brutali, ha ottenuto per via democratica il compito di guidare la città. Ma nessuna emergenza (anche se non manca chi, in modo blasfemo, prova a paragonare il degrado veneziano con la distruzione di Aleppo in Siria) può giustificare scorciatoie o modelli di sospensione della democrazia che scavalchino i cittadini veneziani e i loro rappresentanti.

Cosa che invece, in modo preoccupante, Ilaria Borletti Buitoni prospetta. Segnando così un episodio di degrado democratico che, da cittadino veneziano, merita di essere respinto al mittente.

figlio

Una condivisione ed una convivenza che sono una semina indispensabile per chi vuole contribuire alla costruzione di una società civile non fondata sul conflitto bensì sulla normalità delle nostre mille diversità. Quest’atto di fiducia nell’affidare al servizio pubblico il bene più prezioso è dunque un gesto politico, non affidato al caso. Non posso dunque che rivolgermi a voi, amministratori e politici veneziani, rivendicando il diritto di esigere da voi atti politici di responsabilità e cura nei confronti di mio figlio.

Episodi che emergono: altrettanti, probabilmente, sono destinati a rimanere sepolti. Senza forse, resta oceanica la maggioranza di maestre alle quali poter affidare ad occhi chiusi i propri figli.

Anche chi ha l’abitudine di non cedere emotivamente all’onda d’urto delle notizie non può ignorare il susseguirsi di episodi di maltrattamento nei confronti dei bambini, che si consumano da nord a sud del Paese, nel chiuso di asili nido e scuole materne, per mano di chi ha invece il compito di contribuire con professionalità e cura alla crescita e all’educazione degli stessi bambini.

Quanto però sta accadendo nel Comune di Venezia sta assumendo contorni ansiogeni per chi si appresta ad affidare un figlio. La guerra tra il sindaco e i dipendenti comunali, le rivendicazioni sindacali e di chi si trova in condizione di precarietà, le schermaglie di schieramento politico, il balletto tra emendamenti parlamentari che concedono l’assunzione di maestre e il temporeggiare dell’amministrazione nel procedere con queste assunzioni, le denunce sui colloqui tenuti da un assessore e che sanno di dilettantistica selezione su persone già selezionate per concorso: di fronte a questo campo di battaglia vivo la sensazione che mio figlio, come tanti altri bambini, resti sullo sfondo.

O che, peggio, si ritrovi già ad essere maltrattato perché messo all’angolo, sotto una gragnuola di colpi furibondi, tirati per affermare ragioni di parte, di potere, di opportunità. La somma di questi cazzotti fa vacillare pure me e il mio senso di sicurezza per mio figlio.

A poche settimane dall’ingresso di Piero nella scuola dell’infanzia, dove poter costruire un pezzo di mondo senza conflitti, nessuno, a partire dal sindaco per poi proseguire tra amministratori e politici, si prende la briga di lavorare per stabilire un cessate il fuoco e ristabilire un dialogo civile. Per ragionare politicamente, avendo come unico obiettivo la cura di questi bambini e dunque il compiersi di scelte di responsabilità, per garantire il massimo livello di professionalità, servizi e controlli. A protezione massima dei bambini.

Cessate dunque il fuoco, siate responsabili e abbiate cura del mio e di tutti i figli di questa città.

Forcolin

Martedì 5 luglio 2016. A Fermo, nelle Marche, il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi incontra in via Veneto i suoi assassini xenofobi. In Veneto intanto il vice presidente leghista della Regione, Gianluca Forcolin, spiana la strada, via Facebook, ad uno dei più cruenti linciaggi social che si possano immaginare. Decine di persone invocano la morte cruenta per un ragazzo immigrato, reo di essersi immerso nella vasca-fontana della principale piazza di San Donà di Piave.

D’altra parte, come Forcolin ha avuto cura di annotare nel suo post corredato dalla fotografia dell’ammollo, è “sconcertante vedere certe immagini che ritraggono Piazza Indipendenza con gli extracomunitari che fanno il bagno lungo il corso d’acqua in totale pace e disinvoltura. Davanti al monumento di Giannino Ancillotto in barba a regolamenti, buon costume e civiltà…”. Un monumento sacro, ci mancherebbe: inaugurato il 15 novembre 1931 alla presenza del ministro Italo Balbo e del segretario del Partito Nazionale Fascista, Giovanni Giuriati, questo monumento onora un fuoriclasse dell’aviazione da caccia, meritevole di aver realizzato ben 11 abbattimenti durante la prima guerra mondiale.

La caccia all’immigrato pare più che giustificata, in nome del decoro e della civiltà. Ed in effetti, nelle stesse ore in cui Emmanuel Chidi Namdi veniva abbattuto e spedito in coma, il profilo Facebook di Gianluca Forcolin andava talmente in fibrillazione civile che era impossibile fermare la fiumana di tecniche di soppressione di quello che il sindaco di San Donà, Andrea Cereser, aveva intanto precisato trattarsi di minorenne. Chi se ne frega: pietre al collo, benzina, ruspe. Il tutto condito da richiami ai cari, vecchi rastrellamenti e da belle immagini di Benito Mussolini.

Forcolin ad un certo punto, per cercare di uscire dalla stessa fogna che ha creato, se ne lava le mani. Il post se lo tiene stretto, in bella mostra, compresa la foto dello scandalo. Però… “invito gli amici di fb a non commentare con frasi razziste e di cattivo gusto”. Con l’aggravante che dopo aver ricordato che “l’integrazione parte anche da queste piccole regole del viver civile: non ho mai visto un sandonatese a bagno maria in Piazza Indipendenza. Se queste sono le risorse, come le chiama la sinistra, credo che di strada se ne debba fare ancora molta”, se ne esce con la precisazione fatale: “il mio è stato un pensiero del tutto personale e fuori da ogni riferimento politico e istituzionale”. Troppo comodo ed ipocrita.

Il 6 luglio Emmanuel Chidi Namdi muore dopo una vita di guerre, di violenze che gli hanno fatto perdere due figli, di fuga dal terrore e di umiliazioni infinite. L’ultima, quella fatale alla quale ha cercato di ribellarsi, ai danni della moglie, appellata in modo premeditato ‘scimmia africana’ da chi subito dopo lo ha assassinato.

La tragedia di Fermo e la vicenda di San Donà di Piave sono profondamente legate tra loro. La prima è la concretizzazione tragica di un allevamento culturale diffuso, che trova nel Veneto complicità e terreno molto fertile per la crescita di eserciti violenti e xenofobi.

I politici alla Forcolin, che usano a piene mani gli immigrati per la loro propaganda, ne sono pienamente responsabili: è il loro ruolo istituzionale ad inchiodarli alla responsabilità. Quando le parole sono pubbliche non può esistere per loro l’alibi delle affermazioni personali, perché ogni loro parola pubblica contiene valenza, rilievo sociale e politico. Ospitare e non porre fine, come ha fatto Forcolin, a quel linciaggio web, equivale ad innaffiare il terreno dell’odio razziale. Lo stesso dal quale spuntano gli assassini di Emmanuel.

Analogamente, va tolto ogni alibi e va aperta una lotta durissima contro chi vomita parole criminali e viene benevolmente definito ‘leone da tastiera’. Perché tra questi leoni c’è sicuramente chi, prima o poi, saprà dare sostanza a quelle parole che continuano a navigare pubblicamente e che danno coraggio e benzina alla voglia di fare i giustizieri contro ‘scimmie’, ‘negri’ e ‘zingari’.

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In questo senso anche il mondo dell’informazione ha una responsabilità enorme.
Le testate web che ospitano, attraverso i siti e i profili social, chilometri di linciaggi su ogni notizia riguardante le persone immigrate, devono mettere fine a queste mattanze destinate, nel tempo, a diventare sempre meno virtuali. O decidono di moderare i ‘dibattiti’ cancellando i delinquenti che incitano al crimine, oppure chiudano direttamente gli spazi per i commenti, analogamente a quanto ha deciso di fare in Friuli il Messaggero Veneto.

Altrimenti, così come vale per le speculazioni politiche, anche gli interessi commerciali legati alle cliccate e alle visite sul web, finiranno per diventare i migliori complici della xenofobia, dell’odio e di belve, come quelle che hanno ucciso Emmanuel, in via Veneto.

“Il rifiuto di quei sindaci non va banalizzato. Rappresentare la cruda realtà dei disastri prodotti dalla mafia è un’impresa ardua e fino ad ora sono più numerosi gli esempi che hanno romanzato la realtà piuttosto che quelli che hanno svolto compiti educativi”.

Nella polemica che si è scatenata attorno alle riprese di ‘Gomorra 2’ e alla decisione dei sindaci campani di Giugliano, Acerra e Afragola che si sono rifiutati di prestare i territori dei loro Comuni per i ciak della seconda serie della fiction, Alessandro Naccarato la prende con le pinze. Impegnato da anni sul fronte delicato della lotta alla criminalità organizzata, con un occhio di attenzione particolare al fenomeno delle infiltrazioni in Veneto, il parlamentare padovano del PD è componente della Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi. Nei giorni del blitz dell’Antimafia di Venezia che nel febbraio scorso ha portato al sequestro di beni per 130 milioni di euro appartenenti a Francesco Manzo (clicca qui per approfondire), Naccarato non esitò a dire che Il Veneto è una delle ‘lavanderie’ delle organizzazioni criminali, in primis della Camorra”. Il tutto, snocciolando numeri da doccia fredda. Uno su tutti, 3.000: a tanto ammontano le operazioni sospette di riciclaggio segnalate in Veneto alla Banca d’Italia nei primi sei mesi del 2014 (clicca qui per approfondire).

NAPOLI - Quartiere Scampia, edificio del complesso residenziale noto come "Le Vele". Foto: Flavio Ronco da Flickr
NAPOLI – Quartiere Scampia, edificio del complesso residenziale noto come “Le Vele”. Foto:
Flavio Ronco da Flickr

Abituato dunque a misurare il fenomeno con il metro della cruda realtà, il deputato antimafia misura bene le distanze quando si parla di fiction dedicate al tema.

Con il rifiuto di quei sindaci alle riprese, ci troviamo di fronte ad un tentativo di nascondimento della realtà,  di ‘omertà’, come l’ha definito Roberto Saviano, ispiratore della serie tv ‘Gomorra’?

Mi auguro che nessuno voglia nascondere la realtà. Le istituzioni, e quindi anche i sindaci, sono impegnati in una lotta quotidiana alle mafie, spesso anche con rischi notevoli. Il rifiuto di quei sindaci non va banalizzato. Immagino che quella decisione sia fondata su valutazioni attente che hanno preso in considerazione i molteplici aspetti coinvolti in una simile operazione.

Questi sindaci sostengono che la fiction dia un’immagine negativa delle loro città e temono l’emulazione. Sono giustificazioni plausibili?

Non è un mistero che alcune rappresentazioni televisive e cinematografiche abbiano dato della mafia un’immagine troppo spesso mitologica, edulcorando da un lato gli aspetti più negativi, ma reali, e talvolta addirittura facendo apparire i mafiosi come personaggi invincibili da emulare. Naturalmente non sono queste le intenzioni degli operatori che danno vita a queste fiction. Tuttavia non è possibile ignorare che questo effetto distorto si sia prodotto. Al nostro Paese invece serve una coscienza cristallina di quanto feroce e dannosa sia l’azione delle mafie nella società e nel tessuto economico.

Rosy Bindi, Pres. Commissione Antimafia
Rosy Bindi, Pres. Commissione Antimafia

Pochi giorni fa, in occasione della missione effettuata nel capoluogo campano dalla Commissione Antimafia, la presidente Rosy Bindi ha parlato di camorra come di ‘parte costitutiva’ della società a Napoli: c’è una relazione tra queste dichiarazioni ed una reazione culminata anche nel rifiuto di questi sindaci alle riprese della fiction?

Purtroppo le parole della presidente Bindi rappresentano la realtà. Una realtà fin troppo nota a chi si contrappone alle mafie ma spesso oggetto di pericolose sottovalutazioni da parte di interi settori della società. Le organizzazioni criminali esistono da secoli e sono prima di tutto un fenomeno sociale. In Italia la risposta è sempre stata di tipo emergenziale, mentre occorre strutturare interventi che a seguito delle inchieste e degli arresti costruiscano le condizioni per risposte altrettanto forti sul piano sociale. Esistono territori che chiedono da anni scuole, strade, infrastrutture e da anni, dopo la risposta giudiziaria non segue alcuna risposta sociale. Così si lascia il campo all’avversario e altri mafiosi si sostituiscono ai precedenti. Probabilmente su questo piano le decisioni dei sindaci possono essere comprese meglio.

Da parte sua il questore di Napoli, Guido Marino, ha detto che ‘certi programmi tv sono offensivi e per niente rappresentativi della realtà che vogliono rappresentare: arrivare alla conclusione che lo Stato è assente, è banale’. C’è questo rischio di banalizzazione?

Assolutamente si.
Lo Stato c’è ed è impegnato a combattere le mafie ogni giorno grazie al contributo di tanti magistrati, gomorra 2operatori delle forze dell’ordine e di rappresentanti delle istituzioni. Non so se alcuni programmi siano offensivi, ma so che rappresentare la cruda realtà dei disastri prodotti dalla mafia è un’impresa ardua e fino ad ora sono più numerosi gli esempi che hanno romanzato la realtà piuttosto che quelli che hanno svolto compiti educativi.

Ha avuto modo di vedere la prima serie di Gomorra in tv? E’ vero che, nel caso della malavita organizzata, in Campania la realtà supera la fiction?

Non ho visto la serie ma sono certo che difficilmente una rappresentazione cinematografica potrà essere in grado di restituire un’immagine fedele dei danni incalcolabili e delle sofferenze prodotte dalla criminalità organizzata.

Malavita e tv: altre polemiche, del tutto simili, sono esplose in occasione della puntata di ‘Porta a Porta’ che ha avuto come ospiti i Casamonica. L’accusa, in questo caso, è che l’informazione giornalistica abbia solo contribuito a dare risalto e pubblicità al clan: qual è il suo giudizio?

Sono poco incline a seguire le polemiche su fatti che accadono in TV. Torno a dire che la spettacolarizzazione di fenomeni gravi come la mafia nuoce gravemente perché offre all’opinione pubblica un’immagine distorta che non contribuisce a rappresentare correttamente la realtà.

In assoluto, la malavita in tv rappresenta un importante contributo di battaglia civile contro questo fenomeno oppure rischia di alimentare una sorta di mito invincibile?

In assoluto è difficile prendere una posizione che valga per esempi diversi. La criminalità organizzata esiste e produce danni devastanti al Paese. Se la televisione riuscirà a farsi strumento per costruire insieme alle istituzioni una coscienza precisa nell’opinione pubblica su questo tema potrà dare il suo contributo alla battaglia civile contro le mafie. Se si limiterà a produrre spettacolo su fenomeni criminali c’è il rischio che si alimenti in modo aberrante il mito di personaggi appartenenti alle cosche ritratti come uomini invincibili invece che come pericolosi criminali da combattere e isolare.

Il Vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia, Luigi Gaetti
Il Vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia, Luigi Gaetti


In conclusione. Esulando da tv, fiction e giornalismo, quanta energie ha e sta investendo attualmente lo Stato nel braccio di ferro contro le mafie?

A questa domanda è difficile offrire una risposta sintetica ma è certo che lo Stato è impegnato al massimo nella battaglia contro le mafie. Magistrati, uomini delle forze dell’ordine e delle istituzioni stanno combattendo una guerra durissima ogni giorno per contrastare su tutti i fronti il dilagare delle organizzazioni criminali. Di certo accanto all’azione repressiva occorre affiancare una capillare azione di educazione alla legalità e un recupero sociale del territorio sottratto al controllo delle cosche. Si tratta di attività difficili e complesse che richiedono molte risorse e interventi strutturali di lunga durata.

Con queste finalità negli ultimi anni Governo e Parlamento hanno approvato provvedimenti importantissimi.

Naccarato li elenca. Senza il pathos della fiction ma con un piglio che sa di inquadratura dalla precisione millimetrica sulla cruda realtà.

– La legge 62/2014, nota anche come 416 ter, integra e completa l’articolo 416 bis del codice penale e punisce: chi accetta la promessa di procurare voti, con modalità mafiose, in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità; chi promette di procurare voti con modalità mafiose. Il reato è punito con la reclusione da 4 a 10 anni.

– La legge 186/2014 introduce nel codice penale il reato di autoriciclaggio (articolo 648-ter 1) e punisce chi, avendo commesso o concorso a commettere, un delitto non colposo, sostituisce, trasferisce, impiega in attività economiche o finanziare denaro, beni o altre utilità provenienti dalla commissione del delitto presupposto. Il reato è punito con la reclusione da 2 a 8 anni e produce un effetto immediato sui reati tributari che diventano delitto presupposto per l’autoriciclaggio.

