venezia74

In collaborazione con BadTaste, recensione di Gabriele Niola
Foto da Venezia di Alessio Costantino

Musiche, voce fuori campo e architettura fosca e gotica da Tim Burton, più una protagonista muta e dai grandi occhi ingenui, fotografata con toni saturi su color correction da Jean-Pierre Jeunet, nei primissimi minuti di The Shape Of Water solo un dettaglio rivela che stiamo guardando un film di Guillermo Del Toro: le sue onnipresenti maioliche bianche spaccate, il segno più evidente del gusto novecentesco di questo autore.

Comincia quindi all’insegna di un altro cinema e di mille ispirazioni uno dei film più in forma di un regista il cui ritorno era atteso da troppo tempo, uno che non era mai sceso così a fondo nel terreno del sentimentale, non aveva mai dimostrato di conoscere così bene i meccanismi dell’amore cinematografico.

Per compiere questa magnifica dimostrazione ha attinto a tutta la sua conoscenza e a tutto il cinema del passato (oltre al suo). Questa volta la creatura mostruosa che affianca la protagonista somiglia al Mostro della Laguna Nera, si innamora come King Kong, cura ed è braccato e poi nascosto come E.T. ed è rigettato da tutti nonostante il buon cuore come Frankenstein. Ma non solo. Per arrivare a quello zenith sublime di dolce commozione, in cui basta un gesto per spezzare il cuore, The Shape Of Water, come in un rito magico, evoca il noir dei neon e delle notti piovose, il musical guardato in tv e poi sognato, e uno score (di Alexander Desplat) così filologicamente sentimentale e melò, che oggi si pensava solo Todd Haynes potesse permettersi di usare.


Tutto per dar vita alla storia di un personaggio marginale, una donna delle pulizia muta e sola, interpretata da Sally Hawkins (come sempre fantastica, perché non ha la considerazione che merita??) e qui simile ad una Maribel Verdù prima maniera. Lei lavora in un bunker del governo dove arriva in gran segreto un mostro. Tutti lo maltrattano e lo vogliono sezionare, lei di nascosto ci comunica senza parole.

Del Toro continua a guardare a Tim Burton, ma stavolta è quello migliore (là dove Crimson Peak era il peggiore). La banda protagonista è un gruppo di persone “diverse”, considerate e marginali dalla società (gay, muti, intellettuali, donne, neri e donne nere), e di contro tutti quelli regolari e “normali” sono i peggiori, malvagi e gelidi, il simbolo stesso della mostruosità dell’omologazione. Però grazie al cielo al favolismo dark dall’autore di Edward Mani di Forbice Del Toro ci aggiunge il sesso, quello vero e non suggerito, quello disturbante, quello agognato, fondamentale e che cementa il sentimento.

E se stavolta si trova ai margini l’ambientazione storica, solitamente così importante nei suoi film (sarebbero gli anni ‘50 della guerra fredda) e solo perché schiacciata da un romanticismo devastante. A tenerla viva è solo il personaggio di Michael Shannon, frutto perfetto dell’American Dream, padre di due figli con moglie bionda e macchina nuova (un’intera scena è dedicata a come questo personaggio acquista un’auto), ossessionato dalla decenza e dall’essere per bene, quella regolarità e quell’inquadramento nel nome del quale è commessa ogni atrocità. In altri film sarebbe stata una componente fondamentale e forse doveva esserlo anche qui, almeno a giudicare dal tempo dedicatogli, ma è marginalizzata dalla maniera in cui Del Toro utilizza il passato del cinema per recuperare quel modo di mostrare e parlare di sentimenti che oggi sarebbe inaccettabile. Come già faceva La La Land, in un genere demodè (il monster movie), questo film trova la nostalgia dei sogni passati, lavora su un immaginario che percepiamo come lontano e da cui ci lasciamo travolgere oltre ogni resistenza, fluttuando come nel momento migliore di tutto il film, in una massa d’acqua al riparo da tutto assieme ad un amore impossibile e bellissimo, così a lungo atteso.

Foto da Venezia di Alessio Costantino

Aronofsky, già premiato esageratamente con un Leone D’oro per The wrestler nel 2008, arriva a Venezia’74 con “mother!” e viene accolto da una pioggia di critiche, del tutto opportune.