– La legge 68/2015 contro i reati ambientali aggiunge al Codice penale il titolo VI bis “Dei delitti contro l’ambiente” e introduce alcuni importanti reati: inquinamento ambientale, disastro ambientale, alterazione irreversibile dell’equilibrio dell’ecosistema. La norma inoltre prevede la confisca obbligatoria del profitto del reato, l’inasprimento delle pene, l’allungamento dei termini di prescrizione e stabilisce che per accedere ai benefici di legge il colpevole deve bonificare i siti inquinati o danneggiati.

– La legge 69/2015, nota anche come anticorruzione, prevede: l’aumento delle pene per i reati di corruzione, il principio della restituzione dei proventi del reato per accedere ai riti alternativi, la reintroduzione del reato di falso in bilancio, l’aumento delle pene per il reato di associazione mafiosa.

Con la speranza che ogni punto sia un punto messo a segno contro la cruda realtà.

Londra

E pensare che anche il Veneto, meno di due anni fa, poteva avere il suo Sadiq Khan. In formato mignon, per carità. Nel senso che Gaiarine, in provincia di Treviso, è un paese da 6.100 anime e non una megalopoli da 8 milioni e mezzo di abitanti come Londra.

La storia però, nelle ore in cui si celebra il fenomeno Khan, merita di essere raccontata. Masih Ashraf è un medico di base pachistano, stesse origini del neo-sindaco della capitale britannica. Con le radici che affondano a Lahore, nel Punjab. Lui arrivò in Italia quando Khan aveva dieci anni, nel 1980. Specializzazione a Bologna, vive da 16 anni nella marca trevigiana. Uno, insomma, che incarna la prima e pure la seconda generazione di immigrati. A differenza di Khan, lui però è di religione cristiana: anche l’essere minoranza (in Pakistan i musulmani rappresentano il 97% della popolazione) è un tratto della sua esistenza.

Masih e KhanLa storia di Masih Ashraf, 58 anni, si compie nel cuore del Veneto leghista e tuttavia non è la storia di un candidato che parla alla pancia della sinistra. A differenza del laburista Khan, il suo campo d’azione si colloca nel centrodestra, visto che tuttora ricopre la carica di coordinatore locale di Forza Italia. A quasi due anni di distanza dal suo essere quasi-Khan, accetta di riparlare di quanto accadde in quella elezione amministrativa del 2014, con una frase scolpibile: “La politica spesso è molto in ritardo rispetto all’opinione pubblica”.

Le cose sono andate così. A febbraio 2014 Masih annuncia la sua candidatura a sindaco con una lista civica a trazione forzista e la cosa non passa inosservata: la stampa locale parla di ‘cambiamento’, ‘rivoluzione’ e di un ‘Obama in formato locale’. Tutto sommato, l’enfasi ci stava. Poi però gli ingranaggi della politica si sono messi in moto: alleanze, mediazioni e accordi hanno fatto sì che la favola si sia inceppata dopo poche pagine. Ed è andata a finire che il centrodestra si sia ritrovato compatto attorno all’imprenditore, sostenuto in primo luogo dalla Lega, Mario Cappellotto: nome e cognome Doc, che non lasciano spazio a molte fantasie su origini e radici.

L’accordo viene “messo per iscritto” ad aprile: se l’indigeno Cappellotto vince, il pachistano Masih diventa assessore. Non sarebbe stato come essere sindaco, ma già la cosa, nel cuore del Veneto leghista, sarebbe stata di un certo effetto. Il 25 maggio 2014 Mario Cappellotto arriva primo alle elezioni e diventa sindaco col 43%, distanziando il secondo di 18 punti. Ma pochi giorni dopo, quell’accordo con Masih diventa carta straccia.

“Mi fu detto che qui certa gente non voleva amministratori di colore diverso. E mi fu detto che alcuni consiglieri di maggioranza, in caso di mio ingresso in giunta, si sarebbero dimessi”.

Eppure lei, che tra l’altro è stato nominato nell’Osservatorio regionale dei flussi migratori ed è delegato regionale del consiglio territoriale per l’immigrazione, non era un volto nuovo a livello politico…

“No, assolutamente. Prima di allora ho fatto il consigliere comunale per 10 anni a Gaiarine. Nel 2004 presi 148 preferenze e nel 2009 raccolsi 192 voti. In realtà, la gente di Gaiarine mi ha sempre rispettato e mi vuole bene: riconosce il mio impegno per questa comunità, soprattutto nell’ambito del sociale. Non a caso avrei dovuto ricevere proprio questa delega. Personalmente mi sento più italiano che pachistano e il mio futuro l’ho sempre visto qui”.

Dunque, come si spiega questo suo sogno svanito? Lei due anni fa disse che ‘L’unica spiegazione alla mia esclusione è quella razziale, non ho ricevuto altra motivazione plausibile, mi sento delegittimato e amareggiato’. La pensa ancora così?
“Non voglio riaprire ferite, ma continuo a ritenermi vittima di questa vicenda. Vittima di un certo modo di fare politica, anche perché ritengo di essere stato determinante nell’elezione dell’attuale sindaco. Non voglio generalizzare: resta il fatto però che la politica, spesso, è molto in ritardo rispetto all’opinione pubblica”.

Cosa ne pensa dell’elezione di Sadiq Khan a sindaco di Londra?
“Non ci vedo nulla di strano. Khan appartiene alla seconda generazione di immigrati e in Inghilterra c’è una società aperta, dove non viene dato un peso determinante al fatto che una persona sia di pelle o provenienza diversa. Penso che la lezione di Khan dimostri questo e lo ritengo un fatto molto positivo. Nel senso che potrà trasformarsi in un messaggio importante anche qui in Italia e potrà aiutare a considerare come normale l’elezione di un sindaco o la nomina di un assessore ‘straniero’.

Lei ci riproverà, tra tre anni, a diventare sindaco di Gaiarine?
“Io penso al benessere di questa terra e continuo ad impegnarmi. Non posso escludere che ci riproverò…”.

La storia, insomma, non è chiusa.

Friuli
 Friuli, 40 anni fa il terremoto. l’efficienza di una gente. E di uno Stato finito in macerie.

“La mattina dopo ero già un angelo. Uno di quegli angeli ventenni che dopo aver cercato di capire per tutta la notte, con l’aiuto di qualche radioamatore, cosa fosse successo, partirono per Gemona e Venzone. Dal mio paese, nella bassa friulana, partimmo in dieci per andare a scavare a mani nude. Recuperando vivi e morti, spostando travi e macerie”.

Dalla morte alla resurrezione, dalla distruzione alla ricostruzione, dalla caduta alla forza di rimettersi in piedi. Raccogliere il ricordo di Pier Paolo Gratton, giornalista e oggi memoria storica dell’ANSA del Friuli-Venezia Giulia, è come tracciare linee rette, senza interruzioni. Perché, a differenza di altre tragedie nazionali che si sono lasciate alle spalle il buio eterno di misteri, incompetenze, disonestà, ingiustizie e abbandoni, in Friuli le lancette hanno continuato a scorrere. Anche dopo le 21 di quel giovedì 6 maggio 1976, l’istante di un’apocalisse accaduta esattamente 40 anni fa.

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Foto di Stefano Giantin (da Creative Commons)
Il terremoto in Friuli è stato il buio di una notte che ha sepolto 989 persone e distrutto 18 mila case, seguito da una mattina che è stata la prima di altri 4.000 giorni: il tempo di una ricostruzione, di un ritorno al “dov’era e com’era” che è durato circa una dozzina d’anni.

Al netto del dolore che non si può rimuovere, perché questa è stata probabilmente la pagina di più grande efficienza e speranza della nostra storia repubblicana? Fu solo merito della gente friulana o ci fu dell’altro?

“Ci fu un’azione collettiva. Fin dalle prime ore dopo la catastrofe – ricorda Gratton – lo Stato diede segnali chiari della propria presenza. Già il 7 maggio arrivò a Campoformido Giuseppe Zamberletti, immediatamente nominato Commissario straordinario da Aldo Moro, allora Presidente del Consiglio. Il 9 maggio arrivò Moro in persona che si rivolse alla Regione e agli amministratori locali annunciando che il governo era disposto a riconoscere, sotto il coordinamento di Zamberletti, piena autonomia di decisione nella gestione dei soccorsi e della ricostruzione”.

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E cosa accadde?

“Ma siete in grado?” chiese Moro: la risposta fu sì e da quel momento si innescò un meccanismo che divenne modello di efficienza e che vide i sindaci protagonisti, assieme ai Vigili del Fuoco e agli alpini della Julia. Di fatto, in Friuli nacque il primo nucleo di quella che poi divenne la Protezione civile a livello nazionale. E se è vero che il Friuli-Venezia Giulia era Regione autonoma già dal 1963, in realtà l’esperienza maturata era su ambiti come il turismo, l’industria e l’agricoltura, ben lontani da quelli che il terremoto implicava. La delega sulla gestione economica fu in questo senso un fatto straordinario”.

Proprio in questi giorni Zamberletti, oltre a ricordare “la grande tenacia, la grande serietà del popolo friulano”, non ha mancato di sottolineare che “il sisma si era verificato durante la campagna elettorale per le elezioni politiche. E i friulani furono costretti a votare sotto le tende. Ma ci fu una collaborazione incredibile da parte dei partiti: non avvenne la strumentalizzazione che si poteva immaginare. Il senso di responsabilità aveva contagiato tutti e anche la politica nazionale si adeguò. Ero stupito. Oggi forse le cose sono un po’ diverse”…

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“Zamberletti fu ben voluto da tutti i sindaci, ma anche con il presidente della Regione, Antonio Comelli, malgrado avessero due caratteri diversi, si creò una forte intesa. Oggi invece quelli che vengono da Roma vengono visti come impostori. Sostanzialmente tutti si fidarono reciprocamente e questo fu il collante che resse nei momenti più difficili”.

Il momento più difficile fu quello della seconda ondata di scosse, a metà settembre, quando si completò definitivamente l’opera distruttiva del terremoto…

“Stato e Regione presero la decisione non semplice di trasferire nelle località di mare, lontano dalle zone dell’epicentro, le famiglie. Contemporaneamente venne consentito, a chi lavorava nelle fabbriche che non vennero distrutte, di rimanere in zona: Zamberletti requisì le case di villeggiatura e migliaia di roulotte non utilizzate in tutta Italia, che poi furono regolarmente restituite, in condizioni perfette. Questa operazione consentì di ripartire dal lavoro, dalle fabbriche, dall’economia. Poi, man mano, vennero ricostruite le case e cominciarono i ricongiungimenti”.

Esattamente il contrario di quanto, in modo propagandistico, è stato fatto o promesso altrove…

“Sì, basti pensare all’Aquila, alla new town che crolla e a tanta gente che è ancora ancora lì nelle baraccopoli. E’ una questione di moralità. 40 anni fa nessun sindaco, amministratore o politico finì in galera. Eppure la ricostruzione è costata 13 miliardi di euro: tra stanziamenti nazionali, aiuti da Paesi europei, Usa, Canada e Argentina, dove è forte la presenza di immigrati friulani, e grandi donazioni di personaggi come Rockfeller, i soldi che giravano erano tanti”.

Il modello ‘Friuli’ fu riproposto altrove, dopo il terremoto del ’76?

“Il paradigma friulano non fu mai più adottato in altre catastrofi, dall’Irpinia all’Emilia. Oltre all’aspetto morale, oggi c’è in generale una classe politica meno preparata, c’è tanta improvvisazione e sempre meno fiducia nei confronti della politica centrale. Con queste condizioni è inimmaginabile che oggi possa ripetersi quel modello di efficienza”.

La sensazione, dopo 40 anni, è che sotto le macerie ci sia finito lo Stato. E che una vera ricostruzione dovrebbe ripartire anche guardando a quanto accadde in Friuli.

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P.S. – Il mio, piccolo piccolo, ricordo personale.

Io, il 6 maggio 1976, avevo 7 anni e vivevo a Venezia.
 Alle nove di sera stavo a letto con mio padre, guardando la tv. Improvvisamente il monitor va in tilt: pallini bianchi e neri si rincorrono impazziti. I vetri delle finestre vibrano, salta la luce, arriva il buio pesto. Casa mia era a due piani. Mio padre, non so ancora oggi come abbia fatto, mi afferra dal letto, sorvola le scale e in due secondi atterra, con me in braccio, al piano di sotto. Forse il suo miglior colpo da judoka cintura nera. Scappiamo di casa e ci catapultiamo in calle lunga San Barnaba. Mia madre, che era già al piano di sotto, si dimentica mia sorella in cucina e rientra per riprenderla: ancora oggi la vive con senso di colpa e non sa come sia potuto accadere. A due passi dall’ospedale geriatrico Giustinian, mettiamo piede in una Venezia popolata da personaggi in stato catatonico. Unica eccezione, un uomo in mutande e canottiera che scappa di corsa verso l’ignoto. Ci passa davanti, ridiamo tremando, vaghiamo a vuoto. In Campo Santa Margherita si crea una movida di sedie portate fuori di casa e messe davanti agli usci. Si torna al filò: decine e decine di persone dalle gambe molli si siedono l’una accanto all’altra e si raccontano. Nessuno sa ancora cosa sia successo esattamente. Mio padre è inquieto. Vaghiamo: ai Giardini della Biennale cresce una tendopoli di gente che per intere notti dormirà fuori casa. Nessuno può sapere se, come e quando verremo ancora sorpresi. Magari a letto, nel sonno. Accadrà di nuovo a metà settembre, ma di giorno. Ma per settimane, di notte, mio padre terrà sul comodino una torcia a pile, puntandola ogni 10 minuti sul lampadario e sfibrando pure mia madre. “Giuliana…. Me par che el trema…”. “Dormi Franco, dormi…”.

Ho vissuto un millesimo dello sconquasso del terremoto del Friuli.
Spesso mi chiedo cosa dev’esser stato l’averlo sotto i piedi.

biagi

Un’intervista ad un mafioso è lesa maestà nei confronti del pubblico onesto? Il servizio pubblico che offre spazio al mafioso va considerato tout court come sponda di colpevole complicità con le mafie? Nel 2015, almeno a sentire molti esponenti politici (in prima fila quelli del PD e del M5S), pare che le due domande trovino la stessa risposta: sì.

Il caso è esploso con la partecipazione a ‘Porta a Porta’ della figlia e del nipote del defunto Vittorio Casamonica. Quello per il quale lo scorso 20 agosto si è tenuto l’oramai celeberrimo e sfarzoso funerale-scandalo nel cuore di Roma, con tanto di carrozze, cavalli, gigantografia di beatificazione, lancio di rose da un elicottero e sottofondo musicale con le note de ‘Il Padrino’. Quel Vittorio Casamonica indicato dagli inquirenti come boss indiscusso di uno dei clan mafiosi più potenti di Roma.

RIGHINI - ENZO BIAGI NELLA TRASMISSIONE TELEVISIVA  "LINEA DIRETTA" p.s. la foto è utilizzabile nel rispetto del contesto in cui è stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate - Fotografo: FOTOGRAMMA
RIGHINI – ENZO BIAGI NELLA TRASMISSIONE TELEVISIVA “LINEA DIRETTA”

Impossibile riportare per intero il fuoco di fila delle dichiarazioni scandalizzate.
Qualche esempio: “Ospitare i Casamonica nel salotto di Bruno Vespa è un messaggio diseducativo e va contro la mission del servizio pubblico” (nota congiunta dei parlamentari M5S); “La Rai deve fare servizio pubblico e raccontare agli italiani le commistioni tra i clan mafiosi e la politica che sono già state accertate dalla magistratura, non fare apologie dei boss davanti agli italiani”. (Beppe Grillo); “@RaiPortaaPorta e Rai1 riflettano: offrire un palcoscenico ai Casamonica è stato un errore grave che nulla c’entra con il servizio pubblico” (Matteo Orfini – Presidente Pd); “Il rischio è di trasformare tutto in una fiction, producendo assuefazione, e di considerare normale ciò che non lo è, trasmettendo il messaggio che le mafie sono un elemento del paesaggio e non un tumore da combattere. I Casamonica sono mafiosi, non star televisive”. (Franco Mirabelli, capogruppo Pd nella Commissione Antimafia).

La truppa indignata non nutre insomma il minimo sospetto che si sia trattato di un momento di informazione. Addirittura Roberto Fico (M5S), Presidente della commissione di Vigilanza Rai, firma una sorta di lettera di licenziamento:”Se si lavora in Rai, se ne deve rispettare la missione di servizio pubblico e il Codice etico, altrimenti si può sempre scegliere di lavorare altrove. Nessuno è intoccabile”.

Questo accade nel 2015.

Nel 1986 invece, è accaduto che tale Enzo Biagi (uno che di licenziamenti politici ne sa qualcosa) abbia intervistato tale Raffaele Cutolo. Il primo quotato dai più come il miglior giornalista della storia del giornalismo italiano. Il secondo, senza discussione, è stato il leader della Nuova Camorra Organizzata. Questa intervista televisiva (clicca qui), andata in onda sulla Tv di Stato all’interno del settimanale giornalistico ‘Spot’, dovrebbe far accapponare la pelle a chi oggi chiede la testa di Vespa.

Conservative leader Silvio Berlusconi, left, puts out his hand for RAI national television network talk show "Porta a Porta (door to door) host Bruno Vespa to smell it, during the recording of the show, in Rome, Thursday, April 10, 2008. Berlusconi asked Vespa to smell his hand saying it has "the scent of sainthood" because of what he believes he's had to go through during the election campaign. Italians go to vote Sunday and Monday for a national parliament and a new premier. (AP Photo/Plinio Lepri)

Già all’inizio sarebbe facilmente prevedibile una serie massiccia di convulsioni. Biagi infatti, con fare molto cortese, si avvicina alle sbarre dell’aula di tribunale di Napoli, dietro le quali si trovano il boss e suo figlio: “Signor Cutolo… – dice Biagi dando qualche indicazione preliminare sulla disposizione migliore, alla stregua di uno studio da conversazione televisiva, benchè gli interlocutori se ne stiano in piedi – Signor Cutolo…. se lei si mette qua…noi possiamo cominciare subito…. Se il suo figliolo vuole venire, parliamo con tutta tranquillità… Questo è suo figlio?… Buongiorno…”.

Biagi stringe la mano al figlio del boss: roba da APRITI CIELO!

Il botta e risposta poi, fa emergere una serie di dichiarazioni del boss che, stando agli scandalizzati di oggi, spedirebbero seduta stante Enzo Biagi al patibolo.

Ad esempio:
Biagi: C’è chi dice che lei è un benefattore…
Cutolo: Ho fatto tanto… ho sempre regalato i soldi a chi ne aveva bisogno…

E ancora:
Biagi: Ma lei non si identifica con Gesù Cristo, Budda, Maometto? Che cos’ha di comune con questi personaggi?
Cutolo: Abbiamo gli stessi ideali… Gesù era un grandissimo uomo a quell’epoca…
Biagi: E adesso come sarebbe?
Cutolo: Sarebbe come tanti altri. Gesù non ha saputo soffrire tra l’altro…

E ancora:
Biagi: Chi è secondo lei il camorrista?
Cutolo: Una scelta di vita… un’ideale… 

E ancora:
Biagi: Certamente lei ha una sua idea della vita….
Cutolo: Aiutare la povera gente perché così non c’è più delinquenza…

E infine:
Biagi: C’è qualche tipo di rapporto tra mafia e camorra?
Cutolo: Se lei parla della camorra che attribuiscono ai Cutolo…. Il mio è un ideale di vita… La camorra, la mafia, la ‘ndrangheta è tutta un’altra cosa… La mafia sta a Roma, la vera camorra sta a Roma. Mica sta qui.
Biagi: Grazie… 

Biagi stringe la mano di Raffaele Cutolo. Sipario. Nuove convulsioni scandalizzate.

Tornando al 2015, una riflessione.
L’editto bulgaro di Berlusconi contro Biagi è un modello che è sempre dietro l’angolo, pronto a rigurgitare dalle menti di politici di ogni risma e latitudine partitica. La politica che si arroga il diritto di stabilire cosa sia o non sia il servizio pubblico è dunque sempre viva e vegeta. Ancora più sorprendente se questa arroganza viene proprio da chi predica l’autonomia della Rai dalla politica.

Tornando al 2015, una certezza.
Biagi ieri (sue anche altre celebri interviste a boss del calibro di Luciano Liggio e Tommaso Buscetta) come Vespa oggi (entrambi spettacolarizzando o meno, entrambi con sarcasmo o meno) hanno fatto informazione. Hanno dato voce, non sponda, alla mafia. Hanno mostrato la realtà, l’hanno giustamente spalmata in faccia all’opinione pubblica. Una realtà popolata di figure che ogni singolo può giudicare immonde, prepotenti, deliranti e quant’altro. Ma reali, ancora più giudicabili per quello che sono nel momento in cui li si vede e li si ascolta.

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I censori ritengono una vergogna i Casamonica in tv semplicemente perché il danno (d’immagine) lo subiscono loro. La vera vergogna sta infatti nel non essere riusciti, da uomini politici e delle istituzioni, ad impedire a questo clan mafioso di impossessarsi di una città. Non nell’aver consentito l’accesso ad uno studio televisivo.

Tronchetto

Dianese (Il Gazzettino): “Al Tronchetto l’illegalità è normalità. Ecco perché”.

Ma il fastidio più grosso non l’ho provato per un viaggio di appena dieci chilometri che è durato esattamente il tempo di un volo vacanziero da Venezia alla Sicilia.
I colori del mare e del sole li ho visti, stampati però sugli occhi azzurro-spiritati e sulla pelle lampadata di uno dei tanti, cosiddetti, intromettitori del Tronchetto. Uno di quelli che cattura i turisti, li coglie di sorpresa, li accoglie disinformandoli e li dirotta verso i lancioni granturismo, pronti a salpare in direzione Piazza San Marco, uno degli epicentri del turismo mondiale.

Immagine da Flickr di Bruna Benvegnu
Immagine da Flickr di
Bruna Benvegnu

“Volete andare a San Marco? O ci andate a piedi, oppure seguitemi”, dice ad una famiglia che mi precede, non appena uscita dal parking. Ci fissiamo negli occhi, ma lui non mi dedica neppure mezza sillaba: gli intromettitori sono come cani da tartufo e riconoscono un indigeno a decine di metri di distanza. Mentre i turisti davanti a me vengono inghiottiti dalla silhouette energumena di un secondo intromettitore, pronto ad imbarcarli, mi dirigo verso il pontile dell’azienda pubblica di trasporti. Ci entro che è vuoto, alla faccia dei 300 mila turisti, delle code e della città che straripa di gente. E’ tutto questo che mi ha provocato un profondo fastidio.

Mi chiedo perché. Perché, malgrado un processo, qualche condanna, oltre 20 anni di allarmi lanciati dalla commissione parlamentare antimafia, in questa isola di cemento chiamata Tronchetto tutto procede senza controlli, come se tutto questo catturare ed inghiottire turisti fosse legale e normale? Il sindaco Brugnaro lancia intanto il suo tweet pasquale all’insegna del rinascimento (o della rinascita?) della città e del rilancio del lavoro. “Lavoro onesto però”, rispondo ricambiando gli auguri ed accennando a questo punto franco della vergogna. Non mi aspettavo risposta, e così è stato.

Le risposte le ho cercate invece da Maurizio Dianese (qui una nota biografica).

Maurizio Dianese. Foto di Redazione Blogos in Creative Commons
Maurizio Dianese. Foto di Redazione Blogos in Creative Commons

Lui appartiene ad una cerchia molto ristretta: i giornalisti che negli anni si sono occupati costantemente ed in profondità del fenomeno Tronchetto si contano sulle dita di una mano. Tutti, inevitabilmente, calando e legando a doppio filo la questione con scenari e vicende più ampie che parlano di malavita e di mafie. Lui sicuramente, attraverso libri e dalle colonne del Gazzettino, con un taglio ‘pane al pane’, che non di rado ha avuto come filtro quello della sua retina: vedo-scrivo-denuncio.

Rumoroso fu un suo affresco pubblicato il 3 marzo 2014, in pieno periodo di affollamento turistico da Carnevale: “…Erano più di 20 piazzati ieri mattina all’ingresso del parcheggio dei pullman granturismo che arrivano al Tronchetto. A questi bisogna aggiungere i comandanti dei lancioni e i marinai. Insomma la Spa della malavita al Tronchetto dà lavoro ad almeno cinquanta famiglie, a star stretti. Del resto i soldi che circolano sono una montagna e se il Comune per il Carnevale spende più o meno un milione di euro, al Tronchetto ringraziano perché loro il milione di euro lo incassano. Basta star lì un paio d’ore per vedere che tutti i pullman che arrivano – a centinaia – passano per le loro mani…”.

Poi, come sempre, si ripiomba nel silenzio: “Tutto è inaccettabile ma purtroppo – dice Dianese, a distanza di due anni da quel pezzo – tutto è diventato normale. Eppure basta mettersi lì e vedere che tutti i pullman vengono intercettati e intruppati. Gli intromettitori entrano liberamente nei parcheggi e di fatto questo traffico turistico è per il 99% nelle mani della criminalità organizzata. E’ una cosa tollerata e accettata anche dalle stesse agenzie di viaggio e nessuno si sconvolge”.

Si tratta di figure prive di alcuna autorizzazione ad agire in questo modo?
“Per la maggior parte sono persone che lavorano in nero e senza autorizzazione. Alcuni sono già stati condannati e continuano imperterriti. Ma anche chi ha la licenza di intromettitore, un permesso che non ha eguali al mondo, non agisce in modo regolare perché dovrebbe almeno garantire al turista alcune informazioni di base. Sicuramente quella dell’esistenza di trasporti pubblici per raggiungere la città. E invece passano al dirottamento diretto, senza tanti complimenti. Gli imbarcaderi Actv restano così desolatamente vuoti, con perdite immani, complice anche l’errore madornale del prezzo del biglietto, talmente elevato che per un turista diventa conveniente l’alternativa del lancione granturismo. Ma il problema cruciale è che manca totalmente la presenza delle autorità e dei controlli”.

La domanda è molto semplice: perché?
“La risposta è articolata….”.

Iniziamo dalla politica…
“Nell’inchiesta sul Tronchetto ci sono intercettazioni che rivelano la capacità e la potenzialità di questi malavitosi nel tenere a bacchetta anche chi svolge un ruolo all’interno dell’amministrazione comunale. Nel passato Massimo Cacciari ha ad esempio sottovalutato queste dinamiche. In tempi più recenti Giorgio Orsoni minacciò di querelarmi perché scrissi che non aveva ritirato le licenze a chi venne condannato in primo grado. C’è tendenzialmente un atteggiamento di scarsa messa in guardia, probabilmente perché non ci troviamo di fronte a figure che commettono rapine a mano armata o che ammazzano: questo induce erroneamente a non considerarle pericolose. Sicuramente sono persone che fanno girare molti soldi e anche centinaia di voti. E si sa che in una città come Venezia anche 500-1000 preferenze possono fare la differenza. C’è poi un altro ordine di questioni….”.

Ovvero?
“Penso che nessuno voglia affrontare a fondo il problema nella convinzione che si potrebbe innescare a sua volta un problema di ordine sociale e di sicurezza. Teniamo presente che in larga parte gli intromettitori sono pregiudicati. Fin dalla metà degli anni ’70, con la Giunta Rigo e l’allora assessore all’ordine pubblico Orlando Bolgan, il Comune iniziò a spingere con queste licenze, credo peraltro in buona fede. Nel senso che venivano appunto reputate come forme di deterrenza alla delinquenza e dunque di normalizzazione sociale…”.

Il problema è che, a 40 anni di distanza, l’unica cosa che è diventata normale è l’illegalità…

“In questi decenni il turismo a Venezia ha avuto una crescita inarrestabile, a partire dall’impennata degli anni ‘80 con la stagione dei Carnevali. Ottavio Andrioli, considerato il ‘padre’ della mala del Brenta, intuisce ancora prima di Felice Maniero che, oltre al gioco azzardo, è il Tronchetto il terreno fertile per fare affari a Venezia. E storicamente la banda di Maniero si è sempre occupata di turismo, ambito che non rende meno della droga”.

Ambito che scatenò guerre tra bande e lasciò morti sul campo…
“Diciamo che oggi, per avere il controllo del territorio, è perlopiù sufficiente minacciare di essere cattivi, non serve nemmeno essere violenti. Oggi, fino a prova contraria, Venezia è ancora sotto il controllo di quella che è definibile come vecchia malavita. Cambiano le generazioni, ma la matrice resta quella. E se non ci sono omicidi e rapine è proprio perché esiste questo controllo. Ed ecco perché, anche da parte della politica, non c’è interesse ad innescare una bomba sociale. Non solo perché parliamo di un esercito agguerrito di decine e decine di famiglie che mangiano attorno a questo sistema, ma perché parliamo di una città dove tantissimi mangiano con il turismo. Il fastidio vero lo prova solo chi non c’entra nulla con questo vasto sistema”.

Quanto frutta questa ‘pax sociale’? Calcolando che nel 2014 (Fonte: Comune di Venezia, Annuario del Turismo 2014) sono stati rilasciati oltre 90 mila pass Ztl, risulta che al netto delle varie deroghe siano circa 70 mila i bus che ogni anno arrivano al Tronchetto scaricando un esercito di quasi 2,5 milioni di turisti. La stragrande maggioranza dei quali finisce appunto tra le grinfie di questi signori. E si parla solo di questa fetta di realtà, senza ad esempio calcolare chi arriva in macchina…

“Per ogni persona intercettata il guadagno può variare dai 20 ai 50 euro. Non c’è solo infatti l’incasso derivante dall’imbarco dei turisti, ma anche quello delle provvigioni che si possono ottenere dirottando le persone in luoghi commerciali, come ad esempio le vetrerie di Murano: i turisti comprano e chi li porta fino a lì incassa una percentuale sulle vendite. Nel complesso, il giro d’affari del Tronchetto è di svariate decine di milioni di euro, grandissima parte dei quali sono ovviamente in nero”.

E quali sono i costi di questa ‘pax sociale’?

“Innanzitutto c’è una perdita di immagine: il Tronchetto è come la Napoli dei parcheggiatori abusivi, ma molto più in grande. Oltre agli intromettitori, completano il quadro i cingalesi, gruppo organizzato che vende nei chioschi i souvenir e i gadget di vario genere: certo regolarmente, ma all’interno di una baraccopoli dove vige un regime di totale assenza di controlli. Non è un caso se la Camera di Commercio e gli albergatori vengono regolarmente sommersi di proteste di ogni tipo. Poi, come già detto, Actv farebbe i miliardi se non ci fosse questa ‘concorrenza’. Ma le perdite per il Comune consistono ad esempio anche nel mancato incasso dei canoni sui pontili che vengono utilizzati. O meglio, la tassa dovrebbe essere calcolata in base al numero degli attracchi. Ma chi va a controllare? Una volta, l’addetto della società che si occupava dei conteggi, venne preso a calci e pugni e dovette chiaramente rinunciare per mancanza di protezione della sua incolumità…”

Foto flickr di Paul Barker Hemings
Foto flickr di
Paul Barker Hemings

Non ammazzeranno per difendere il territorio, però se serve menano: ed qui che si percepisce la dimensione dell’abbandono di ogni presidio di legalità….

“Nel passato si è parlato a lungo di un presidio fisso e di una vigilanza da parte della Guardia di Finanza. Carabinieri e Polizia Municipale ci hanno provato ma il risultato oggi è questo. Dipendesse da me, manderei l’esercito ad azzerare e smantellare tutto e poi, casomai, si riprende a ragionare. Ci vuole però la forza di imporre una soluzione sapendo che ci si deve aspettare di tutto”.

La forza di smantellare i pontili, ad esempio. Perché, in questo periodico gran parlare di regolazione dei flussi turistici, non si tocca il tema del blocco di quei pontili che consentono di far sbarcare in Riva degli Schiavoni, a due passi da San Marco, i turisti catturati al Tronchetto?

“Mi venne raccontato che nel passato l’Autorità portuale cercò almeno in un’occasione di rifiutarsi di concedere la concessione ma che il Comune pressò in senso opposto e non se ne fece nulla. Teniamo presente che, oltre ad una capacità imprenditoriale, questi del Tronchetto hanno un’indubbia capacità intimidatoria”.

Chi è, se così si può dire, l’imprenditore che tesse le fila del sistema Tronchetto?

“Resta sempre Otello Novello, meglio noto come Cocco Cinese (qui un ritratto). Negli ultimi tempi voleva ritirarsi, ma sostanzialmente resta sempre in sella con le sue società. Novello possiede una quindicina di lancioni che costano centinaia di migliaia di euro l’uno”.

C’è stato però, nel giugno 2014, il clamoroso arresto a Mestre del boss di Cosa Nostra, Vito Galatolo (qui la notizia). ‘U picciriddu’, figlio di Vincenzo condannato all’ergastolo per gli omicidi, tra gli altri, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del giudice Rocco Chinnici, era stato assunto proprio dalla società di navigazione del Cocco Cinese….

Foto flickr di Federico Scorzoni
Foto flickr di
Federico Scorzoni

“Quell’assunzione ci ha fatto capire che il business del Tronchetto è arrivato nelle orecchie della mafia e anche della camorra. La presenza di Galatolo come lavoratore nella società di Novello sta a significare che la criminalità organizzata era lì per monitorare questo business o che addirittura la decisione di entrarvi era già stata presa e che quello era il primo passo. Non sappiamo quanti passi siano stati fatti: sono nodi che ancora oggi devono essere dipanati. Attualmente Galatolo è infatti bloccato a Palermo, fa il collaboratore di giustizia e chissà se avrà voglia di raccontare qualcosa anche sul Tronchetto…”.