La storia, in cui si evidenziano diverse allegorie bibliche mal gestite fin dal principio, narra di una coppia (Bardem e Lawrence) che sta restaurando la vecchia casa isolata di lui, bruciata in un misterioso incendio.

Già dai primi minuti disturba l’uso incontrollato del sonoro che viola le più elementari regole di relazione tra suono e immagine, proponendo allo spettatore un continuum ininterrotto per l’intera durata del film di respiri affannosi, chiavi che cadono e porte che sbattono, in poche parole:
la creazione di una fonte sonora molto realistica senza che ci siano altrettanto vere motivazioni narrative per farlo e – dato l’uso massiccio- le immagini perdono di forza man mano che scorrono i minuti.

Ma torniamo alla trama: la vita della coppia (il regista non ci indica mai i loro nomi) appare già tormentata per diversi motivi ed in particolare dalla mancanza d’ispirazione di lui, poeta in crisi, a cui lei cerca di ovviare offrendogli il suo amore incondizionato. La ragazzina carina acqua e sapone sposata con lo scrittore tormentato vent’anni più vecchio di lei e con ridicoli tratti di ascetica onnipotenza: patetico e ridicolo allo stesso tempo.

All’improvviso una notte con la scusa che la casa della coppia sia un bed and breakfast (si certo, una casa che cade a pezzi in mezzo ad una radura nel nulla) irrompe Ed Harris seguito a ruota dall’invasiva moglie Michelle Pfeiffer dando inizio allo sviluppo di uno dei temi principali della pellicola ovvero l’intrusione, sia psicologica che fisica. In men che non si dica, Bardem si ritrova ad aiutare l’ospite inatteso a vomitare nudo in bagno in preda ad una sorta di collasso polmonare. E lei? Immobile ed ammutolita, come del resto per quasi tutta la durata del film.

Da questo punto in poi si scatena un’esplosione di avvenimenti senza senso, né drammaturgico né estetico, che partono dalla citazione Polanskiana di Rosmary’s Baby e proseguono in un baratro profondo di violenza ingiustificata ai fini della narrazione, una traboccante unione di tematiche forti come il senso della vita, la possessione, l’egotismo, il fanatismo e via dicendo che non vengono affatto sviluppate dal regista, ma sono lo sfondo di immagini raccapriccianti soprattutto nella lunghezza – ingiustificata – di alcune scene brutali che si spera solo finiscano in fretta.

Jennifer Laurence appunto la madre il cui personaggio è fatto solo di affanni e ansimi, rimane incinta come sperava ma nemmeno questo è sufficiente per avere il suo uomo “ solo per sè”; i fanatici seguaci del marito (quelli che noi chiameremmo “fan” ma qui assumono connotati del tutto diversi ) per la seconda volta distruggono la casa e compiono azioni ingiustificabili, permesse da Bardem, pienamente accecato dalla vanagloria in seguito alla pubblicazione del suo nuovo racconto. Lei sempre zitta attonita; l’espressione fissa e inerte rimane anche dopo aver visto nella tazza del water un groviglio sanguinolento arrivato da chissà dove e lei, in vestito da sera, continua a preparare una cenetta per festeggiare il marito che ha scritto una nuova opera – sfidando le leggi dell’editoria – che vende milioni di copie senza essere stata nemmeno pubblicata.

Anche l’uso della cinepresa disturba, usata (o abusata) per la creazione di ininterrotti primi piani e cambi di inquadratura da far girare la testa.

Un film che all’inizio infastidisce e prosegue diventando sempre più intollerabile ponendo lo spettatore nel dubbio se andarsene o rimanere per soddisfare la curiosità di vedere come va a finire tanta supponenza registica.

Aronofsky racconta di aver scritto mother! In 5 giorni… meno male che al sesto si è fermato.

 

Partiamo dalle conclusioni: Three Billboards Outside Ebbing , Missouri, appare fin da subito un capolavoro; ci si chiede se il suo regista l’irlandese Martin McDonagh se ne sia reso conto.
Utilizzando il linguaggio cinematografico lo spettatore ha la possibilità, in qualche misura, di arrivare a conoscere anche la personalità dell’autore e guardando il film, esso appare subito schietto, ruvido, privo di fronzoli e spontaneamente sagace senza pretese autoriali che però fioriscono naturalmente.