Sarebbe un passaggio cruciale?
“Certamente rappresenterebbe una svolta. Bisogna considerare che il processo sul racket del Tronchetto alla fine si è concluso con un sostanziale nulla di fatto. Anzi, l’esito giudiziario ha rafforzato queste persone, convinte che potranno continuare ad agire anche peggio di prima e sempre impunemente. Questa è una banda di persone che utilizza metodi mafiosi: ma il processo non stabilisce l’esistenza di una strategia mafiosa che sta alla base delle attività al Tronchetto. E’ per questo motivo che la vicenda Galatolo diventa centrale, perché se si raggiunge la prova provata che mafia e camorra hanno messo le mani sul Tronchetto, allora la storia cambia…”.

E a quel punto cadrebbe magari anche l’alibi della pace sociale, quella che ha normalizzato l’illegalità….
“Io continuo a battagliare, credo però che anche la città debba cambiare. Da troppo tempo viene tollerato l’andazzo generale, al di là del Tronchetto, dando la sensazione che tutto vada bene e sia normale. Ricordo una gita fatta 30 anni fa con alcuni amici inglesi, ma la cosa vale a maggior ragione oggi: sinceramente, come fai a distinguere il malavitoso dal non malavitoso se quando vai al ristorante devi parlare in dialetto per non farti spennare vivo? E’ normalità questa?”.

Bologna

La mattina del 22 marzo abbiamo assistito all’irruzione prepotente ed immotivata del reparto celere all’interno della facoltà di Scienze Politiche a Bologna, che con cariche violente ha impedito ad un collettivo di ragazzi di occupare un aula ed intitolarla alla memoria di Giulio Regeni, giovane ricercatore friulano torturato ed ucciso in Egitto in circostanze non ancora chiarite.

Questo evento non è che l’ultimo di un escalation di repressione alla quale abbiamo assistito a partire dal sequestro della famosa Aula C avvenuta l’11 Maggio 2015, su provvedimento di sequestro del Tribunale del Riesame di Bologna. La famosa Aula C venne occupata e dichiarata aula autogestiva dai collettivi anarchici e di sinistra nel 1989, divenendo spazio fisico colmo di saperi che dal basso prendevano il loro posto nell’università più antica del mondo.

Si parla di anni in cui le contestazioni, i dibattiti, i cineforum, i seminari autogestiti erano il pane quotidiano di una Bologna libera e pensante, critica e rivoluzionaria, nella quale i giovani che frequentavano l’università (e non) prendevano voce, ben consapevoli che l’impegno politico era parte integrante del loro essere e della costruzione dei loro saperi.

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Credit: https://www.flickr.com/photos/revolweb/albums

Con il passare degli anni abbiamo tuttavia assistito a mutamenti sociali e culturali repentini, che hanno pervaso ogni ambito di vita, da quello macro politico ed economico, a quello più strettamente intimo e personale, passando ovviamente per la disintegrazione di quelle spinte che univano in passato i giovani a discutere in grandi assemblee partecipate riguardo alle tematiche più importanti.

Considerando quanto detto, l’Aula C infatti non era più un luogo riconosciuto dagli studenti che popolano la facoltà di Scienze Politiche, i quali si limitavano a sapere della sua esistenza ventennale, e i più temerari si addentravano per uno sguardo, più curioso che politicamente coinvolto.

Fino a quel momento quindi vi era una pacifica convivenza tra il collettivo e gli altri studenti, che sicuramente apprezzavano le numerose feste serali organizzate all’interno di Strada Maggiore 45, fino al giorno del sequestro dell’Aula.
I problemi nascono sicuramente dal 20 maggio, data in cui i ragazzi del collettivo, in tutta risposta al sequestro della loro roccaforte, decidono di riempire il palazzo di scritte inneggianti alla ribellione, all’anarchia e alla non proprio amicizia con le forze dell’ordine.
Da quando in qua delle scritte sui muri sono un problema a Bologna?
Dal giorno in cui i ragazzi, che tutti i giorni attraversano l’università per andare a lezione e riempire quegli spazi di socialità, non riconoscono più quelle scritte, non le condividono, non le sentono loro e anzi, le odiano e sono arrabbiati con coloro che le hanno fatte. Non c’è solidarietà dietro quell’atto di protesta perché è l’atto di poche anime che stanno giocando da sole contro un sistema molto più complesso e fagocitante.

Poi, le azioni di altri collettivi come il Collettivo Universitario Autonomo e Hobo (entrambi vicini all’area autonomi/anarchici, anche se affermare ciò risulta riduttivo e semplicistico rispetto alla costellazione di sfumature presenti in un movimento così ampio) riprendono con l’inizio del nuovo anno accademico, e si concentrano sull’ingiusta esclusione dalle fasce contributive delle borse di studio come effetto delle nuove regole dell’ISEE introdotte dal governo Renzi.

E’ evidente che le rivendicazioni del collettivo sono giuste, giustissime, perché si sta ledendo il diritto allo studio, conquistato con le lotte di cui si parlava all’inizio.

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Credit: https://www.flickr.com/photos/revolweb/albums

Ma è altrettanto evidente che non si stanno percorrendo i canali di comunicazione adatti con chi è il diretto interessato alle problematiche citate: gli studenti che tutti i giorni vanno a lezione. L’escalation prende vita con l’inizio del secondo semestre, quando i collettivi prendono di mira il Professor Panebianco, additato di essere un “barone dell’università guerrafondaio” per le sue dichiarazioni come editorialista del Corriere della Sera, inneggianti all’intervento militare italiano in Libia. Le lezioni del professore vengono quotidianamente boicottate, con l’affissione di striscioni e proteste rumorose.

Le proteste hanno avuto subito un’elevata rilevanza mediatica sulle testate e televisioni nazionali, e ciò ha portato ad una dovuta presa di posizione da parte di tutto il corpo docente accademico tramite la realizzazione di una lettera di solidarietà a Panebianco, che per loro veniva leso nella sua democratica libertà di espressione (anche se mi viene spontaneo domandarmi se questi docenti non si siano dimenticati per caso che l’Italia ripudia la guerra, ma vabbè).

Inoltre la situazione ha innescato la presenza quotidiana di agenti in borghese all’interno della facoltà. Nelle settimane la presenza delle forze dell’ordine fuori e dentro l’università, in borghese e in antisommosa, si è faceva sempre più massiccia e contemporaneamente il malcontento degli studenti cominciava a crescere esponenzialmente.

Il quanto è culminato in data 22 marzo quando il collettivo Hobo decide di entrare in un’aula intitolandola alla memoria di Regeni e occupandola. Fin da subito però quest’ultimi non si comportano in modo adeguato agli occhi dei presenti, in quanto senza nessun consenso (anzi, in un veramente esiguo numero di ragazzi) decidono di irrompere nella portineria e successivamente nell’aula (in quel momento chiusa e vuota).

Da quel momento la situazione peggiora fino all’intervento repressivo del reparto celere che indiscriminatamente comincia a manganellare i presenti (del collettivo e non solo) nell’atrio della facoltà.

L’università è un luogo di formazione, di condivisione, di socialità e dove tale socialità è politica, poiché tutto è politica. La diffusione dei saperi non può essere bloccata, impaurita, repressa e calpestata con la presenza incombente di forze dell’ordine che, il giorno in cui ti va bene, ti fanno da filtro mentre entri a lezione, e il giorno in cui ti va male ti spezzano un braccio con il manganello.

La libertà non può essere uccisa in questo modo, mai, e a maggior ragione non all’interno di un’università. Dei collettivi, anche se poco riconosciuti dagli studenti, devono avere il diritto di poter esternare le proprie idee, devono aver diritto di protestare e non per questo sentirsi insicuri in quella che è la loro seconda casa.

“Mia figlia aveva 30 anni. La data del suo diploma in informatica tecnologica è marchiata 6 luglio 2005: a pieni voti. Il giorno dopo, il treno proveniente dal Norfolk e diretto a Londra, che Benedetta prendeva ogni giorno per andare al lavoro, fece ritardo. Meno di venti minuti… una questione di meno di 20 minuti, una questione di coincidenze. Tanto è bastato per incrociare quel terrorista… Mia figlia l’hanno riconosciuta dopo 10 giorni con il Dna, da quanto era sfigurata e irriconoscibile. Io e mia moglie non l’abbiamo vista, meglio così, e quel diploma siamo andati a ritirarlo noi”.

Londra, 7 luglio 2005. Benedetta scende di fretta da quel treno di pendolari e sale sul terzo vagone del treno numero 204 della Circle Line, una linea della metropolitana. Alle 8.50, lasciata la stazione di Liverpool Street e a qualche decina di metri da quella di Aldgate, chi le stava vicino, a qualche decina di centimetri, si fa esplodere.

Benedetta Ciaccia e Valeria Solesin

Sono passati 10 anni dagli attentati di Londra: 4 kamikaze, 4 esplosioni, 56 morti, 700 feriti. Benedetta Ciaccia è l’unica vittima italiana di quelle stragi. Proprio come la 28enne veneziana Valeria Solesin, uccisa a Parigi il 13 novembre. Due giovani donne, la stessa scelta di cercare all’estero, non appena ventenni, il proprio futuro. Le analogie sono tambureggianti: come per Valeria, Benedetta conquista i suoi spazi, realizza i suoi obiettivi. Si stabilisce nel Norfolk, un’ottantina di chilometri da Londra, dove vive con il fidanzato pakistano di religione islamica. Diventa analista finanziaria, inanella diplomi, per oltre due anni lavora al Financial Times e approda quindi alla Penguin Books, un marchio forte dell’editoria appartenente al gruppo Pearson. Benedetta ha una marcia inarrestabile. Come Valeria. Poi, per entrambe, il clic che detona ogni avvenire.

“Sì… come Valeria. E pensare che quando partì, Benedetta non sapeva neppure parlare l’inglese…”.

Per Roberto Ciaccia la serata del 13 novembre ha avuto un sapore ancora più angosciante. Veder scorrere davanti al teleschermo di casa, a Roma, le immagini della Parigi sotto attacco è stato un crudele déjà vu di immagini dell’anima che non si possono descrivere.

“Ogni volta che accadono tragedie come questa, in casa si piange. Tutti ne parlano sempre in questi momenti e poi tutti se ne scordano. Bisogna invece tenere sempre vivo il ricordo, in ogni momento. Da quando abbiamo saputo di Valeria, qui in famiglia ci siamo subito messi in moto, contattando la segreteria del sindaco di Venezia con l’intenzione di incontrare, quando sarà il momento, la famiglia Solesin. Credo che anche Roma debba un riconoscimento alla figura di Valeria e voglio impegnarmi per questo obiettivo”.

In questi giorni Venezia è in lutto: iniziative, fiaccolate, proposte di intitolazione a Valeria Solesin si moltiplicano…

“Sono segnali belli, importanti per la famiglia che viene colpita da un dolore così atroce, che ti cambia la vita, che ti fa morire dentro. Io ho altre due figlie: la più piccola aveva 10 anni quando Benedetta morì in quel modo: ne rimase scioccata in modo profondo. Sono ferite che restano”.

Dopo 10 anni però il suo rapporto con il ricordo pubblico di sua figlia non è dei migliori…

“Con Veltroni venne dedicato un parco a Benedetta. Un parco che però nel tempo ha cominciato a perdere pezzi, con un paio di vendite di terreni, di cui uno ad un supermercato. Quel parco è diventato un giardinetto dove peraltro, attraverso il Forum Sicurezza Roma che animo, abbiamo tenuto iniziative importanti in occasione degli anniversari del 7 luglio e dell’11 settembre”.

Poi come sono andate le cose?

“Poi mi sono attivato per l’intitolazione di una via a Benedetta. La condizione che l’amministrazione comunale mi impose fu però di scegliere tra il parco e la via. Scelsi l’intitolazione della via che venne approvata all’unanimità dal Consiglio comunale nel 2011. Nel frattempo il giardinetto venne intitolato a Nicholas Green, il bambino statunitense ucciso lungo la Salerno-Reggio Calabria. Attualmente le cose stanno che la targa dedicata a Benedetta è già pronta da un anno e mezzo, ma tra trafile burocratiche e quello che è accaduto con gli scandali e la caduta della Giunta Marino, l’intitolazione ufficiale della via deve ancora avvenire”.

In queste ore un consigliere regionale del Lazio, Fabrizio Santori, ha denunciato con parole durissime il fatto che “il caso di Benedetta Ciaccia è un esempio emblematico di quanto le Istituzioni poco si impegnino a livello culturale per rinnovare la memoria collettiva delle vittime. Oggi piangiamo tutti la nostra Valeria Solesin, come ieri piangevamo Benedetta, uccisa sotto la metropolitana di Londra nell’attentato del 7 luglio 2005. Però, oggi, a dieci anni dalla sua morte e nonostante il voto unanime del Consiglio comunale di Roma, Benedetta ancora non merita di essere ricordata nella toponomastica capitolina e a nulla sono valsi gli appelli e le richieste all’ex sindaco Marino da parte del padre di Benedetta, che ha di recente inoltrato l’ennesima lettera disperata alle Istituzioni competenti”…

“Purtroppo è così. Ho scritto a tutti per sbloccare la situazione, vediamo come se ne esce…”.

La politica finisce inevitabilmente sotto accusa…

“La classe politica… non vonno – dice Roberto Ciaccia con il suo intercalare romanesco. Anche in questo caso volere è potere. Ma anche nel modo in cui si affronta l’emergenza del terrorismo si sente che spesso manca quella volontà di far star bene la gente e che prevale la voglia di prendere voti. Penso a Salvini che vuole cacciare via tutti e chiudere le frontiere. Ma questa non è democrazia: certo, servono regole. Ma non si può neppure creare un mondo che sa di dittatura. Io non sono politico, però…”.

Però… che idea si è fatto di questo quindicennio in cui la parola ‘terrorismo’ è entrata radicalmente a far parte delle nostre vite?

“Quando sento pronunciare questa parola, a volte mi viene da ridere amaramente: l’attentatore di mia figlia lo tenevano sotto controllo. Accade sempre così: aspettano che ammazzino le persone e poi si muovono magari con i blitz. Quel 7 luglio era in corso il G8 ad Edimburgo e tutta la sicurezza era concentrata lì. Nel frattempo a Londra accadde quel finimondo… In questi anni qualcosa è stato fatto, ma non basta. Penso a Roma, dove nella metropolitana ognuno entra ed esce come gli pare, senza controlli neppure sui biglietti”.

Schermata 2015-11-19 alle 00.31.50E Benedetta? Che idea aveva del mondo?

“Benedetta aveva un’idea aperta del mondo: era amica di indiani, musulmani, neri…. In Inghilterra poi, tutto questo è normale. Benedetta viveva di grandi aperture mentali, era brava, era buona. Era una grande figlia di una famiglia semplice. E purtroppo non ce l’ho più…”.

Ai genitori di Valeria cosa vuole dire in questo momento…?

“Semplicemente li abbraccio. E voglio dire loro che se vorranno, noi siamo qui di aiuto. Voglio dir loro: Famiglia Ciaccia… Presente”.

Casamonica

Stupore: questa è stata principalmente la reazione di politici e personaggi pubblici dopo i funerali di Vittorio Casamonica a Roma.

Effettivamente chi mai avrebbe potuto immaginare una cerimonia simile per il boss del clan più importante di Roma, collega e amico di Enrico Nicoletti della banda della Magliana, per la quale riscuoteva debiti negli anni ’70?

Nei 40 anni successivi ‘il padrino’ ha creato un impero stimato in almeno 90 milioni di euro e comprato migliaia di appartamenti, venduto tonnellate di droga in tutta Europa, applicato onestissimi e comodi tassi di interesse al 2-300%, speculato sui rifiuti in Campania, aperto ristoranti e bar, massacrato centinaia di persone tra insolventi e impiccioni, collaborato alla onerosa e impegnativa gestione di Mafia Capitale.

Gli affiliati effettivi sono circa 250, ai quali si aggiungono almeno altre mille persone, diciamo una specie di collaboratori a progetto. Nel 2004 durante una perquisizione nella sua villa alla Scarface vennero ritrovati reperti archeologici di 2500 anni fa, ma qualcuno ha ancora il coraggio di dire che i nomadi non abbiano buon gusto.

Nel 2010 l’ex sindaco di Roma Alemanno si incazzò pesantemente perché Marino, l’attuale sindaco, in piena campagna elettorale tirò fuori una foto di Gianni abbracciato a Luciano Casamonica, incensurato ma ritenuto uno dei capo clan (praticamente un genio quindi): subito si difese dicendo che era una bieca strumentalizzazione, che a quella cena c’erano anche Ozzimo e Marroni, esponenti nazionali del PD. 
Si saranno evidentemente trovati bene insieme, visto che poi sono stati iscritti tutti nel registro degli indagati della vicenda Mafia Capitale, dal PD a forza nuova.