La sceneggiatura, sempre di Mc Donagh, risulta fin dal principio robusta; essa racconta la storia di Mildred Hayes (una McDormand da Oscar) madre di un’adolescente stuprata e uccisa ferocemente qualche mese prima; la polizia non sembra però dar troppa importanza al caso Hayes e Mildred cercherà per tutta la durata del film di ottenere giustizia, ad ogni costo.

L’idea che viene alla protagonista è bizzarra ma ottiene esattamente il risultato sperato, ossia che il caso della figlia venga ripreso e portato a termine trovando il colpevole dello stupro.

Mildred affitta così 3 giganteschi cartelloni pubblicitari sulla strada di Ebbing in Missouri in cui scriverà – su uno sfondo rosso sangue – il proprio messaggio di protesta e grido di rabbia rivolti al capo della Polizia, William Willoughby ( Woody Harrelson).
Stuprata mentre moriva” , “Ancora nessun arresto?” , “ Come mai chief Willoughby?” recitano ruvidamente i cartelloni.

L’azione di Mildred non rimane inosservata ed innesca una serie di reazioni a catena in un crescendo di violenza e brutalità davvero imponente senza tuttavia mancare di una sagace e schiettissima ironia, decisamente differente da quella a cui siamo abituati dai fratelli Coen con cui si potrebbe azzardare un’analogia.

Il finale è a sorpresa, non tanto riguardo l’ordito del racconto, quanto sul piano caratteriale dei personaggi che trovano uno spiraglio inatteso di umanità, compreso lo zotico e razzista poliziotto Dixon (Sam Rockwell).

Le tematiche affrontate nel film non sono una novità per Venezia 74 (pensiamo a Suburbicon di Clooney) e neppure la scelta di ambientare questo “noir- western” in terra statunitense; l’assoluta novità che entusiasma è bensì lo sguardo con cui McDonagh si affaccia ai topoi di violenza e razzismo senza svolazzi di presunzione autoriale o esplicitamente politici ma tratteggiando i caratteri in modo limpido e senza retorica.

“Avevo voglia di raccontare una storia con una protagonista molto forte, volevo una storia di rabbia ma anche di speranza, di tristezza, insomma un misto di elementi contrastanti e utilizzare tre dei più grandi attori del mondo” racconta l’autore che ha dimostrato – oltre al fatto di saperci fare con penna e macchina da presa (tanto da risultare uno degli autori più interessanti del nostro tempo) – che in questo mondo brutale l’essere risulta vincente sull’apparire, un messaggio che ci è davvero piaciuto. Una storia da non perdere.

 

Partendo da una vecchia sceneggiatura lasciata in un cassetto dai fratelli Coen, George Clooney arriva, immancabile, a Venezia’74 con un thriller grottesco ambientato alla fine degli anni ’50 in una piccola cittadina di provincia, Suburbicon, da cui prende il nome la pellicola.

A Suburbicon, non collocata geograficamente dal regista, tutto funziona alla perfezione. La comunità dei residenti – rigorosamente caucasica – conduce una vita tranquilla fatta di case pulite ed ordinate, giardini potati al centimetro, grandi gonne a ruota inamidate dai colori pastello. Insomma, l’ormai troppo noto stereotipo dell’ America del dopoguerra.
Qui vive apparentemente serena la famiglia Lodge, composta da Gardner (ancora Matt Damon protagonista anche di Downsizing) la moglie Rose e sua sorella Margaret (interpretate entrambe da una poliedrica e perfetta Julienne Moore) ed infine il figlioletto Nicky, un giovanissimo e talentuoso Noah Jupe.

A dispetto dell’impeccabile e sicura piccola comunità di Subarbicon una notte però accade qualcosa di terribile alla famiglia Lodge: due rapinatori irrompono in casa, stordendo sadicamente  tutti con il cloroformio ed uccidendo Rose. Da questo punto in poi i protagonisti, trovandosi di fronte ad un bivio, faranno sempre la scelta sbagliata fino ad arrivare a compiere degli omicidi per togliersi dai guai.