Casamonica
Luciano Casamonica e Gianni Alemanno

Chi mai si sarebbe aspettato una cerimonia simile per uno dei boss più importanti d’Italia dai, siamo seri.
Ho dato un’occhiata a Wikipedia, per provare confutare l’assioma secondo cui tutto ciò che merita di esistere è già stato scritto Sul Sito: la pagina Clan dei Casamonica esiste da diversi anni e vengono riportate informazioni abbastanza dettagliate sulle vicende giudiziarie che li riguardano, parla della loro storia e delle connivenze, non ci sono speculazioni o ipotesi ma solo dati coi riferimenti nelle note. 
C’è anche una categoria, sempre su Wikipedia, che si chiama Organizzazioni Criminali in Italia: in questa pagina ci sono 19 voci, di cui solo cinque rinviano ad organizzazioni ancora operanti sul territorio; una di queste il clan dei Casamonica.

Gli articoli di giornali sulle loro ragazzate non si contano, parlano di ville con rubinetti e docce in oro massiccio, Ferrari e Lambo, affari da milioni. 
Le indagini dell’antimafia su questo gruppo sono aperte da decenni.
Però nessuno si sarebbe mai aspettato un funerale simile. 
 Rosi Bindi, presidente della commissione antimafia, ha dichiarato che “è allarmante che il funerale di un esponente del clan Casamonica, coinvolto in numerose inchieste sulla criminalità romana e su Mafia Capitale, si sia trasformato in una ostentazione di potere mafioso”. Chi se lo sarebbe mai aspettato, vero Rosi?! Che poi tu che ne sai, mica ci lavori…

Il prete della chiesa don Bosco (Giancarlo Manieri ndr), la stessa che ha negato le esequie a Welby, ha dichiarato che lo rifarebbe, che lui non sapeva chi fossero i Casamonica. 
Nella stessa intervista però dice “ci vai lei da 500 Casamonica a dirgli di togliere il manifesto?!”, riferendosi alla gigantografia del boss vestito da Papa con sotto la scritta Re di Roma. 
Un po’ come l’ultimo Re di Roma, quello sepolto a Sant’Apollinare, anche lui un bravo ragazzo di grande fede. L’importante comunque è che non siano gay, per il resto c’è il perdono di Dio, fin dai tempi delle indulgenze.

Il Funerale Show per il Boss Casamonica. Bufera sullo StatoIl prefetto ha dichiarato che non ne sapeva niente, per poi fare retromarcia e dire che sì, in questura qualcosa si sapeva, ma lo sapeva qualche ufficio negli sgabuzzini e non si è comunicato bene, lo sai come sono ‘ste cose… Fatto sta che ho abitato per un anno a pochi metri da quella chiesa e una volta sì, mi pare di aver visto un vigile in lontananza mentre mi faceva probabilmente l’unica multa del 2014, ma uno spazzino, lo giuro, non l’ho mai visto. 
Al funerale ce n’erano più che alla festa della repubblica.

I parenti del defunto han detto che loro non son mafiosi, la colonna sonora del padrino non vuol dire un cazzo e comunque la mafia non esiste. In conclusione a me ‘sto funerale sembra un enorme presa per il culo.

Non tanto degli appartenenti al Clan, da cui sinceramente non mi aspettavo molto di diverso, anzi mi hanno positivamente stupito per senso di iniziativa e spettacolarità, anche se detto tra noi si poteva fare di meglio. 
 La vera presa per il culo è quella delle cariche pubbliche (lasciando perdere la chiesa, su cui non nutrivo assolutamente alcuna aspettativa): è possibile che nessuno se l’aspettasse, è possibile che le forze dell’ordine non sapessero della morte del boss di uno dei più importanti gruppi mafiosi d’Italia, è possibile che la questura non l’abbia comunicato a chi di dovere, che non sapesse dei preparativi per una manifestazione così grande? 
E dall’altro lato, è pensabile che quelli del Clan alzassero la testa così in alto, a volto scoperto, come a voler urlare di essere intoccabili? 
A me sembra che questa non sia assenza dello Stato, come ripete quell’opinionista esperto di mafia sulle colonne di Repubblica, a me sembra che lo Stato ci sia parecchio e abbia protetto gli affari di questa gente con cui andava a cena, altrimenti tutto questo non si spiega. 
Si, mi sembra che ci prendano per il culo, oltre al danno la beffa delle dichiarazioni di politici, preti e poliziotti, e pretendono pure che ci creda, che ci crediamo tutti.

O forse han ragione loro, il problema è che lo Stato è assente, come la Mafia.

Rave

Giornalismo e rave party

“Circa 10mila persone provenienti da tutta Europa hanno preso possesso delle ex-Cave di terra Rossa ai confini dai territori di Marano e Pavullo, a 4  chilometri dal ponte della Docciola. […] Un evento che da sabato sera sta mettendo in agitazione tutti i residenti, comprensibilmente preoccupati, della zona a ridosso della location scelta per questo raduno musicale, dove alcol e droga non mancano di certo. […] Di sicuro la prima denuncia sarà  quella del proprietario del terreno di fatto ‘espropriato’.” (Gazzetta di Modena)

“Gli organizzatori, incuranti di ogni autorizzazione, avrebbero anche divelto la sbarra metallica che chiude l’accesso alla proprietà (una cava di argilla), allestendo poi tutti gli impianti e organizzando gli spazi per gli ‘ospiti’. Si è così creata una lunga fila di veicoli che hanno intasato la viabilità della Fondovalle, facendo montare le ire dei residenti e dei villeggianti.“ (Modena Today)

“L’allarme è scattato quando senza soluzione di continuità lungo la strada della fondovalle hanno iniziato a fare la loro comparsa lunghe file di auto, camper roulotte con ragazzi, molti dei quali tatuati in ogni dove, che parlavano varie lingue dal francese, all’inglese al tedesco. […] Qualcuno si faceva un bel bagno nel Panaro, qualcuno ballava con la musica a tutto volume, qualcuno spacciava, qualcuno minacciava curiosi e fotografi che si sono avvicinati. […] Per la verità, ad essere occupato dal maxi-rave è stato anche parte del terreno di proprietà del ristorante da Martino, distante circa tre chilometri dalla festa, che sabato sera ha avvertito i carabinieri, […] (che) si sono presentati sabato sera verso le 22.30 nella cava occupata dalla festa abusiva: un blitz che ha portato all’arresto di un 21enne torinese, trovato in possesso di alcune dosi di marijuana. […] Musica a tutto volume, droga e bivacchi in strada, tanto che sabato notte diversi automobilisti sono rimasti fermi anche un’ora a causa delle code.”
(la nuova prima pagina di modena)

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Fotografia: Angelica Morini.

Secondo le testate del luogo i carabinieri sarebbero stati addirittura pronti ad intervenire compatti se la situazione fosse sfuggita di mano.
Diecimila persone, traffico in tilt, musica assordante per tutta la notte, montagne di rifiuti, problemi di ordine pubblico legati a alcol e droga, una proprietà privata violata e devastata da dei vandali che hanno divelto le entrate, i residenti preoccupati per ciò che sarebbe potuto succedere.

Dopo la prima notte del rave party che si è tenuto sulle sponde del fiume Panaro dal diciannove luglio, i media già pregustavano speciali e approfondimenti da propinare in seconda serata, accompagnati dai commenti scontati delle facce decrepite ma ben tirate che infestano i salotti televisivi; già avevano armato l’ arsenale di luoghi comuni che accompagna la copertura giornalistica dei rave party, pronti a scagliarsi sulla notizia e gonfiarla il più possibile.

Come ogni estate. Nulla di nuovo.
Puntuale come il servizio sul caldo torrido.
Fortunatamente non c’è stato nulla di tutto ciò: niente servizio al Tg col cronista dal tono stupito, sconcertato, disgustato. Niente emergenza, niente caschi blu che calano compatti manganellando alla cieca, nessun problema legato al consumo di droghe o comunque di ordine pubblico.
A meno che non si voglia considerare un problema l’arresto di un ventunenne con della marijuana. Nessun disagio per i residenti, che si son detti abituati al rombare delle moto da cross durante il weekend, senza contare che le prime abitazioni sono a chilometri dal greto del fiume su cui si è tenuta la festa.

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Fotografia: Angelica Morini.

Non esiste nemmeno la denuncia del proprietario della cava abbandonata, che sembra non voglia sporgerla proprio per la mancanza di danni alla struttura: le entrate divelte si riducono a un lucchetto spaccato, le montagne di rifiuti al termine della festa sono state raccolte e differenziate.
Delle migliaia di persone effettivamente passate per questa zona nei giorni scorsi, sembra circa 4-5000, non resta che una montagna di sacchi neri ordinatamente impilati e qualche articolo dal tono allarmistico, oltre a qualche migliaia di euro nelle casse degli esercenti locali. 
Ma resta purtroppo anche la triste notizia di un minorenne morto per droga a pochi chilometri di distanza: era andato a ballare in una delle discoteche più conosciute del circuito commerciale nazionale, in una zona pesantemente presidiata e controllata.

Perché allora scrivere decine di articoli, speculando sulla supposta pericolosità di una manifestazione come quella sul Panaro, criminilazzando quella che di fatto si è dimostrata una tre giorni pacifica, rispettosa dei residenti e dell’ambiente, ma soprattutto pienamente consapevole del circuito di mercificazione e controllo cui si stava attivamente sottraendo? 
La motivazione è che instillare la paura di ciò che è diverso, incomprensibile, sconosciuto, è terribilmente semplice e redditizio, specie in termini di click. 
Come si potrebbe anche solo immaginare che migliaia di giovani scelgano spontaneamente di percorrere centinaia o migliaia di chilometri, solo per ballare e divertirsi, all’interno di una cava, rischiando addirittura una denuncia? Ci deve essere qualcosa di più, non può limitarsi a questo, il lettore medio non riesce a spiegarselo. È pieno di discoteche e locali, perché rischiare tanto? In effetti qualcosa in più c’è.

 

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Fotografia: Angelica Morini.

 

I ragazzi viaggiano per ore, valicano confini, subiscono pregiudizi e perquisizioni per un motivo terribilmente  semplice quanto incomprensibile: esiste una sottile linea che traccia l’enorme differenza esistente tra il fruire di un prodotto di consumo e il riappropriarsi di quegli stessi prodotti in maniera libera; tra l’essere dei meri clienti il cui ruolo è riassunto dal fatturato di fine estate e l’essere un fenomeno culturale concreto, che il mercato tante volte ha provato a sussumere e snaturare ma mai è riuscito a farlo. 
È la stessa sottile linea che separa l’alienazione dalla condivisione.

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Fotografia: Angelica Morini.

È una posizione squisitamente politica, se non etica.
Questi ragazzi tatuati, sporchi, vestiti strani, percorrono tutta questa strada mossi dalla consapevolezza che il circuito commerciale, la speculazione, la stereotipicità, siano solo una grande truffa, l’ennesimo riproporsi del capitalismo culturale che depaupera l’anima di tutto ciò che sfiora.
 Percorrono tutti quei chilometri sapendo di essere una minoranza che riesce a dar vita a un’utopia pirata di libertà, anche se per poche ore o pochi giorni, senza pretendere consenso o comprensioni.
Le minoranze, il diverso, la cultura, ultimamente fanno una gran paura. 
Questo è il motivo per cui fanno ancora notizia.

Servizio a cura di Andrea Santoro
Tutte le foto di Angelica Morini.

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Dopo le minacce di bloccare le elezioni in Veneto e a Venezia, a causa dell’esclusione di Forza Nuova dalla corsa per Ca’Farsetti e Palazzo Balbi, Sebastiano Sartori, assieme a Roberto Fiore protestano a Venezia con un loro comizio da esclusi.

Solo Forza Nuova unica opposizione. Ti aspettiamo domani a Venezia con Roberto Fiore Sindaco di VeneziaDopo le…

Posted by Forza Nuova Venezia on Venerdì 22 maggio 2015

In tutto non più di 60 militanti con le classiche bandiere sono arrivati davanti al Piazzale della Stazione Santa Lucia a Venezia, scortati da altrettanti agenti della Polizia e dei Carabinieri, pronti a bloccare qualunque contatto con i centri sociali, impegnati però ad organizzarsi per il NO-Salvini day di domani sera in Piazza Ferretto. Alla fine Fiore & Co dopo essere stati snobbati in città dalle elezioni, non hanno neppure avuto il gusto di fare bisboccia con i nemici di sempre.

Nei loro discorsi hanno evidenziato come un vero e proprio complotto politico-istituzionale sia stato ordito nei loro confronti, per escludere come lo ha definito Sartori,  “l’unico e vero partito di opposizione”, accusando l’ex consigliere di Rifondazione Comunista Sebastiano Bonzio di aver intimidito i possibili certificatori delle liste e accusando inoltre il Prefetto e il Questore di Venezia di non aver risposto via PEC alle loro istanze per garantire la loro lista.

Fatto sta che ad esempio il Movimento Cinque stelle a Venezia, in una delle municipalità, non ha potuto presentare i propri candidati a causa di irregolarità nella presentazione delle liste, ma non hanno per questo protestato in modo plateale come Forza Nuova. Salvo sorprese dell’ultimo minuto quindi il partito del romano Roberto Fiore sarà solo spettatore in questa tornata elettorale. Avranno così 5 anni di tempo per ricontrollare come si presentano in modo regolare, secondo quanto indicato per ricandidarsi nel 2020.

Domani in Piazza Ferretto a Mestre intanto a conclusione della campagna elettorale ci sarà il segretario della Lega Nord Matteo Salvini: si prevede un vasto schieramento di forze dell’Ordine contro la protesta annunciata dai centri sociali.

Di Giacomo Cosua*

Siamo oramai nel vivo le elezioni comunali a Venezia e i candidati sono in pieno fervore per strappare un voto che potrà essere utile alla loro elezione il 31 maggio 2015.
Aggiungiamo all’agenda, tra i nomi che non mollano mai Pietro Bortoluzzi di Fratelli d’Italia, candidato presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano nella lista che appoggia la Ex sindachessa di San Donà di Piave ed Ex Presidentessa della Provincia di Venezia Francesca Zaccariotto che stanca di essere ex-ex si è ributtata nella mischia per un posto a Ca’ Farsetti, anche se ovviamente lei punta a diventare sindachessa della Serenissima.

Partendo proprio dalla Municipalità, nel 2010 Bortoluzzi si era candidato alla presidenza con l’appoggio della Lega Nord, del PDL, della Lista Amici Popolari e dall’Alleanza di Centro. Prese in tutto il 42 % (circa 16 mila voti), contro il 56% dello sfidante del centro Sinistra Erminio Viero eletto poi presidente.

Quest’anno sarà invece una vera sfida tra docenti: Sia Bortoluzzi che Giovanni Andrea Martini, (il candidato presidente del Centro Sinistra) sono infatti professori: battaglia quindi all’ultimo gessetto. A differenza di Bortoluzzi per Martini questa è la prima volta da candidato presidente, anche se comunque faceva parte della truppa PD eletto in Municipalità nella scorsa tornata elettorale. Riuscirà Bortoluzzi nell’impresa tanto agognata?  Repetita iuvant.

Nelle liste di Municipalità del PD andiamo a spulciare qualche nome che sul web ha dato prova di performance di alto interesse.

santino_vio_simonaPrendiamo ad esempio il caso della candidata Simona Vio, sempre in Municipalità a Venezia. In una discussione sul web con il sottoscritto, la signora in questione poneva l’accento su una proposta dell’allora responsabile della campagna politica di Jacopo Molina, candidato alle primarie a Venezia Marco Caberlotto. Tra le proposte dell’ex consigliere di Municipalità (passato dal quasi defunto partito di Di Pietro al gruppo misto e poi folgorato sulla via di damasco da Renzi), di costruire una discoteca al Tronchetto, zona sicuramente idonea, visto che di abitanti in zona da non scontentare non c’è neppure l’ombra. La candidata Simona Vio però a Venezia di attività notturne non vuole sentirne parlare. Sue parole parafrasate: “Dobbiamo considerare il traffico pedonale di rientro dalla suddetta discoteca che potrebbe recare disturbo alla quiete pubblica (o al suo sonno leggero)”. Quando si è fatto notare alla candidata che una frase di questo tipo, suscita, almeno al sottoscritto qualche sorriso e che a questo punto l’unico luogo idoneo dove abitare potrebbe essere se non altro San Michele (sede del cimitero) per un riposo a prova di rumori, oppure in alternativa comprarsi due finestre più spesse, in un messaggio privato inviato al sottoscritto dalla sig.ra Vio ha utilizzato le seguenti parole: “Sembri proprio un coglione, prendila con sport, e cresci che a 31 anni c’è gente che ha già famiglia”. Soprassediamo.