Le apparenze ingannano, ci vuole dire Clooney, perchè la famiglia perfetta in fin dei conti si spoglia della preconcetta infallibilità e perfezione, assumendo al contrario tratti spaventosi.

L’intera storia, che prende le pieghe del giallo – a tratti quasi splatter – senza una reale motivazione drammaturgica, è un dichiarato manifesto dell’America antiTrump.

Sarebbe divertente essere il presidente degli Stati Uniti, ma a me basta che lo sia qualsiasi altra persona eccetto quella che lo è adesso” commenta ironicamente Clooney riguardo alla possibilità di poter diventare Presidente un giorno. “Ci sono voluti due anni – continua –per finire questo film e, anche se non si erano verificati ancora i fatti di Charlottesville e l’elezione dell’ultimo presidente, il film non poteva che cogliere questa rabbia. Siamo un paese arrabbiato al massimo”.

Tornando agli intenti del film, l’autore pecca un po’ di ingenuità e sottovaluta eccessivamente lo spettatore dando alla famiglia di colore il riferimento ell’ex coppia presidenziale Obama.

Delude questa volta la colonna sonora dell’usualmente geniale Alexander Desplat, che a differenza di The Shape of Water risulta essere invadente e descrittiva al punto da non lasciare nulla all’immaginazione.

Clooney imbocca il suo pubblico, servendogli immagini fine a sé stesse, esageratamente stereotipate, nella cui ombra si coglie lo zampino dei Coen, ma esautorati dal loro sarcasmo noir. Tra sangue, violenza ed odio razziale l’unica figura ad infondere speranza è quella del piccolo Nicky, che malgrado tutto ciò che tragicamente avviene alla sua famiglia, continua a giocare a baseball con il bambino di colore da tutti emarginato e dimostra di avere fiducia in un futuro migliore.

 

“Ho cercato la semplicità e la compattezza. Non ho avuto bisogno di trame e sottotrame, campi e controcampi continui. In The Leisure Seeker non ho avuto paura dei silenzi e di un passo più languido del solito. Non ho nemmeno voluto lavorare sui cliché, sull’America alla Disneyland, o con la Monument Valley nell’inquadratura”.

Sono queste le parole di Paolo Virzì sul suo ultimo film, The Leisure Seeker, arrivato a Venezia ’74 dopo 20 anni di assenza (era il lontano ’97), anni nei quali il regista si era presentato in veste di autore emergente con il mitico Ovosodo.

Per Virzì i tempi sono cambiati e diventati maturi come l’età dei protagonisti del suo film Ella e John, interpretati da due indimenticabili e superlativi Ellen Mirren e Donald Sutherland.

Questa volta l’autore livornese sceglie di ambientare la storia nelle zone meno spettacolari degli Stati Uniti (scelse l’ambientazione americana anche in My name is Tanino nel 2002) e non mancano i riferimenti ai fatti di attualità politica: si avverte la presenza sottobanco della figura di Trump, che però rimane in sordina esattamente come quella del rifugiato a cui Virzì affida il tiepido e insignificante ruolo di benzinaio alla partenza; forse l’aspetto più debole della pellicola.

La trama è davvero semplice e proviene da un romanzo di Michael Zadoorian; Ella e John, ormai anziani e con i figli grandi, decidono di intraprendere una “vacanzetta” a bordo del loro mitico camper Leisure Seeker pezzo da collezione Winnebago del ’75 percorrendo la Route 1 in direzione di Key West dove si trova la casa di Hemingway, idolo da sempre di John.

Leggendo la trama si penserebbe ad un classico road movie ma guardando la pellicola quello che Virzì offre al pubblico è molto di più.
The Leisure seeker è un film sulla libertà di scegliere come arrivare alla fine della propria vita, un film che racconta la tenerezza di un amore sincero e lungo l’intero arco di un’esistenza e che non trova battuta d’arresto nemmeno di fronte a malattie come Alzheimer e cancro, che con grande eleganza non vengono mai esplicitamente nominate, bensì definite come “perdita di memoria” dal protagonista che ne è affetto.