Tra le liste del PD in Municipalità, c’è la battagliera Cecilia Tonon, presidentessa dell’associazione “Masegni & nizioleti“, ora autospesa dalla carica in quanto candidata. Cecilia Tonon a metà aprile aveva dichiarato il suo non interesse a candidarsi come consigliera comunale. Poi però evidentemente anche lei ha deciso di ripensarci e alla fine si è ritrovata nella lista del PD questa volta alla municipalità. Anche se la candidatura è diversa,  sempre di carica pubblica si parla. Un modo probabilmente di essere più vicina ai problemi dei Masegni e Nizioleti cittadini che finalmente non sono abbandonati all’incuria di qualche imbecille.

Cambiando partito, ma sempre rimanendo nella Municipalità, ecco due nomi noti nella lista di Aerea Popolare, che appoggia il candidato sindaco di centro destra Luigi Brugnaro. Seconda nella lista della municipalità di Venezia-Murano-Burano troviamo Anna Brondino, già presidente del circolo del partito di Alfano (NCD) e presidente di Aglaia, (Associazione culturale per la promozione delle pari opportunità di tutti i cittadini e cittadine) che ha un sito internet aggiornato al 2011.
Davanti all’ingresso del cinema Rossini campeggia il suo manifesto elettorale con tanto di ufficio, si è vista però far sloggiare dal suolo pubblico il banchetto a causa di presunte irregolarità dagli ufficiali dell’Arma: Perseguitata Politica.

Altro nome nuovo tra i candidati di AP troviamo il giornalista Tullio Cardona che dopo 25 anni al quotidiano al Gazzettino, annuncia: “…Ne ho fatte tante nella mia vita, facciamo anche questa”. Avanti il prossimo.

Si prevede invece una battaglia politica in famiglia in casa Bonzio: mentre Sebastiano (dopo essere stato messo alla porta da Rifondazione Comunista dopo anni di militanza ma rientrato subito nei giochi e candidato questa volta alla regione con Veneto Nuovo) è uno dei nomi noti in città della sinistra, il fratello Simone, evidentemente poco convinto delle idee del fratello si è candidato dall’altra parte della barricata proprio con i “nemici” di Fratelli D’Italia.

Chi è rimasto folgorato da Francesca Zaccariotto è invece Alvise, detto “Elvis”, Ferialdi. Ex segretario del PSI di Marghera (SI, esiste ancora il partito socialista) che convinto di diventare assessore nella Giunta Orsoni si era semplicemente seduto tra le poltrone dei consiglieri. nel 2013 però aveva sbattuto la porta ed era uscito dal suo partito, dichiarando:

“Mi occuperò ancora di politica, ma solo in forma civica e tramite le associazioni e i gruppi di Marghera”.

Anche per lui nel giro di due anni è arrivato il cambio di marcia e si è accomodato tra i candidati della lista Civica 2015 che appoggia la Zaccariotto.

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Chi invece di lasciare la poltrona non voleva proprio sentirne parlare è Alberto Mazzonetto. Ex consigliere comunale a Venezia per il Carroccio nell’era Cacciari, ha passato anni burrascosi come presidente dell’Ater, rinnegato dal suo stesso partito che lo voleva mettere alla porta, lui con spirito battagliero e da azzeccagarbugli, ha combattuto in tribunale ed è tornato in sella all’Ater dopo una breve parentesi che lo aveva visto esautorato. Ancora iscritto alla Lega (almeno così ci risulta), aveva deciso di candidarsi a Sindaco annunciando una sua lista, anche se la Lega Nord di fatto aveva già presentato il suo candidato, ovvero Gian Angelo Bellati. Alla fine Mazzonetto ha ritirato la sua candidatura a Sindaco.

Chi dopo un silenzio tombale, a causa dei risultati poco confortanti delle primarie ha trovato di nuovo spazio è stato il giornalista Nicola Pellicani. Dopo averne dette di tutti i colori contro il suo sfidante (risultato vincente) Felice Casson su twitter e giornali, alla fine ha “scippato” la sedia del candidato capolista con Casson Giovanni Pellizzato (accomodatosi alla posizione numero due) e si è ritrovato in cima alle preferenze: avrà cambiato idea dopo solo qualche giorno o forse più probabilmente qualche incarico di peso in caso di elezione è stata la chiave di questo ritorno fulmineo in politica? Ecco però alcune dichiarazioni passate di Pellicani sul suo ex sfidante:

Oppure altre frasi del tipo: «La mia è una candidatura civica, rappresento la novità. Lui sta in Senato, io sono in aspettativa».
«Io sono un innovatore, Casson è un conservatore. Lui a Roma con chi va a parlare? Con Diliberto. Mentre io da sindaco mi confronterò con Renzi. (La Nuova, 01/03/2015)

Insomma da quanto si evince, almeno per questa analisi assolutamente parziale, c’è sicuramente un po’ di confusione in questa tornata elettorale che si contraddistingue per un numero vasto di candidati, tante belle idee che però con un bilancio disastrato e tanti tagli che saranno inevitabili sicuramente cozzeranno con le tante proposte probabilmente mai realizzabili a causa della mancanza dei finanziamenti pubblici, almeno per i primi anni che saranno di assestamento dopo il terremoto causato dalle tangenti del Mose.

Staremo a vedere e come sempre si dice in questi casi, vinca il migliore, che questa volta Venezia ha davvero bisogno di personalità preparate, non solo sulla carta.

*Editor in Chief, Positive Magazine

Nulla da fare: Forza Nuova alla fine, dopo le annunciate candidature, le minacce a Tommaso Cacciari, le manifestazioni, le accuse alla stampa e alla società civile (es. gli Scout) di non considerarli, alla fine non hano fatto i compiti e nel giorno della presentazione delle liste è caduto il palco: non hanno saputo raccogliere secondo le normative vigenti le firme necessarie per presentarsi sia alla Regione Veneto, con il candidato Sartori, sia al Comune di Venezia con addirittura il segretario nazionale Roberto Fiore.

Il programma elettorale era credibile oppure no? Non lo sapremo mai, perché non sono neppure riusciti a fare una candidatura secondo le regole. Per la regione hanno rinunciato subito, senza neppure presentare ricorso, segno che avevano già capito che non avevano presentato le liste come richiesto. Per il Comune un timido accenno al ricorso al Tar che poi inesorabilmente ha bocciato senza appello la lista.

Che però la decisione del tribunale non sia piaciuta tanto ai neo fascisti di FN lo si evince dalle velate minacce dal profilo dell’ex – anzi per qualche giorno candidato sindaco Roberto Fiore:

Ci sarà una agressione ai seggi? Oppure è una minaccia metaforica? Lo scopriremo il 31 maggio giorno delle elezioni a Venezia e in tutto il territorio del Veneto.

Reportage fotografico a Cura di Luca Loro di Motta
Articolo di Giacomo Cosua

#maiconrenzi vs #maiconmeloni : Venezia a suon di hashtag per un giorno si è trasformata in un campo di “battaglia” della politica, dove da una parte i centri sociali e decine di altre associazioni, dall’altra il partito di destra “Fratelli d’Italia” capitanato dalla romanissima Giorgia Meloni si sono sfidati a suon di slogan.

A dividere le due fazioni ci hanno pensato migliaia di agenti messi in campo tra carabinieri e polizia per evitare scontri che a Venezia in molti ricordano, a partire dal No-Lega day alla più recente guerriglia urbana avvenuta a dicembre 2013 contro Forza Nuova proprio a pochi passi dalla Stazione Ferroviaria.

Questa volta nessuna manganellata o cariche della Polizia, ma soltanto tanti, tantissimi manifestanti che hanno riempito Venezia in una giornata di passione.

Quanti non ha importanza, la destra nazionale-popolare ha raggruppato migliaia di suoi iscritti (avvistati anche militanti sardi, che non mancano mai un po’ come al concerto del primo maggio) sfoderando i big del partito a partire da Ignazio La Russa e poi ovviamente lei, la vip della giornata, Giorgia Meloni.

Tantissimi i cacciatori di Sergio Berlato che hanno deciso di mettere a disposizione le proprie doppiette ancora fumanti (non vedevano l’ora di stecchire il prossimo ladro di qualche distributore di benzina) al partito di Fratelli d’Italia, dopo che Berlusconi ha svoltato con la pet-terapy imposta dalla sua fidanzata Pascale trasformando Palazzo Grazioli nella cuccia di Dudù e Dudina.

La manifestazione della Meloni e compagni, ops e camerati (termine che forse si adatta meglio alla composizione dei manifestanti sotto le finestre della Rai a Campo San Geremia a Venezia) si è appunto conclusa con il classico “Chi non salta Comunista è”.

Tra slogan stile biscottini della fortuna e bandiere alla fine è andato tutto bene, nessun ricoverato all’ospedale, visto che i manifestanti della destra sono riusciti a difendersi per bene (almeno così era scritto sul grande striscione in campo san Geremia “difendiamoci”, da cosa però non si è ancora capito).

Immancabile la presenza dei big della politica locale con sorrisi a 365 denti, a partire dall’ex consigliere provinciale decaduto (dopo che la provincia è stata sciolta) Pietro Bortoluzzi all’ex assessore Raffaele Speranzon. A Venezia così tanti compagni di merende non si erano visti dai tempi del ventennio.

Dall’altra parte, nel cuore della movida e della spritz area veneziana, ovvero in  Campo Santa Margherita più di qualcuno si è lamentato della partecipazione: la contro-manifestazione dei centri sociali, associazioni e altri che i giornali chiamano “antagonisti” (termine che non si capisce bene a quale gruppo sociale si riferisca, ma fa tanto cool) non è riuscita più di tanto in termini di numeri: evidentemente non sono riusciti a mobilitare una nave da Cagliari e dintorni e si sono dovuti accontentare di qualche manifestante che è arrivato dal Lido in vaporetto.

Nonostante lo schieramento imponente diretto dal questore Angelo Sanna qualcuno è riuscito a togliersi la soddisfazione di “salutare” l’ex ministro La Russa che si è dovuto rintanare nella pasticceria Ballarin in Strada Nuova a Cannaregio, poiché in una giornata di sole si è visto piovere addosso un po’ di insulti. In realtà non si può definirli improperi, anzi dal suo punto di vista erano dei complimenti visto che si è sentito recapitare del fascista: di questi giorni cose che capitano, gesti d’affetto d’altri tempi.

A Santa Margherita per onestà di cronaca il clima di certo era ben diverso rispetto a quello della Meloni&Co, non tanto perché il sole splendeva sul campo ma perché invece di parlare dei soliti capri espiatori di un paese (tipo Cesare Battisti agitato come testa da mozzare da parte della destra, come se fosse il problema principe di questo paese), si è raccontato di cose davvero importanti, ad esempio le fantastiche azioni di gente che si impegna senza scheletri nell’armadio come Emergency (a quando il premio nobel per la pace a Gino Strada invece che a personaggi tipo Obama?).

Alla fine le manifestazioni sono finite, le bandiere ammainate e i turisti della democrazia (Feat. Silvio) ancora un po’ storditi hanno ripreso il treno, l’aereo e la nave e sono tornati a casa, non accorgendosi che Venezia forse ha bisogno di altro, perché a causa degli slogan di fatto sta affondando miseramente.

Sabato scorso a Roma c’è stata l’invasione delle camicie verdi e nere di Matteo Salvini, segretario della Lega Nord assieme a Casa Pound (Povero Ezra) per protestare contro le politiche del primo ministro Matteo Renzi.

In Piazza del Popolo, storico luogo dei ritrovi della sinistra di un tempo dal palco oltre al segretario leghista, ha parlato anche Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. Che ci sia qualcosa di strano nel vedere i leghisti, secessionisti, nordisti urlatori di “roma ladrona” assieme a chi invece Roma la considera l’unica grande Capitale e luogo perfetto dove commemorare il ventennio, non lo diciamo solamente noi, ma gran parte delle testate nazionali. Sono riusciti persino a “spaventare” Forza Italia: Berlusconi infatti piuttosto che dare risposte al palco verde-nero, ha preferito rompersi un malleolo e starsene a casa a riposare per qualche giorno.
Positive Magazine ha inviato il fotografo Ugo Salerno a documentare la manifestazione e le immagini che ci propone sono un vero spaccato di gioventù leghista fatto di bandiere, volti e slogan. Saranno loro i leghisti del nuovo millennio?



Alla luce dei fatti avvenuti lo scorso 19 febbraio a Roma, una domanda sorge spontanea: come è possibile che a uno dei gruppi ultras più conosciuti d’Europa venga dato come punto d’incontro pre-partita l’incredibile cornice di piazza delle Canestre, esattamente tra la piazza di Spagna e la scalinata del Pincio a Roma?

Come ha potuto la questura pensare di ammassare migliaia di hooligans ubriachi dentro ad un museo a cielo aperto di inestimabile valore, a due passi da decine di supermercati pieni di alcolici e attività commerciali che già è una conquista se battono uno scontrino?

Per proporre un’analisi dei fatti diversa rispetto al solito rimestio di pareri scontati e giudizi e parrocchiali che vediamo trabordare dai giornali negli ultimi giorni, abbiamo provato a porre queste stesse domande agli hooligans, agli ultras, a chi c’era, dall’una e dall’altra parte, tralasciando di chiedere queste stesse informazioni a chi stava in mezzo e gestiva la piazza, probabilmente unico responsabile di quanto accaduto e dei danni subiti dalla barcaccia.

Abbiamo perciò tentato di contattare entrambe le parti, che, rassicurate dal totale anonimato garantito dal nostro progetto, hanno accettato di darci alcune notizie in vista del ritorno che si terrà oggi a Rotterdam. 

Prima di proporre le due versioni di quanto accaduto, è sicuramente necessaria una piccola introduzione per presentare i “Rotterdam Hooligans” di cui tanto parlano i giornali nazionali in questi giorni. 
È sufficiente una breve ricerca in internet per comprendere le dimensioni e la compattezza di una tifoseria storica, conosciuta in tutta Europa per la sua incisività e intransigenza: è infatti dai primi anni novanta che il gruppo Sport Club Feyenoord (d’ora in poi SCF), inizialmente formato di appena 300 elementi, dà il proprio supporto alla squadra locale, facendosi riconoscere ed apprezzare in ambiente ultras per la copiosa presenza in trasferta e l’alta inclinazione agli scontri con le altre tifoserie.

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Foto d’archivio dei ragazzi del SCF a Rotterdam.

La loro nascita è praticamente contemporanea alla prima grossa ondata della musica hard core elettronica in Olanda: la maggior parte dei membri del SFC diedero vita a quella che poi sarebbe stata definita la subcultura gabber, contraddistinta dall’aggressività sonora unita a una velocità ritmica quasi inconcepibile per l’epoca.


“La musica hardcore è stata creata a Rotterdam nel 1990: i pionieri sono stati i tifosi del Feyenoord che, con le loro teste rasate, hanno fondato una moda che è poi divenuta uno stile di vita.” (Wikipedia)

In questo video potrete trovare delle suggestive ed evocative immagini dei ragazzi di Rotterdam in movimento, la colonna sonora è appunto del genere musicale nato tra le loro fila.



Con il tempo la ‘Legioen’, ovvero il nome scelto dall’intera curva del Feyenoord, ha visto al suo interno piccole scissioni e cambiamenti, dovuti più al ricambio generazionale che a divergenze ideali o calcistiche: nonostante il luogo comune sui gabber e quanto scritto nei scorsi giorni sui giornali, non vi è effettivamente traccia di alcun tipo di presa di posizione rispetto all’avvicinamento a gruppi neonazisti, anzi, considerata la provenienza del termine gabber dalla parola yiddish – olandese ‘amico’, la politicizzazione del fenomeno è stata sempre considerata negativa quanto marginale; non a caso tra gli spettatori in piazza di Spagna la settimana scorsa c’era anche Paul Elstak, uno tra i primi e più conosciuti dj hardcore olandesi.

I motivi che portarono alla creazioni di diversi gruppi all’interno della curva olandese furono di semplice natura organizzativa: col tempo gli appartenenti all’SFC si trovarono semplicemente ad essere i fratelli maggiori dei neonati gruppi ultras in seno alla curva, di cui tra i più importanti vanno sicuramente citati i RIIIF (Feyenoord third generation Rotterdam), i Vatos Locos Rotterdam e ATF.

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Nessuno di questi gruppi ha mai fatto mistero della propria inclinazione alla violenza e del culto dello scontro con le altre tifoserie, arrivando spesso a caricare sul web filmati che li ritraggono durante l’utilizzo di coltelli, mazze e tirapugni. Le armi da fuoco sono chiaramente osteggiate da tutti i gruppi nominati.

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Oggi ci siamo messi in contatto con uno dei leader storici della curva di Rotterdam, appartenente agli SCF che, oltre ad averci inviato alcune delle foto scattate da lui a Roma, ci ha proposto la sua versione dei fatti.

Borg, nome ovviamente di fantasia, segue il Feyenoord dai primi anni ’90, ha visto il proprio gruppo scontrarsi e spostarsi per tutta Europa; ora si descrive come un tifoso un po’ attempato, ma mai rinuncerebbe ad una trasferta invitante come Roma: non per la possibilità di incontrare gli ultras avversari (l’unico precedente sportivo tra Roma e Feyenoord risale ad una amichevole del 1929), quanto piuttosto per tenere alta la propria bandiera in campo internazionale e percorrere migliaia di chilometri festeggiando con i propri compagni.
Non abbiamo motivo di dubitare sul fatto che le disposizioni date dalla UEFA e dalla società del Feyenoord fossero quelle di incontrarsi a Piazza delle Canestre e lì acquistare i biglietti mancanti, specie considerato che questa versione viene confermata da entrambi i gruppi ultras, sia romani che olandesi.

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Borg e gli amici nel loro minibus in partenza per Roma.



Questo è quanto ci ha raccontato Borg:



“siamo arrivati a Piazza delle Canestre, solo del nostro gruppo eravamo in due autobus, più tutti i minibus come quello in cui ho viaggiato io: le autorità locali ci hanno detto che potevamo fare un giro nei dintorni, e allora la maggior parte di noi si è diretta verso piazza di Spagna, perché il resto del centro era militarizzato.
Saremo stati circa 2 – 3000, ma nulla era stato predisposto per il nostro arrivo, nonostante sapessero che eravamo molti. Là non abbiamo trovato servizi igienici, non c’erano cassonetti né alcun tipo di servizio che potesse contenere tutti quegli ultras. 
La polizia sapeva che la sera prima in Campo de’ Fiori i più giovani tra noi avevano avuti piccoli screzi con i Romani, ma nonostante questo hanno deciso di ammassarci in quella piazza. 
Certo, il divieto di vendita dell’alcool c’era, ma in tutti i supermercati della zona si poteva comprare qualsiasi cosa, quindi tutti han bevuto molto, alcuni hanno trovato piccole armi leggere da difesa ma niente di davvero pericoloso, dalle immagini si vede, è stata lanciata solo la sporcizia per via della mancanza dei cestini”.

 

Come si può pensare di impedire a migliaia di ultras ubriachi di festeggiare? Presto la polizia ha iniziato ad innervosirsi, e nel frattempo sono arrivati anche i più giovani, quelli dei FIIIR e altri gruppi. Nessuno voleva scontri con i Romani, ma quando qualcuno di noi ha acceso dei fuochi d’artificio all’interno della fontana del Bernini, la polizia ha subito caricato.

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Foto per gentile concessione di Borg.



Certo, è da pazzi accendere dei fuochi dentro a una fontana storica ma lo è ancor di più ammassare migliaia di appartenenti alla Legionen in un luogo tanto delicato e aspettare che si ubriachino. Cosa si aspettavano le autorità locali? Appena la polizia ha caricato noi siamo rimasti compatti, sia i giovani che i vecchi, anche se sapevamo che molti di noi erano bloccati in un’altro punto della città (a ponte Milvio, ndr) e non ci siamo fatti intimidire, la polizia aveva paura e si vedeva chiaramente.

Negli scontri abbiamo avuto dodici accoltellati, ma nessuno di noi è andato in ospedale in Italia e per fortuna nessuno sta molto male. Se i FIIIR non fossero stati bloccati (sempre a ponte Milvio) le cose sarebbero andate diversamente: noi SCF siamo più vecchi, più saggi, loro sono giovani e devono stare davanti in queste situazioni, ma nessuno si è tirato indietro. Noi ne usciamo a testa alta, nulla da rimpiangere. Da anziano spero solo che al ritorno i Romani non passino per 020 (zona di Rotterdam vicina allo stadio controllata dai FIIIR) perché sarebbe inutile altra violenza: tutto questo è stato causato dalle autoritàà italiane e dalla polizia, non c’erano problemi tra i gruppi ultras prima di Roma.

Bisogna considerare anche che Rotterdam sarà blindata, la polizia qua ci conosce bene e sa che potrebbe succedere di tutto, ma certo non verranno picchiati donne e turisti come nelle foto che ho scattato a Roma. Là tutto è sfuggito di mano, il nervosismo della polizia è il motivo principale a mio avviso.

Dall’altra parte c’erano i tifosi locali, tra i quali una nostra fonte che ben conosce le dinamiche della sud dell’olimpico. Questo è quel che ci ha raccontato, rispondendo a due semplici domande: dove era la tifoseria romana e perché è successo quel che sappiamo?

Il clima resta perciò tesissimo, con i supporter giallorossi già in viaggio per Rotterdam e e tifosi del Feyenoord che ieri diplomaticamente hanno stampato la maglia che potete apprezzare qui a fianco.

Se si potesse dare un esempio di pessima gestione del patrimonio pubblico e della piazza non si sarebbe potuto fare di meglio e, nonostante il tamtam mediatico abbia tentato di mitigare agli incredibili danni causati corresponsabilmente da questore e società calcistiche, la triste verità è che anche in questo caso la cattiva amministrazione prevale su ogni buon senso.

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A Venezia oramai da un anno e passa sta succedendo di tutto. Dopo gli scandali (per altro annunciati) che hanno travolto l’amministrazione comunale guidata dal velista, avvocato, professore, membro del consiglio di amministrazione di più enti oltre ad essere stato il primo procuratore di San Marco Giorgio Orsoni, ecco che la città si risveglia con le primarie del centro sinistra, ora però diventate di fatto del PD.

Nel centro destra c’è ancora la nebbia, o in veneziano “caigo” che contraddistingue gli inverni lagunari nel decidere se candidare l’ex presidente della Provincia di Venezia leghista Francesca Zaccariotto o qualche altro nome (Mara Venier che fine ha fatto?). 
I cinque stelle sembrano aver deciso di candidare Davide Scano e l’estrema destra con Forza Nuova gioca il jolly e cala il segretario romano Roberto Fiore (Che ci azzecca con Venezia non lo sa nessuno, forse neppure lui).

Le primarie del PD un poco alla volta hanno sofferto di influenza e sono arrivate le prime defezioni. La cura Casson di fatto ha “vaccinato” prima il candidato indipendente Giovanni Pellizzato che dallo slancio iniziale è tornato alla Libreria Toletta, rimanendo ovviamente alla finestra ad aspettare il sindaco che verrà.

1797455_10201662780754552_1715898852_nSebastiano Bonzio di Rifondazione ha preso anche lui la “pillola” Casson. Dopo aver fatto vedere che raccogliere le firme necessarie per presentarsi alle primarie del Centro Sinistra non era di certo un problema viste le numerose foto assieme al primo ministro greco e enfant prodige della politica Tsipras, ha deciso di ammainare la bandiera rossa e di consegnarla nelle mani del Senatore della Repubblica Felice Casson.

Dopo mesi di attesa, (ma dagospia con un articolo in tempi non sospetti aveva anticipato tutto) si è aggiunto alla volata per la scalata a Ca’ Farsetti Pellicani, figlio di quel Pellicani amico di Napolitano e nei tempi che furono già Vice Sindaco di Venezia.

L’endorsment per Pellicani è arrivato direttamente dall’ex sindaco e ora amante dei salotti e delle grida televisive Massimo Cacciari, che evidentemente non ha finito di fare scherzi da infarto a Casson ( oltre a mandare a quel paese attraverso il tubo catodico un po’ tutti, dalla Moretti candidata alle regionali del PD, a tanti altri politici, basta fare una ricerca su youtube per non annoiarsi e per scoprire il lato presenzialista TV del filosofo).

Intanto c’è Il giovane candidato Jacopo Molina (almeno lui è giovane per davvero e non è già in età per diventare Presidente della Repubblica, a differenza di Pellicani che Cacciari aveva invece definito “Giovane”) che porta ancora in grembo la rabbia per essere stato “trombato” da Orsoni dopo che era stato il candidato del Partito Democratico tra i più votati e già pregustava una poltrona da assessore, invece si è dovuto accomodare nei banchi della maggioranza a Ca’ Farsetti. (Visto quello che è successo, forse gli è andata pure bene).

Gli aspiranti sindaco intanto non hanno perso tempo e vista la data del voto oramai imminente (il 15 marzo) si parte con i congressi, le riunioni, le foto ricordo con le associazioni, i gadget e ovviamente una marea di comunicati stampa, lanci su twitter, Facebook e Youtube.

I tre candidati intanto affilano i coltelli: Molina attraverso il suo giovane organizzatore della campagna elettorale Marco Caberlotto (Consigliere municipale, Ex Italia dei Valori, poi gruppo misto e infine folgorato sulla via di Damasco da Renzi) lancia dubbi e veleni sulle spese dei concorrenti.

Il comitato organizzatore delle primarie ha infatti messo un tetto di spesa di 10 mila euro e sul sito di Molina per quelli che non hanno nulla da fare durante il giorno è possibile vedere tutti gli scontrini fiscali, (mancano quelli dei panini e poi c’è tutto) adducendo al fatto che gli altri candidati possano aver speso di più, allegando nei comunicati stampa screenshot di conversazioni Facebook altrui. Pellicani l’altro giorno ha riempito un cinema intero a Mestre e non facevano vedere 50 shades of Grey, ma inaspettatamente il programma elettorale del giornalista della Nuova Venezia e “attacca” Casson definendolo praticamente il vecchio che ritorna ( “è già stato sconfitto una volta”), oppure spiegando che in questa campagna elettorale Molina si è autocandidato (accuse respinte al mittente dall’ex consigliere comunale).

A Venezia insomma non c’è mai il rischio di annoiarsi, ma neppure in altre zone del Comune, come ad esempio il Lido di Venezia, che risveglia in una parte dei suoi abitanti lo spirito da faccetta nera e scaglia le proprie frustrazioni contro 40 poveretti ospitati al Centro Morosini.

Mentre Pellicani e Casson fanno dichiarazioni che invitano alla calma e ad una comprensione più ampia di quanto successo, sul profilo del candidato Molina sono presenti dei commenti assurdi da ventennio, oltre al fatto che Molina nel suo comunicato ha spiegato di “Comprendere gli abitanti”. Noi invece come rivista, il razzismo non lo abbiamo mai compreso, in nessuna forma, perché non è giustificabile ancora una volta nel 2015.

In tutto questo i Centri Sociali Rivolta e Morion non stanno di certo alla finestra. Da sempre bacino di riferimento della coppia Caccia-Bettin hanno creato il loro candidato virtuale che ha sfilato durante il Carnevale di Venezia. Dal Nome “Ascanio da Lecase”, (se vi piacciono gli anagrammi eccone uno per voi) ecco gli slogan tanto amati e con tanto di asterisco per supportare le quote rosa del tipo CASA E REDDITO X TUTT*, MOSE, EXPO, TAV SERVONO SOLO A CHI LE FA oppure cose più moderne genere hashtag #NOMAFIA #NOPOTERIFORTI #NOPAOLOCOSTA #NOGRANDIOPERE #NOCONTORTA. Per non farsi mancare nulla eccoli che puntano il dito contro il candidato pentastellato.

Super attivi su facebook e twitter, chi decideranno di appoggiare? La risposta è di facile intuizione: sarà molto probabilmente l’ex magistrato Casson, in quanto Molina e Pellicani sono assai distanti politicamente. Anche loro ad ogni modo sono sulla scena politica da anni: possono essere considerati segno di rinnovamento oppure di mantenimento?

Per chiudere un accenno alle fotografie e alle grafiche utilizzate in questa campagna elettorale: Un corso accelerato sarebbe stato utile per non consegnare alla stampa foto color verdino, sfuocate, inutili a livello comunicativo o semplicemente bruttine: non improvvisiamoci utilizzatori dell’iphone per favore, se la foto è brutta si fa semplicemente bella figura a non spedirla. Per il capitolo grafica invece stendiamo un velo pietoso, o meglio “no comment”.

Cosa ne sarà di questa Laguna tanto bistrattata? Saprà il nuovo Sindaco prendere il timone di questa Costa Concordia che si sta avvicinando sempre più all’Isola del Giglio ed evitare ancora una volta l’inchino ai furbetti di turno?

Aspettiamo ansiosi i risultati delle urne, intanto un in bocca al lupo a tutti i candidati e come nelle migliori sfide a fioretto, che vinca il migliore.

Ecco alcune foto realizzate dal Caterina de Zottis che è stata al Carnevale di Venezia che si è di recente concluso ancora una volta con il tutto esaurito, oltre 500.000 mila infatti i visitatori registrati nei giorni di uno degli eventi più attesi dell’anno.

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Alcune sedi di diverse scuole superiori nel centro storico veneziano nei giorni scorsi sono state interessate da atti di vandalismo attuati da misteriosi militanti del gruppo studentesco neofascista e xenofobo “Lotta Studentesca”.

Come si può vedere dalla pagina facebook dell’omonimo gruppo studentesco ecco le azioni vandaliche:

Ci si augura che questi atti vengano presto denunciati da parte dei docenti dell’Istituto e venga fatta un’indagine che vada ad identificare i colpevoli.

 

 VENEZIA – Dal Nostro inviato Alice D’Este

Le riconosci (su facebook) perché tra il nome e il cognome, palesemente italiani hanno inserito il loro nome da musulmane.

Incontrandole, invece, il tratto distintivo al primo sguardo è il velo. Anche se non tutte lo portano sempre.

Le donne italiane convertite all’islam sono tante. E la loro non è una vita facile. Sono divise tra la cultura che hanno abbracciato per scelta e quella in cui sono cresciute. Ma che spesso però, dopo la «shahada», (la professione di fede in cui si dichiara che non esiste altro Dio al di fuori di Allah) le abbandona. Ci sono amici (pochi) che restano, altri (molti) che vanno. Famiglie che tolgono il saluto altre che fingono di non sapere, di non capire. E loro, donne prima e musulmane poi, si difendono. Ognuna col carattere che ha. Silvia e Gaia sono così. Una forte e l’altra mite. Una verbalmente (e non solo) bellicosa, l’altra schiva. Ma entrambe hanno cambiato la loro vita, dopo aver incontrato la religione.

DSC_0023«Mi è sempre interessata fin da adolescente, ho letto molti testi sacri durante la mia formazione – dice Silvia Layla Olivetti – ma ho abbracciato la religione dopo averci pensato per molto tempo. La mia vita a quel punto è cambiata in modo profondo. Non ero serena, ora lo sono». Silvia Layla ha vissuto al Lido e studiato a Venezia, in uno dei licei più frequentati del centro storico. Poi la conversione. Oggi è sposata con Mido, un egiziano che vive con lei a Marghera («sia chiaro – dice lei – mi sono convertita prima, non per amore»). Hanno due bambini che frequentano le elementari e una bimba piccola. Silvia però oggi nella «sua» Marghera a volte sta male. Gli sguardi attraversano il velo, quando passa per strada. Le persone la guardano con timore, «tornate a casa vostra», le sussurrano. «Se sapessero che sono veneziana forse eviterebbero – dice lei – non c’è vera libertà, qui. Portare il velo è difficile». Silvia parla dello Hijab, ovviamente, quello che lascia il volto scoperto e i tratti riconoscibili.

E Gaia, 27 anni, convertita da due, è la prima a confermarlo. «Il velo? No, io al lavoro non lo metto – dice – non potrei, mi licenzierebbero».

Dove lavora Gaia c’è un look preciso da rispettare: vestiti neri, capelli raccolti, un filo di trucco. «Che posso farci? – dice lei con gli occhi blu che risaltano incorniciati dal velo – è così. Molti amici non considerano reale nemmeno il mio matrimonio». Anche Gaia è sposata, secondo la religione musulmana. Ma non secondo le leggi italiane. Secondo i suoi genitori convive, secondo alcuni amici ha un ragazzo. DSC_0045

«Viviamo una distonia – dice Gaia – tra quello che sentiamo e quello che viene riconosciuto e accettato». Forse. Ma anche Silvia e Gaia sono diverse tra loro. Anche per loro non c’è una sola lettura della realtà. Gaia fatica a portare il velo non solo al lavoro, anche per strada. «Non riesco ancora a reggere gli sguardi di disapprovazione – dice – in realtà non me la sento». «Ci vuole tempo – dice Silvia – anche io ho fatto un percorso lungo ma fa parte dei precetti». Loro due chiacchierano. Arriva T., il figlio di Silvia. Ha sette anni e si annoia ad aspettarle.

«Stai attento a tua sorella – dice Silvia – se cade e si fa male mi sa che è meglio che ti arrampichi sullo scivolo e non scendi più».

Lui ride, e corre dalla piccola. Musulmane o no le mamme sono tutte uguali.

 

Fotografie di Alice D’Este

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Foto di Mirko Isaia

Nato nel 1988 nella provincia di Savona. Nel 2008 si sposta a Torino dove si iscrive all’Università seguendo il corso di studi DAMS. Durante un viaggio in Irlanda, nell’estate dello stesso anno, inizia ad appassionarsi alla fotografia.