I dialoghi tra Ella e John, davvero eccezionali, bastano a rendere grande questo film che si mostra subito per la sua limpida onestà; semplicità e compattezza (per voler usare le parole dell’autore), sono i capisaldi che lo sostengono ma non mancano le raffinatezze a cominciare dalla colonna sonora.

Virzì infila nel suo ultimo lavoro anche un piccolo dettaglio autobiografico, scegliendo come tema portante quello del livornese Mascagni, autore dell’intermezzo del III atto di Guglielmo Ratcliff detto – non a caso – Il sogno .
Ironia raffinata e senso del tragico si alternano senza mai scontrarsi rendendo il film del tutto equilibrato nel suo intreccio emotivo che, senza grandi pretese estetizzanti, emoziona profondamente.

Una bizzarra coincidenza oppure un segno del destino che Guillermo del Toro, autore messicano dalla contemporanea ed onirica poetica, presenti la sua nuova pellicola nella città sull’acqua per eccellenza. È proprio l’acqua, l’elemento principe di The shape of water,  ciò da cui parte del Toro per raccontare una storia di amore e diversità.

La trama nel suo canovaccio si mostra semplice, immediata e non priva di apparentemente banali citazioni, a cominciare dal disneyano La bella e la Bestia proseguendo con Splash – Una sirena a Manhattan di Ron Howard, ossia la storia di un umano innamorato di una creatura “altra”, una creatura diversa e lontana: in altre parole di un mostro.

È la storia di Elisa (l’espressiva e profonda Sally Hawkins), una giovane donna muta che fa le pulizie in un centro di ricerca nella grigia Baltimora del ’62, che si innamora di una strana creatura marina portata al laboratorio per essere vivisezionata dagli americani prima che arrivino i russi. Siamo nel pieno della guerra fredda in cui Kennedy e Kruscev  si giocano a dadi le sorti di un mondo macchiato dall’odio razziale e dalla paura della diversità.


L’autore fa della diversità il cavallo di battaglia della sua poetica, acquerellando con grazia ed eleganza un amore tenero e vero, che rientra nella sfera del fantastico ma al contempo è un inno alla libertà contemporanea.

La pellicola è ricchissima ed i temi, finemente trattati da del Toro con la ricercatezza di un artista barocco, toccando politica, etica, magia, amore, sesso ed autoerotismo. Il tutto è condito dalla musica della colonna sonora firmata da Alexander Desplat che senza ombra di dubbio è protagonista tra citazioni ed autocitazioni di ogni genere partendo da Nino Rota e passando per un omaggio al musical di Doris Day e Shirley Temple. “La creatura è intelligente, percepisce la musica” dice infatti un ricercatore del centro – in realtà spia russa  che cercherà di liberarla -; la musica si fa veicolo di immagini e di un senso positivo dell’esistenza.

Malgrado il sogno americano in The shape of water sia completamente rovesciato dal regista rispetto allo stereotipo dell’America del dopoguerra. Il benessere, la positività e gli ideali di famiglia non vengono qui incarnati dal classico uomo bianco di successo, alla guida della sua scintillante Cadillac che torna a casa alle 18 e trova pronta la cena preparata dalla mogliettina. No, qui il modello di serenità è racchiuso in una realtà di reietti formata da Elisa, il suo vicino di casa Giles, pittore squattrinato dopo l’avvento della fotografia (un preziosissimo Richard Jenkins) e la collega di lavoro Zelda – sagace e brillante Octavia Spencer – donna di colore che fa Dalila di secondo nome, dettaglio molto affascinante ed intelligente.

L’uomo bianco di cui sopra è invece “il cattivo” (Michael Shannon, non nuovo alla parte di antagonista) crudelissimo e senza scrupoli responsabile della sicurezza del laboratorio T4 in cui è rinchiusa la creatura marina; egli fa parte dei servizi segreti americani nella corsa contro i russi e il suo unico scopo – sia professionale che personale – è vivisezionare “il mostro”.

Se ti dovessi parlare di lei, la principessa senza voce, cosa ti dovrei dire?” è l’incipit della suadente e caldissima voce fuori campo con cui inizia il film… sicuramente che per l’autore, i diversi siamo noi.
Con questa ricchissima ed elegante pellicola, Del Toro ha firmato una delle sue favole più riuscite .

Insulto
In collaborazione con la redazione di BadTaste
Recensione di Gabriele Niola
Foto da Venezia di Alessio Costantino
Non è iraniano ma libanese L’Insulto, eppure nel suo ping-pong di pareri, giustizia e irrisolta capacità di arrivare al fondo di una diatriba si intravede Asghar Farhadi e i suoi film dalle dinamiche inconoscibili, in cui sembra che la giustizia non possa esistere.

Si intravede soltanto perché in realtà L’Insulto parte dalla dimensione personale ma poi fa di tutto per metterla in relazione con il pubblico. Qualcosa di molto piccolo che diventa molto grande, una guerra tra due persone per un’ingiuria, diventa la guerra tra due avvocati, che è la guerra tra un padre e una figlia, che diventa una guerra tra due religioni che è poi la guerra tra due fazioni politiche. Dalle strade ai notiziari, le tensioni (poco) trattenute del Libano di oggi tra libanesi e palestinesi, tra conflitti e orrori di guerra mai sanati sembrano essere lì lì per esplodere.

Eppure descrivere così L’Insulto è forse la maniera più ingiusta di spiegare che film sia. Perché questo film di Ziad Doueiri in realtà è un legal thriller in piena regola che vuole fermamente confinare qualcosa di così ingombrante e prepotente come le tensioni politiche e religiose nello sfondo, lotta per tutta la sua durata per mostrare come una battaglia legale appassionante e piena di colpi di scena, sia solo una questione tra due persone. E questo anche quando viene impugnata da gruppi di pressione, partiti e leader politici.


L’impostazione è allora in tutto e per tutto quella del cinema americano, cioè un film che ha tra la sue finalità anche quella di spiegare a tutti i drammi storici attraverso una storia individuale, un conflitto piccolo e personale che offre lo spunto di raccontarne uno più grande, tutto attraverso i sentimenti. Sono infatti le pulsioni e le passioni l’argomento del contendere: è giusto che un uomo possa aver insultato un altro perché lo ha maltrattato, ed è giusto averlo colpito con un pugno per un’offesa intollerabile ricevuta? Un tribunale lo può giustificare? E gli altri uomini ci devono passare sopra?

Sembra a un certo punto che in ballo in L’Insulto non ci sia nemmeno la giustizia (nonostante il profluvio di articoli letti) ma il senso condiviso di cosa sia morale fare, come se questo film tutto aule di tribunale in realtà credesse che esista una legge più importante, quella dei rapporti personali. Anche il processo sembra ad un certo punto solo un modo di far sì che i due contendenti capiscano le proprie storie, costretti ad ascoltare l’altro invece che attaccare e basta.

Come se la legge delle aule sia la stessa della politica, tutta transazione, opportunità e decisioni contingenti, mentre l’unica vera sia quella che si può stabilire tra due persone che arrivano a comprendersi a fondo e sanno trovare soddisfazione.

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“Nessuno è innocente di fronte ai rifugiati”

Questa è l’opinione di Ai Weiwei, artista poliedrico nato a Pechino e trasferitosi in Germania in seguito ad un lungo trascorso di esperienze in giro per il mondo, il quale sceglie di portare a Venezia’74 il docu-film Human Flow mostrando i flussi migratori e le condizioni dei rifugiati in scala mondiale; dal Mediterraneo all’Asia, dall’Africa all’Europa toccando con la sua cinepresa anche gli Stati Uniti.


L’autore riprende la devastante condizione di milioni di persone (attualmente il numero arriva a oltre 65 milioni secondo UNHCR) costrette a migrare dal proprio paese in seguito a guerre, persecuzioni religiose, carestie, povertà.

I dati forniti dal regista appaiono indubbiamente shockanti ed in particolare colpisce che la quantità di barriere, innalzate alle frontiere dai paesi europei in seguito al fenomeno migratorio, sia drasticamente aumentata, nonché quasi passata in sordina dal crollo del muro di Berlino ad oggi.