Il 10 ottobre 1970 il Secolo XIX esce nelle edicole con il titolo in prima in pagina “Genova Resiste”. Dopo 44 anni lo stesso giornale ripubblicherà negli stessi giorni lo stesso titolo. Come allora la furia degli elementi si è riversata su Genova causando l’esondazione dei principali corsi d’acqua della città. Bisagno, Ferreggiano, Noce, Sturla e rio Torbella sono esondati nottetempo, riversando sulla popolazione delle zone centrali di Genova fango, detriti e distruzione, causando infine la morte di una persona. In molti hanno ringraziato il cielo che la soprannominata “bomba d’acqua” si sia abbattuta sulla città in piena notte, scongiurando un numero di vittime e ferite altrimenti maggiore. Ciò nonostante in molti hanno pagato il prezzo della cattiva gestione municipale dell’emergenza, segnalata in ritardo, ed il contestato lavoro del sindaco Marco Doria, per sua sfortuna nel posto sbagliato al momento sbagliato, avvisato del disastro in corso solo all’uscita dal teatro lirico Carlo Felice, dove presenziava all’apertura della stagione.
Oggi come allora in molti si sono adoperati per prestare soccorso alla città. Oltre ai dipendenti comunali e ai commercianti danneggiati in prima persona dall’alluvione, sono stati molti i volontari provenienti da altre parti d’Italia che hanno partecipato con immediatezza e spontaneità alla pulizia della città. Tra di loro numerosi giovani, definiti Angeli del Fango o i Ragazzi di Genova, ma anche persone di ogni età e migranti.

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Anni di lotte per rendere lo skatepark di Mogliano Veneto (tv) un luogo di ritrovo per tutti gli skater della zona ma anche del veneziano sono finite con l’epilogo più triste. Il degrado, l’erba alta e le rampe oramai da buttare sono sotto gli occhi di tutti.

La solitudine che l’amministrazione comunale negli anni ha lasciato i ragazzi che per anni hanno gestito lo skatepark è qualcosa di imbarazzante e grida allo scandalo.

Positive Magazine è stato in questi giorni a visitare alcuni skatepark di Bruxelles, Rotterdam e Amsterdam.
La parola degrado non esiste, anzi sono luoghi valorizzati che svolgono la funzione di sfogo per tutti i ragazzi creando di fatto valore aggregativo. Perché in Italia una cosa di questo genere non è possibile?

Negli anni lo skatepark di Mogliano attraverso la gestione dell’associazione Wave park è riuscita creare decine di eventi a Mogliano Veneto e non solo. Ora le rampe sono lasciate a marcire, un po’ come metafora di questo paese, che vive nel mood del “vorrei ma non posso”. I comuni sono sempre più allo sbando, con buchi di bilancio e malagestione da sistemare, con la scusa sempre pronta della “stretta del patto di stabilità”, che non permette di fare investimenti. Sinceramente c’è bisogno di gestioni più creative, un po’ come quelle che negli anni avevano di fatto reso il park un punto di ritrovo per tutti.

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Le strutture, dai tendoni, a quello che poteva essere un bar funzionale e tutto il resto sembrano un luna park abbandonato da film dell’orrore, invece no siamo a Mogliano Veneto anno 2014.

Se i giovani per anni ci hanno provato e si sono trovati il muro della politica contro, come si può biasimare chi il parco ha deciso di chiuderlo e mettere le catene?

Serve una rivoluzione culturale, perché in tutta europa lo skate oltre che ad essere uno sport, uno stile di vita è considerato un valore aggiunto per i giovani, in Italia purtroppo è lasciato a se stesso.

L’Italia e i suoi posti nascosti. Perdersi in Puglia.
By Matteo Greco

Ma dove vai questa estate? Beh come al solito in Puglia. Salento. Mare. Musica, relax e buon cibo.
Frase canonica. La Puglia è nota per il suo Mare, per il suo cibo e per il suo vino.
E se la Puglia venisse anche messa sotto i riflettori per il suo artigianato? Questa è stata la mia scoperta di questa regione meravigliosa. Una scoperta fatta non di mare ma di entro terra e di un piccolissimo artigianato e delle sua cultura. Un viaggio da consigliare assolutamente a chi è alla ricerca di qualcosa non di nuovo, ma di diverso.

Il mio viaggio alla “conquista” del Sud-Est Barese attraverso i Gal (gruppi di azione Locale che tendono a sviluppare al meglio il proprio territorio) inizia da Altamura con la visita turistica alla imponente cattedrale fino ad arrivare ai forni dove si produce il Pane di Altamura. Perdendomi nei Claustri, che solo ad Altamura sono circa 80, si scopre come questa città sia ricca di antichi e nobili palazzi.

Per i più hipster sicuramente interessanti sono i percorsi ciclabili da fare nelle campagne di questa regione. In modo particolare consiglio il percorso per raggiungere l’Oasi di Barsento a Noci con sosta presso la Chiesa di Santa Maria di Barsento. Se dico Puglia dico buon cibo e allora fermatevi presso l’agriturismo La Conea dove potrete assaggiare Mozzarelle e formaggi direttamente prodotti in loco.

Il viaggio prosegue nella Valle D’Itria, l’ombelico di Puglia a metà strada fra il Gargano di Padre Pio e l’estremo capo di Leuca. Con in mano un ottimo calice di vino bianco, mi soffermo a Locorotondo, comune entrato a far parte dei Borghi più belli d’Italia nel 2001 per poi concludere il viaggio nella bellissima Martina Franca con l’esplosione del barocco in ogni dove.

Con il progetto LAPIS si tenta di far diventare gli artigiani gli ambasciatori del “bello della Puglia”. Ho incontrato in questo viaggio artigiani di ogni categoria, dal ragazzo di Locorotondo che costruisce a mano i cestini di vimini, ai fornai di Altamura; i maestri della terracotta e maestri della cartapesta del carnevale di Putignano. Un mondo di artigiani di cui l’Italia e in modo particolare la Puglia deve andarne orgogliosa e che sono una risorsa fondamentale per il nostro paese nella salvaguardia di una cultura del turismo e della conoscenza di “passate” tradizioni che hanno fatto di noi il paese (indipendentemente dalla crisi e dai problemi) che siamo.

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Fotografie di Elena Tabarrini

A Venezia il 28 giugno si è svolto dopo molti anni il Gay Pride, come in altre città italiane. La scelta di Venezia da parte delle associazioni LGBT è dovuta anche in solidarietà agli attacchi contro l’ex consigliera comunale e delegata alle politiche antidiscriminazione del Comune di Venezia Camilla Seibezzi.

Il corteo, nonostante gli spauracchi di Forza Nuova e di altre sedicenti organizzazioni contro la manifestazione, si è svolto regolarmente e oltre 4000 persone hanno sfilato per le calli e i campi veneziani, per ribadire il diritto di tutti di amare e di non essere discriminati.

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Fotografie: Giacomo Cosua

Il 24 giugno è stato il giorno internazionale dello skateboarding. In tutte le città del mondo centinaia di migliaia di ragazzi si sono riversati nelle strade. Noi siamo stati a Roma, dove gli skaters della capitale si sono ritrovati
sotto il Ponte della Musica, non lontano dal Foro Italico e da poco inaugurato.

Ecco il nostro fotoreportage:

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Sulla Strada Statale, che collega Taranto a Reggio Calabria a 150metri dal mare, sorge un antico casale in pietra risalente al 1899, oggi conosciuto come “La Cascina”, un ambiente elegante e rustico, immerso nel verde. Proprietaria da tra tre generazioni è la famiglia Agostino, la stessa che dalla fine dell’800 ad oggi porta avanti un’antica tradizione, quella della ristorazione e l’arte della lavorazione del Bergamotto. Proprio tra le numerose piante di Bergamotto e lo splendido panorama che la costa Jonica offre ho il piacere di incontrare l’attuale proprietario e gestore della Cascina, il Signor Salvatore Agostino impegnato nel suo lavoro, ma che allo stesso modo riesce a rendersi disponibile a rispondere a qualche mia domanda e curiosità riguardante la sua azienda di famiglia.

Il Sig. Agostino mi fornisce subito qualche informazione basilare per aiutarmi a capire meglio di cosa si occupa la sua famiglia da così tanti anni. Mi parla di quello che nella regione Calabria viene considerato un vero e proprio tesoro “l’oro Verde”, Il Bergamotto.

Questo tipo di Agrume definito dal popolo turco con il termine “Berg-Amundi”, oggi viene coltivato nel territorio calabrese, coprendo il 95% della produzione mondiale. Mi spiega come le numerose proprietà di questo frutto, studiato tutt’ora da numerosi ricercatori presso l’Università di Oxford, Il Bergamotto viene considerato come uno dei rimedi più efficaci e naturali per la cura del colesterolo, un antiossidante in grado di rallentare e prevenire l’invecchiamento cellulare, ma non solo grazie al suo particolare profumo, da moltissimo tempo è diventato un elemento essenziale per l’industria profumiera. Dopo queste prime informazioni, faccio alcune domande al Sig.Agostino sul suo percorso lavorativo che ha portato la sua azienda ad essere una delle più antiche e prestigiose aziende presenti nel territorio.

Come viene impiegato all’interno della sua azienda il Bergamotto?
Dopo la Rivoluzione Francese, numerose ricette che prevedevano l’utilizzo del Bergamotto sono andate perse, perciò la Cascina ispirandosi ad antiche esperienze, ha restituito il Bergamotto alla gastronomia brevettando il liquore “Crema di Bergamotto” e riproponendo una numerosa lista di prodotti, che si collegano alla tradizione come: marmellate, cioccolatini, miele, amaretti, colombe e panettoni artigianali.

La Cascina si divide in due parti “La Casina “ come punto di ristorazione e “La Cascina 1899” come azienda produttrice di prodotti tipici, che cosa l’ha spinta a portare avanti la tradizione di famiglia?
La Passione penso sia l’elemento fondamentale per poter portare avanti questo lavoro, penso che si nasca per fare alcuni tipi di lavoro come si dice, li hai nel sangue.Mi sono laureato in Ingegneria Gestionale, ho lavorato come assistente di impianti elettrici, ma non sono riuscito a fare quel lavoro, sono ritornato qui la passione per questo mestiere mi è stata trasmessa fin da bambino ed ora eccomi qua a portare avanti questa lunga tradizione.

Negli ultimi anni la nostra società ha subito dei forti cambiamenti, le tecnologie di comunicazione si sono sviluppate ma allo stesso modo sono diventate più semplici e veloci da utilizzare, tanto che ha permesso alle culture di altre nazioni di farsi conoscere all’interno del nostro Paese, questo fenomeno ha influenzato il suo modo di lavorare?
Per quanto riguarda la cucina ci siamo adattati ai tempi e alle esigenze del cliente”straniero” invece per quanto riguarda la produzione dei nostri prodotti, il nostro mercato si è espanso in 9 paesi del mondo tra cui l’Australia, la Svezia e Stati Uniti, ci siamo messi in gioco cercando di adattare i nostri prodotti in base alle preferenze e ai gusti di questi paesi.

Qual è la cosa che ama di più in assoluto di questo lavoro?
L’approccio con il pubblico, il mio lavoro mi riempie di soddisfazioni ogni giorno e non solo a livello economico ma soprattutto a livello umano.
Ha un consiglio da dare a un giovane che vorrebbe portare avanti una tradizione di famiglia?
Impegnarsi nel proprio settore, continuare a studiare, io studio tutt’ora cerco il confronto con altri ristoranti per poter capire e far crescere il mio, continuo a studiare l’ambiente che mi circonda il prodotti che offre il mercato e la cucina.

Marta Padovani.

Testo di Andrea Santoro, Editor a Roma
Foto di Beatrice Chima

Scipione: così hanno chiamato la rovente botta di caldo che si è abbattuta sull’Italia la settimana scorsa. Dicono ci fosse un caldo brutale, niente di nuovo, quindi probabilmente al tg avranno rispolverato il glorioso servizio sull’afa prodotto dall’istituto luce, mentre io mi limitavo a restare dietro la tapparella chiusa fino a sera; sabato scorso però tutto stava per cambiare: avevo deciso di andare a Ostia per i mondiali di skate, una giornata di sole/mare/topless/esplosioni di nasi su rampe, immaginavo.
Quella mattina la mia testa era lievemente distratta dai litri di birra fredda della sera prima, la sensazione era simile al sentire un sottile strato di cellophane che avvolge il cervello. Anche qui nulla di nuovo, ma i 45 gradi all’ombra in terrazza hanno subito reagito con la pellicola, facendo della mia testa una piccola serra. Dopo aver avvisato la ragazza che mi aveva informato dell’evento e che mi ha poi passato le foto (che vedete qui sotto) del fatto che non sarei andato, ho deciso di ritirarmi per un altro paio di ore nel mio fresco sarcofago. Erano circa le 12.
Rialzatomi sulle 14, fui assalito dai classici dubbi della rinuncia: forse sarei dovuto andare, magari la situazione era una bomba, sono sempre sul divano dietro al pc, magari avrei conosciuto della gente nuova…
Alla fine decisi di restare immobile e tenere un diario dei mondiali di skate visti dal mio divano, paragonandoli poi al racconto che me ne ha fatto Beatrice mentre mi passava le foto.
Eccone il risultato, ora per ora.

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Bea si trova alla stazione Piramide con degli amici e partono alla volta di Ostia, condizionatore spinto oltre i livelli previsti dal protocollo di kyoto e occhiale da sole obbligatorio.
Io nel frattempo estraggo con estrema cura il caffè precedentemente riposto nel freezer, mi siedo sul divano, accendo il pc e fumo la prima. Leggo qualcosa.

h16 Beatrice è al the spot di Ostia, saggiamente decide di contrastare i 36 gradi all’ombra con la freschezza di una birra che di gradi ne ha solo 9, mentre sulla rampa iniziano ad esplodere i primi skater dopo un volo di circa sei metri.
Questo forse avrebbe meritato il viaggio e la sfida a Scipione (fantasia incommensurabile dei meteorologi e dedizione nella ricerca del nome), ma intanto ho trovato il telecomando del condizionatore ed una nuova posizione comodissima sul divano che non ho mai scoperto prima di quel momento. Decido che comunque avrei sfidato “l’africano”, il cane doveva uscire.
Una volta sotto il sole ricordo perfettamente perché ho deciso di restare a casa.
Tornato sul divano mi dedico a una mezzora buona di meditazione di fronte ai risultati delle parole chiave -film completo- su youtube, per poi cliccare sul discreto fascino della borghesia, Bunuel.

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Al the spot è il momento di Andy Macdonald: arriva, droppa sulla rampa dove prima si sono infranti i sogni di gloria e le scatole craniche di decine di persone, fa una decina di trick inarrivabili facendoli sembrare la classica passeggiata che fa ogni mattina, in pratica umilia un po’ tutti e se ne va dopo una decina di minuti. Io nel frattempo interrompo un momento la visione del film per googlare -rimedi alle piaghe da decubito- e ne fumo un’altra, preceduta da un’altra e un’altra ancora, oltre a due caffè. Proseguo la visione del film che fino a quel momento mi aspettavo fosse super ricercato e chissà dove avrebbe portato.

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Bea dice di essersi più o meno acclimatata, essendo ormai la sua temperatura interna di quaranta gradi, esattamente come all’esterno. Sono finite le selezioni, i mondiali stanno per concludersi e fino a quel momento non mi è stato riferito di alcun topless o infortunio significativo: tutto molto sobrio, sembra, anche le persone. Molto strano.
Davanti al mio divano invece ne succedono di tutti i colori e in alta definizione, ma dopo la fine del film una sola domanda impegna di cinque minuti in cinque minuti la mia memoria di pesce rosso: cosa avrà voluto dimostrare Bunuel?
Passo la successiva mezzora così, di cinque minuti in cinque minuti.
Per un attimo scordo le piaghe da decubito.

h19 A Ostia sale sul palco Tormento, per consentire anche a lui di vivere l’emozione di stare in equilibrio su delle tavole di legno instabili montano il palco direttamente sul tetto del pulmino di uno degli sponsor. Bea prova ad arrampicarcisi per scattare, ci riesce ma subito viene avvicinata da un barile di birra dall’accento vagamente yankee che abbracciandola biascica qualcosa che la convince a tornare sotto il palco.
Finalmente la temperatura si abbassa lievemente e questa è probabilmente la parte della giornata che mi dispiace di più aver mancato: ogni velleità sportiva viene accantonata per godere appieno del vespro sul tirreno con un mojito in mano e gli odiati infradito ai piedi. Dal divano nessuna novità rilevante, un ripasso ai social network, uno sguardo ai quotidiani e un pensiero veloce al decubito.
E’ ora di alzarsi, credo scenderò a trastevere per un paio di birre, direi che la temperatura è perfetta, dopo sei ore di condizionatore.

h20 A Ostia premiano chi di dovere e l’evento chiude i battenti. Bea si prepara per un comodissimo viaggio di ritorno in macchina, sempre all’insegna dello sport. Io nel frattempo sono sceso a trastevere ma tutto sommato mi sento confuso, non capisco se i mondiali di skate visti dal divano mi sono piaciuti o meno.
Forse una birra potrebbe rinfrescarmi le idee.

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