Attraverso una serie di interviste ai maggiori rappresentanti dell’United Nations High Commissioner for Refugees ed altre organizzazioni umanitarie Weiwei si interroga sul profondo significato della parola “rifugiato” senza però intravedere una forma di sviluppo del tema, ma lanciando solo l’esca in un oceano di interrogativi.
Viene definito rifugiato “Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione,cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi. “ recita la convenzione di Ginevra del 1951, come questa nel film sono presenti altre decine di definizioni, dati e citazioni che però, purtroppo, rimangono sospese senza alcun tipo di sviluppo narrativo.

Seppur l’artista, da sempre impegnato in cause umanitarie e diritti civili, compia un nobile e mastodontico sforzo in quanto a proporzioni – 2 anni di riprese, 23 paesi visitati, 1000 ore di video e più di 600 interviste – la pellicola non convince. Irrita la continua ricerca di un gusto estetizzante che appare forzato e soprattutto risulta discutibile la massiccia presenza nelle riprese del regista che a tratti appare fuori luogo.

Guardando Human Flow, si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte ad un calderone di immagini (prodotte in eccessiva misura con droni e steadycam) per la durata complessiva di interminabili 140 minuti; immagini forti e potenti che straziano, fanno riflettere e talvolta incutono anche una sorta di senso di colpa nello spettatore che si trova scaraventato ed impotente in una realtà che di umano ha ormai solo il nome.

“Essere un rifugiato è molto più che uno status politico, esso è il più pervasivo modo di crudeltà che può essere esercitato contro l’essere umano”

Foto da Venezia di Alessio Costantino

Downsizing

La 74a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica apre i battenti in grande stile con una pellicola firmata da Alexander Payne (Sideways,Paradiso amaro, Nebraska) in cui vengono affrontati in chiave melò temi eticamente scottanti come il sovrappopolamento globale, l’inquinamento incontrollato ed i diritti-doveri di una società fondata inesorabilmente sulla differenza tra le classi.

L’autore a tutto questo prova a dare utopisticamente una soluzione : “minimizzare” (downsizing) gli esseri umani attraverso un complesso processo chimico al fine di produrre una società che consumi meno e produca meno inquinamento, in altre parole una società più “piccola“.

Il topos cinematografico della riduzione sicuramente non è una novità quanto a contenuto (Tesoro, si sono ristretti i ragazzi, 1989 e Un salto nel buio, 1987 per citarne alcuni) ma piuttosto una novità di intenti che dona al film un tratto di interesse a primo acchito.

Al centro della vicenda si trovano i coniugi Safronek Paul e Audrey (Matt Damon e Kristen Wiig) che trovandosi in difficoltà finanziarie decidono di affrontare il processo di miniaturizzazione sperando così di avere una vita migliore nei nuovi e iperaccessoriati “villaggi per piccoli”: il processo, inventato qualche anno prima da un team di studiosi norvegesi, non é infatti obbligatorio ma una scelta -definitiva ed irreversibile- lasciata al libero arbitrio che ognuno, in coscienza, deciderà se mettere in pratica.
La prospettiva di vita di Paul e Audrey cambia radicalmente rispetto alla tranquilla ma triste routine di Omaha (città natale del regista). Ogni giorno che passa Paul prende atto non solo di non aver realizzato i suoi sogni, ma soprattutto di non sapere più chi sia e quale sia il suo ruolo all’interno di una società ormai allo sbando. Una volta affrontato il processo di miniaturizzazione, trovatosi ormai solo e abbandonato dalla moglie, rimasta “grande”, Paul sarà costretto a fare i conti con una realtà che, sebbene sia di misura ridotta, mantiene le stesse problematiche che affliggono la società reale.

Il velo di Maya viene svelato per Paul con l’entrata in scena di altri personaggi: il ricco vicino di casa serbo Ducan (uno spassoso Christoph Waltz) e la talentuosa Hong Chau che interpreta la parte di una bizzarra vietnamita senza una gamba, dotata di spiccato animo umanitario e che vive nelle favelas del villaggio di miniaturizzati.

Dal desiderio di disegnare una realtà utopica, il film per un buon tratto risulta distopico, in qualche misura inquietante, per poi virare al tono preponderante della commedia. L’insieme risulta gradevole ma la sovrastruttura creata dal regista a livello tematico si mescola in un potpourri dal grande potenziale che però rimane irrisolto.

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